Antonio Genovesi: uno dei padri dell’illuminismo meridionale

Prima di entrare nel merito dell’illuminismo meridionale bisogna chiedersi: che cos’è l’illuminismo? Secondo il filosofo Immanuel Kant: «Illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso. Minorità è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. Imputabile a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto d’intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di far uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della tua propria intelligenza! È questo il motto dell’Illuminismo». L’illuminismo fu un movimento culturale ad ampio raggio che riguardava l’ambito filosofico, storico, letterario e giuridico. Si sviluppò in Europa durante il XVIII secolo.

spigol28pimontefig1L’illuminismo meridionale si sviluppò in Italia, nel Regno delle Due Sicilie, ad opera di personaggi illuminati che prima di tutti avevano compreso i problemi che affliggevano il regno e ne avevano proposto la soluzione con riforme innovative, che inevitabilmente avrebbero annientato l’impianto feudale.

Prima di proporre le soluzioni essi, a rigor di logica, individuarono i problemi del regno. In tutte le loro opere sono ravvisabili i medesimi caratteri, ossia la denuncia di un’agricoltura arretrata e inefficiente, i privilegi del clero e della nobiltà, la mancanza di un’istruzione elementare e la conseguente ignoranza delle classi contadine, l’inefficienza delle amministrazioni locali, il regime fiscale al quale erano sottoposte le produzioni delle materie prime, le differenze giurisdizionali tra le varie province e per ultimo, non per importanza, la mancanza di strade, di collegamenti e di carte geografiche affidabili.

Antonio Genovesi nacque il primo di novembre del 1713 a Castiglione, nel 1735 prese gli ordini minori e due anni dopo divenne sacerdote. Seguì le lezioni di De Martino e di Vico a Napoli, in seguito aprì una scuola privata dove insegnava le sue lezioni di filosofia e teologia, ma in particolare il piano di un’etica. Nel 1743 la sua fama cominciò a crescere, sia intra che extra regno, per via del suo manuale dal titolo “Elementa metaphysicae”, lodata da tutti ma che lo mise in cattiva luce negli ambienti ecclesiastici. Insieme a Giannone e Muratori fu uno dei precursori dell’illuminismo meridionale. Giannone scrisse l’opera “Istoria Civile del regno di Napoli”, con la quale mise in evidenza le usurpazioni e gli abusi della chiesa; Muratori, d’altro canto, scrisse “Dei difetti della giurisprudenza” dove mostrava la giurisprudenza per come era realmente, nel suo essere.

Tornando a Genovesi, grazie al Galiani ottenne il primo incarico universitario come professore di metafisica e cominciò la sua carriera da professore nel novembre del 1745, nel medesimo anno passò ad insegnare etica. A detta di Forges Davanzati formò una generazione intera, circa tremila allievi passarono sotto Genovesi.

Nel 1754 con un lascito di Bartolomeo Intieri, di 7.500 ducati, istituì la prima cattedra di economia politica d’Europa. Il percorso intellettuale di Genovesi fu qualcosa di peculiare, in quanto dagli studi di metafisica passò alla teologia per poi approdare all’economia, un’economia basata su dati empirici, sui numeri, sulla realtà dei fatti partendo da un’analisi dello stato, della società e dell’istruzione che egli riteneva pilastri fondamentali per il benessere economico del regno. Nello stesso anno, in gennaio, pubblicò il “Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze”, esso era un manifesto del pensiero genovesiano, si potrebbe dire che era quel quid che dava il via all’illuminismo riformatore napoletano e di conseguenza nel regno delle Due Sicilie. Analizzando il testo si evince una nota critica verso la separazione tra il lavoro manuale e il lavoro intellettuale, cioè critica i modelli culturali occidentali del periodo in quanto troppo ideali, trascendentali e paralogistici; guarda con ammirazione la cultura antica, greca e latina delle origini, dove prima di essere anche loro corrotte, ci si dedicava prima di tutto al cd. negotium e poi nel tempo libero all’otium, il quale solo dopo secoli diverrà un mestiere ovvero quello dell’intellettuale. Critica apertamente la filosofia fine a se stessa, affermando che la filosofia deve insegnare ciò che è utile sia per il contadino che per il più grande ed esimio filosofo, deve, quindi, essere al servizio della cosa pubblica e del bene pubblico. Una nota di biasimo del Genovesi va a quelle scuole filosofiche che per secoli e secoli, si sono arrovellate e hanno per tempo cercato soluzioni a problemi inutili, astratti e immaginari. Tra il XVI e il XVII secolo l’Europa, secondo l’abate Genovesi, cambiò faccia, ogni nazione ebbe una persona illuminata che aveva compreso cosa doveva essere il vero sapere, l’Inghilterra aveva il cancelliere Bacone, il quale mostrò come si poteva essere filosofi senza essere un peso inutile per gli altri uomini, l’Italia aveva Galileo, per quanto riguarda quest’ultimo è superfluo aggiungere qualcosa data la sua fama.

Sempre nel suo “Discorso sopra il vero fine delle lettere e delle scienze” rifletteva sulle cause che rendono una nazione grande e prospera, prese ad esempio Senofonte il quale sosteneva che erano cinque: governo; natura del suolo; posizione geografica; numero di abitanti e industria.

Genovesi riflettendo su questi cinque punti ne aggiunse un sesto, il buon costume. Per quanto riguarda il primo punto riteneva che la miglior forma di governo fosse la monarchia, in cui il sovrano fosse coadiuvato da una schiera di saggi, il che era una proposizione di palese matrice illuminista. Riflettendo sul secondo, asseriva che i regni di Napoli e di Sicilia erano capaci di produrre ogni genere di materia prima, essendo «in gran parte piane, grasse, innaffiate, e fecondate da spessi fiumi e ruscelli», ciò di cui erano manchevoli erano i metalli preziosi. Il Genovesi non ne faceva un dramma, in quanto preferiva di gran lunga una nazione con ogni sorta di materia prima che una nazione priva di tutto ciò ma con miniere traboccanti di oro e argento, di qui a poco si vedrà il perché. Il terzo punto ovvero la posizione geografica, i regni si trovavano circondati dai mari, i quali davano un accesso ai commerci verso tutte le direzioni, poiché un popolo che non commercia seppur ricco di ogni derrata resterà sempre povero. Inspiegabilmente si praticava poco o nulla il commercio e per Genovesi era una follia in quanto addebitava l’inerzia del suo popolo alla poltroneria. Il numero degli abitanti per una nazione è fondamentale, per il quale anche la nazione più ricca e fertile se poco popolata cadrà in miseria. Sono gli abitanti a fare grande una nazione e un monarca. La quinta ragione della potenza e opulenza di una nazione, di chiara derivazione dal quarto punto, è l’industriosità degli abitanti. Una nazione piccola con terreni poco fertili, ma con una popolazione operosa e industriosa può divenire ricca e illustre, al contrario per mancanza di questo fattore, nazioni fertili con moltitudini di abitanti sono le più povere della terra. Oltre a tutti questi fattori oggettivi, che una nazione che vuol essere grande deve possedere, Genovesi credeva ciecamente nelle persone, nutriva speranze smodate verso la gioventù che stava formando, convinto che avrebbe potuto fare grande il regno.

Nel suo “Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile” passò in rassegna la società, riflettendo sull’esercito, su magistrati, avvocati, medici, chirurghi, religiosi, ecclesiastici, bottegai, negozianti e, infine, sui proprietari.

Per quanto riguarda l’esercito, affermava Genovesi, la forza dello stato non deve essere superiore ai suoi reali bisogni, poiché se fosse superiore deprederebbe le rendite e priverebbe i mestieri produttivi di forza lavoro, mentre se fosse minore lascerebbe lo Stato sguarnito di adeguate difese. Il ceto dei magistrati svolgeva una funzione fondamentale, era il custode del diritto, l’evolversi del mondo del commercio e delle arti comportò l’aumento dei contenziosi, ragion per la quale richiese la necessità di maggiori e dettagliate leggi. In principio ognuno era avvocato di se stesso, ma con lo svilupparsi di moltissime e complesse leggi nacquero una serie di figure quali, giureconsulti, avvocati, procuratori, fino a divenire una schiera infinita di gente che trovava la sua ragion d’essere nella forma di governo, nei tantissimi feudi, negli innumerevoli privilegi e le tante leggi, tra cui alcune non necessarie. Nell’economia di questo discorso Genovesi individuava forme e modi per meglio amministrare la giustizia: abolire i privilegi personali; ridurre le terre ad una sola natura (eliminare tutte le differenze tra i feudi), un unico sovrano, uniformità legislativa e uguaglianza nella giustizia; sostenere l’autorità dei magistrati popolari contro i nobili; se ne potrebbe aggiungere un quarto, che il Genovesi non cita, eliminare la temporaneità della carica magistratuale.

Il ceto di medici, chirurghi, botanici, chimici e farmacisti, nelle nazioni poco colte era un ceto piccolo, invece nelle città e nelle nazioni colte si era di molto ingrandito man man che la vita si era fatta più sedentaria, con le conseguenti malattie che ne seguono.

I bottegai e i negozianti erano necessari per mantenere i lussi, i quali erano conseguenza della raffinatezza delle nazioni.

L’ultima considerazione riguarda i proprietari, ne individuò tre diversi generi: chi possedeva grandi tenute che faceva coltivare a proprie spese o darle in coltura ad altri; chi viveva di rendite ereditarie; chi di rendite vitalizie. Tutte e tre le tipologie di proprietari, non facevano altro che vivere a spese di coloro che lavoravano. Proponeva l’alienabilità delle terre inalienabili, la censuazione in perpetuo di piccole porzioni di terra che significava abolizione del latifondo.

La digressione sullo sviluppo intellettuale del Genovesi e sulla società napoletana si è resa necessaria per meglio comprendere il contesto in cui si inserivano ed il fine che cercavano di raggiungere le sue lezioni di economia.

A lezione di economia politica da Antonio Genovesi

Nella sua formazione economica fu molto influenzato dal modello inglese e dall’esempio toscano, rimase colpito dalla forma di governo dell’Inghilterra e dalle sue capacità nei commerci. Studiò a fondo la “Storia del commercio della Gran Bretagna” di John Cary, i cui contenuti li presentò durante il suo corso di economia politica. Ne trasse dei principi fondamentali utili per il regno di Napoli, che dovevano essere adottati se si voleva sviluppare e imporre nei commerci internazionali. Era fondamentale esportare le materie prodotte in eccesso, come corollari di questo principio enunciò che, uno stato che non esportava non produceva introiti; uno stato che esportava poco inevitabilmente produceva pochi introiti; uno stato che esportava molto produceva molti introiti. Una nazione doveva scegliere il modo più adatto per esportare le materie in eccesso, il modo più adatto altro non era che quello più vantaggioso e redditizio, ad esempio era assolutamente un errore trasportare i materiali grezzi, ossia non lavorati, era molto più conveniente lavorarli nella propria patria ed esportali già lavorati, ergo, esportare i materiali lavorati recava più introito che esportarli grezzi; esportare i materiali non lavorati, che potevano essere lavorati nella nazione rendeva la nazione carente in quell’arte e di conseguenza dipendente dagli stranieri, i quali acquistavano le materie prime, le lavoravano producendo oggetti di manifattura e rivendevano gli oggetti prodotti. Investire nel settore manifatturiero, analizzava Genovesi, avrebbe comportato una crescita occupazionale, un miglioramento delle arti, con conseguente crescita economica per lo stato, poiché sarebbe circolato più denaro, aumentando, così, le rendite del sovrano, l’insieme di questi fattori rendeva uno stato florido e potente. Gli introiti di uno stato non potevano dipendere dall’esportazione degli eccessi di produzione. Per essere sempre in surplus produttivo uno stato doveva produrre il più possibile di un determinato bene, non quanto bastava a ciascuno per vivere. Bisognava considerare i vari settori economici come negozi e non come semplici fonti di sostentamento. Genovesi individuò come fattori, affinché uno stato potesse diventare esportatore, in primis la sicurezza delle tratte di esportazione e in secundis la necessità di regolare i dazi delle suddette. Continuando la sua analisi, scrisse che se una nazione fosse priva di qualsivoglia settore manifatturiero per mancanza di materie prime necessarie per la sua realizzazione, in quel caso lo stato doveva importare e preferire la materia grezza a quella già lavorata. Uno stato doveva evitare, assolutamente, l’importazione di mercanzie che ostacolavano il consumo di quelle prodotte nei confini della nazione o che potessero danneggiare le interne manifatture, se non si fosse attenuto a questo semplice principio le conseguenze sarebbero state catastrofiche e suicide: crollo delle manifatture, dell’agricoltura e delle arti; la decadenza delle arti, veniva meno il sostentamento del popolo con conseguente crescita della disoccupazione; la nazione si sarebbe spopolata.

Genovesi nelle sue lezioni dedicò anche spazio alle importazioni di mercanzie di puro lusso, le quali furono classificate come una vera e reale perdita per lo stato. Definiva il lusso come quella spesa non ricercata né dalle necessità né dalle comodità, il lusso si poteva mantenere o con i prodotti interni o con i prodotti esterni, quando si fosse alimentato con i primi esso era un bene per lo stato, quando si fosse alimentato con i secondi esso era dannoso. Un’altra forma di commercio utile per l’economia dello stato, comportava l’importazione di mercanzie dall’estero per poi riesportarle con navi proprie, ciò avrebbe garantito sempre una grande e certa rendita per lo stato e, inoltre, si assisteva: ad un aumento dell’occupazione della marina, un aumento dell’occupazione delle arti per la fabbricazione dei vascelli e, in ultima analisi, la protezione che una buona marina comportava al commercio. La conseguenza del possedere molti vascelli, e molti uomini, poteva dar vita ad una pratica molto redditizia per una nazione, ossia concederli a noleggio alle altre nazioni, questa era una rendita certa per lo stato. Il Genovesi fece delle considerazione sulla concorrenza. Essere migliori della concorrenza era l’anima del commercio, si poteva essere migliori nel prezzo o nella qualità della cosa o in entrambe le cose. Se due stati mettevano in commercio due medesimi prodotti con la medesima qualità, avrebbe conquistato il mercato quello che offriva il miglior prezzo. Se due stati mettevano in commercio due medesimi prodotti al medesimo prezzo, avrebbe conquistato il mercato quello che offriva la qualità migliore. Se entrambi i prodotti offerti fossero stati uguali sia nella qualità che nel prezzo, avrebbe conquistato il mercato quello più diligente.

Nel 1764 una carestia catastrofica colpì il regno di Napoli, il Genovesi approntò una soluzione per evitare che un tal nefasto evento si fosse potuto ripetere, tentando di riformare il sistema annonario, aprendo le frontiere, abbattendo gli istituti di controllo di ammasso e di calmiere, ma perse la battaglia, la sua proposta fu ignorata. Dal 1764 sino al 1769 si interessò sempre di più alla politica, diventando consigliere del primo ministro Bernardo Tanucci sui problemi impellenti del regno di Napoli. Cercò di tracciare una nuova politica economica che si basava sul: conoscere la società dove si voleva operare; ridestare i nobili che come in Inghilterra e Toscana detenevano l’agricoltura e spinse alla costituzione di società agricole e di accademie. Enunciò una legge:

“Si misurino le terre dello stato a palmo a palmo: si saggino le loro forze: sieno tutte soggette a’ tributi e agli altri pesi pubblici: non se n’eccettui nemmeno un dito. Non ci ha ad essere esenzione né ecclesiastica né baronale quando si tratta di pesi reali. Tutti i cittadini godono de’ dolci frutti della società civile e del governo dunque le possessioni di tutti debbono esser sottomesse a’ pesi proporzionalmente al loro valore. Si aboliscano le inegualità, che è tanto dire quanto le ingiustizie nate ne’ tempi d’ignoranza e di parzialità. Si restituisca la libertà civile alle famiglie. Si disimpacci lo spirito degli agricoltori, de’ pastori, degli artisti da quel non degni legami, per cui è avvilito e impigrito”.

Genovesi decise che era giunta l’ora di rinnovare la scuola, vedeva all’orizzonte prospettive più rosee, grazie alla politica di Tanucci, alla cacciata dei Gesuiti e il generale rinnovamento che gli anni ’60 portarono con se. Sono questi gli anni in cui, in lui, si fece sempre più vivo uno spirito anticuriale.

L’anticurialismo di Genovesi

L’anticurialismo genovesiano si esplicava nella battaglia contro i residui della tradizione contro-riformista e nel tentativo di far abolire l’insegnamento delle Decretali all’università. Testimonianze a sostegno della lotta contro le Decretali si rinvengono in delle lettere, inviate a Ferdinando Leon  e al segretario di stato Carlo De Marco. Alle Decretali, Genovesi, addebitava le colpe della disunità dei popoli e del deficit di sovranità cui erano soggetti tutti i monarchi del mondo, alla base c’era una concezione:

“che al Papa tocca il ius di ungere l’imperatore e i re, e ch’egli solo abbia il diritto di esaminargli se non degni o no di governare, e perciò di approvargli e riprovargli.”

In ultimo, negli attacchi contro la mentalità e i privilegi del clero secolare e regolare. Rifletteva che sia i religiosi che gli ecclesiastici fossero dei ministeri certamente fondati dal divino, ma il numero degli ecclesiastici era deciso dagli uomini.

È stato presentato un uomo che con la veemenza delle sue lezioni riuscì a plasmare una generazione che nei decenni successivi tentò di cambiare la situazione meridionale, tentando di riformare ogni aspetto marcio. Vi invitiamo inoltre a leggere le lettere scritte dal Genovesi (trovate i link qui in basso). Se avete apprezzato condividete e commentate.

Fonti storiche:

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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