Aspetti e problemi della feudalità siciliana

Avendo fatto chiarezza sui diritti e sulle istituzioni che componevano l’impianto feudale sia di Sicilia che di Napoli (clicca qui per leggere l’articolo), è giunto il momento di occuparsi di come tale impianto ammorbava la società, nello specifico quella siciliana. Si tratteranno gli aspetti e i problemi dell’isola dal punto di vista politico-giuridico ed economico.

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Re Ferdinando IV e la regina Maria Carolina delle Due Sicilie, con tutta la loro famiglia.

 

Per comprendere le cause che rendevano la Sicilia economicamente disastrata, in cui 2/3 del popolo era ridotto alla fame, mentre 70 famiglie detenevano l’intero patrimonio economico, bisogna indagare, prima di tutto, l’ambito politico-giuridico, poiché l’economia dipende direttamente dalle manovre politiche. In uno stato, come la Sicilia feudale, dove l’interesse personale dei singoli baroni era molto più importante del bene comune del regno e dove la corruzione dilagava. I baroni all’interno dei loro feudi erano come dei monarchi assoluti, eleggevano i giurati, i quali erano deputati alla revisione dei conti del feudo, bell’affare avere alle proprie dipendenze chi aveva il compito di revisionare i conti del tuo feudo, in considerazione di ciò sembra fuori dubbio che i falsi in bilancio fossero all’ordine del giorno; potevano trarre in arresto i popolani con la semplice formula “per motivi a noi ben visti”; vi erano i diritti proibitivi; i diritti angarici e perangarici. A parte i sopra elencati abusi, i quali si esplicavano entro i confini dei feudi di appartenenza, un fenomeno, che era uno dei problemi cruciali della Sicilia e dei siciliani e che aveva ripercussioni nell’ambito giurisdizionale, era quello dei magistrati temporanei e non perpetui. Quali conseguenze comportava la temporaneità di tali cariche? I magistrati erano nominati tra le fila degli avvocati, che guarda caso la maggior parte era al soldo dei baroni, quando venivano eletti lasciavano temporaneamente i loro incarichi sospesi per adempiere al mandato, una volta terminato riprendevano la loro carriera da dove l’avevano lasciata. Il conflitto d’interessi è lapalissiano, cioè un avvocato che seguiva una causa per conto di un barone, paradossalmente a seguito della nomina poteva trovarsi giudice della medesima, che lo aveva visto fino a poco tempo prima parte. Questo era il terreno fertile in cui gli abusi giurisdizionali perpetrati dai baroni e dai loro ministri, garantivano il prosieguo e il mantenimento dello status quo. Gli abusi giurisdizionali in questione erano, per esser precisi, arbitrii nei riti e arbitrii nell’uso delle prescrizioni. Non ci sovvengono migliori parole di quelle usate da Francesco Saverio D’Andrea per spiegare l’arbitrio nei riti:

“[…] tutto nasce dal rito, che si hanno formato. Hanno essi il rito scritto e stabilito da re Alfonso, ma questo la maggior parte del foro l’ignora, perché i tribunali si hanno fatto un rito diverso, che non si trova scritto e che conservano come una tradizione religiosa, col quale mezzo fanno e disfanno, decidono e ritrattano le cose fatte […]”.

Per quanto riguarda l’aspetto dell’arbitrio nell’uso delle prescrizioni, era usato dai baroni per proteggere i loro feudi e le terre usurpate, o meglio, la legislazione del regno stabiliva dei dettami da seguire, ma i tribunali deliberatamente la ignoravano, però «la conoscono solo per escludere un vassallo, che vuole vendicarsi della schiavitù de’ dritti proibitivi, perché il barone per un secolo lo ha costretto ad andare a macinare al suo molino o portar le ulive ai suoi trappeti».

È necessario esaminare le conseguenze che l’economia risentiva dalla mala gestione della cosa pubblica. Si ponga l’attenzione su un fenomeno in voga nel XVIII secolo, i baroni cominciarono a lasciare i loro feudi e stabilirsi a Palermo. Nella capitale trovavano terreno fertile per la loro megalomania, v’erano feste, lussi e sfarzi per i quali sperperavano le rendite che ricavavano dai feudi lontani; la conseguenza di tali condotte si abbatteva sui feudi, poiché si investiva poco nella terra, investendo meno si produceva meno di quanto si sarebbe potuto. Le tecniche agricole erano arretrate e non al passo con i tempi, i terreni coltivati malamente e da mani inesperte. Un altro fattore che relegava l’isola in una condizione economica disastrosa era la mancanza di strade, che non permetteva alle merci di circolare in maniera agevole, conseguenza di ciò erano i trasporti inefficienti, i collegamenti erano impraticabili e si era costretti a trasportare le merci a dorso di mulo anziché usare ampi carri con cui trasportare maggiori quantità di prodotti e con meno impiego di forza animale. Oltre ai problemi legati alla mancanza d’investimenti nella terra e nei collegamenti, bisogna segnalare un settore quasi inesistente in Sicilia, che avrebbe meritato fior fior d’investimenti poiché avrebbe messo l’isola in condizione di rivaleggiare, se non superare, realtà come Genova, Venezia e Milano, si sta parlando del settore manifatturiero e minerario. Paradossalmente i baroni non si erano mai interessati ad investire seriamente in questi settori e mettere in piedi vere e proprie industrie produttive, che avrebbero consegnato un prodotto finito, ossia plasmato dalla materia prima fino al prodotto lavorato e finito; nella mente del siciliano c’era, e c’è probabilmente, questa sorta di complesso d’inferiorità che la Sicilia sarebbe per sempre dovuta essere un mero produttore di materie prime. Solo verso la fine del XVIII secolo tra le carte archivistiche cominciano a vedersi testimonianze riguardo le solfare di Sicilia, esse erano, però, mal sfruttate e mal gestite.

L’economia risentiva, inoltre, di un deficit che per un‘isola era inaccettabile, si sta parlando della mancanza dei commerci marittimi. Perché non s’investiva sulla navigazione e sui commerci esteri? Nonostante gli incentivi promossi dal re, quali l’abolizione dei diritti di tratta e dei dazi doganali per il primo viaggio, mentre per i viaggi seguenti si sarebbe applicata una riduzione di due tarì per salma di diritto di estrazione. Nonostante le ingenti risorse economiche che i feudatari di Sicilia potevano impiegare nella costruzione dei vascelli, il problema che impediva il decollo di tale settore economico era l’ingombrante e perniciosa presenza dei pirati nei mari circostanti l’isola. In seguito, le politiche dei viceré di Sicilia cercheranno di arginare tale fenomeno e quindi dare uno slancio all’economia estera. Un ultimo aspetto che danneggiava non poco l’economia, era quella pratica dei magistrati, i quali, contro ogni legge del regno, commerciavano. Essere magistrato e commerciante nel medesimo tempo era un bel vantaggio, con la minaccia giurisdizionale riuscivano ad avere non pochi vantaggi in campo commerciale. Francesco Saverio D’Andrea individuò la causa di tale pratica «perché questo popolo, che per più secoli ha avuto il sovrano assente e lontano, non conosce altro potere che quello del magistrato».

D’Andrea, ne “Il ristoro della Sicilia” individua le aree da migliorare per incrementare l’economia dell’isola e renderla florida: curare l’agricoltura; migliorare i trasporti; migliorare i commerci marittimi; rendere perpetue le magistrature e abolire i diritti proibitivi che soffocavano i popoli dei feudi.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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