Alberico Gentili: i Dialogi

È da considerare che il mos italicus continuò anche nel corso e nel pieno del XVI secolo in Italia ed in Germania ad essere predominante e, sul piano teorico, ad essere difeso da alcuni giuristi che si dimostrarono fedeli alla tradizione. Un importante paladino del mos italicus fu il giurista italiano Alberico Gentili, docente ad Oxford. Nel 1582, a Londra, il giurista italiano pubblicò la sua opera De iuris interpretibus dialogi sex: sei dialoghi a proposito dell’interpretazione del diritto.

Nei suoi Dialogi, Gentili riconosceva la validità di diverse accuse lanciate dai Culti alle carenze culturali dei bartolisti, ma confermava la sua piena adesione al mos italicus riconoscendone la bontà.

Secondo lo strenuo difensore del mos italicus, l’impostazione metodologica da seguire doveva restare quella tradizionale ma bisognava tener conto delle critiche avanzate dai Culti emendando quel metodo. In primo luogo era necessario che la preparazione scientifica dei bartolisti si arricchisse dello studio della filologia e della storia. In secondo luogo il rispetto dogmatico della norma giuridica non doveva spingersi sino al punto di alterare la verità storica ed il latino. Dunque, anche Gentili, pur difendendo la validità dell’impostazione metodologica tradizionale, si dimostrava attento alle sollecitazioni degli umanisti.

Ciò che Gentili proprio non condivideva della giurisprudenza culta era la sua lontananza dall’attività pratico-forense. L’esatta comprensione del significato delle norme giuridiche romane non poteva esaurirsi nel solo studio. Per quanto elegante e raffinato potesse essere quello studio, esso non aveva alcun significato se destinato a restare improduttivo. Diversamente, il giurista avrebbe dovuto fare perno su quello studio utilizzandolo quale utile accessorio nella pratica della vita giuridica quotidiana. Insomma, lo studio erudito del corpus era soltanto un accessorio, a restare principale doveva essere l’utilizzazione pratica del diritto. I Culti, invece, dimostravano di voler tradire la funzione del giurista trasformando in principale un elemento solo accessorio: lo studio filologico ed erudito era un ornamentum e tale, secondo Gentili, doveva restare.

Era una posizione fortemente condizionata da uno spiccato pragmatismo giuridico. Il diritto viveva nei tribunali e lì non era necessario l’ornamentum, bensì la capacità del giurista di manipolare la norma per trovare la soluzione giusta ed adeguata al caso concreto.

Sotto questo profilo, il metodo dei Culti era secondo Gentili addirittura pericoloso perché lo studio filologico ed erudito compiuto dai francesi finiva per mettere in luce le antinomie, lencontraddizioni, gli equivoci presenti nel Corpus. L’effetto era un generale svilimento di quel corpo normativo che dimostrava tutti i suoi limiti.

In altri termini, come è stato indicato dallo storico Cavanna, il senso pratico e professionale che alitava nel mos italicus impediva alla giurisprudenza tradizionale di accogliere le tesi storicistiche degli umanisti. Ad un Gentili, quella dei Culti appariva ragionevolmente e necessariamente come un’attività fine a sé stessa, un lusso da non potersi permettere nei tribunali o nelle Università: l’impiego del corpus juris come diritto positivo era imprescindibile per la vita del diritto. E fu proprio a causa di questa scarsa attenzione verso la pratica che il mos gallicus non riuscì mai a sostituire in toto il mos italicus, e ciò infatti non avvenne neppure in Francia.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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