Assolutismo e statualizzazione del diritto

Nell’esperienza giuridica europea, il diritto romano, così come elaborato dalla
giurisprudenza medievale costituì un elemento di centrale importanza. Tutti gli ordinamenti politici europei, difatti, furono accomunati dalla ricezione, seppure a vario titolo e con varietà di vicende, di una medesima tradizione giurisprudenziale di matrice romanistica. In ciascuno degli ordinamenti europei, infatti, la presenza del diritto romano diede luce, come normativa comune e sussidiaria, a quel caratteristico sistema di fonti giuridiche che si qualifica come sistema di diritto comune. Circa l’organizzazione complessiva del sistema delle fonti, può dirsi che proprio il diritto comune, come blocco unitario, finì per contrapporsi ad una eterogenea molteplicità di diritti locali e particolari. Nel quadro giuridico europeo divenne sempre più nitida, dunque, la contrapposizione tra ius commune, inteso quale sintesi di diritto romano e di diritto canonico, e iura propria, ossia diritti particolari e locali. E fu, proprio rispetto a questi diritti particolari, che il diritto comune rappresentò un primo elemento di sostegno di quella uniformità giuridica nazionale verso cui, lentamente, gli ordinamenti politici europei tendevano, ma che, ancora, non erano in grado di realizzare compiutamente. Tuttavia, fu proprio con il progressivo accentrarsi dello Stato moderno, con il crearsi di correnti dottrinali volte a giustificare il governo autocratico e monocentrico del Sovrano, che il concetto di diritto comune cominciò a conoscere il suo declino. Ad entrare in crisi, fu, in particolar modo, l’idea che l’ordinamento giuridico potesse continuare a configurarsi quale regime pluralistico di fonti affidato esclusivamente all’attività interpretativa dei giuristi medievali.
Rispetto a questo quadro, dai connotati tipicamente medievali, cominciò a delinearsi un nuovo orizzonte. Da un canto, infatti, venne a configurarsi il nuovo concetto di diritto, inteso quale espressione della volontà del Sovrano e, dunque, legge dello Stato sovrano. Dall’altro canto, si profilò, con connotati progressivamente più definiti, l’immagine dello Stato inteso quale produttore esclusivo del diritto, con il conseguente e definitivo superamento dell’idea dell’ordinamento politico, mero conservatore di un eterogeneo e molteplice diritto ad esso precostituito. Prese così corpo il fenomeno della statualizzazione del diritto, ragion per cui lo Stato tese progressivamente a porsi quale unica ed esclusiva fonte del diritto. Fu, dunque, l’assolutismo monarchico, con la sua intrinseca volontà di sottoporre al controllo tutto l’ordinamento giuridico positivo ed i meccanismi di gestione del diritto, a cercare di risolvere il problema dell’unificazione giuridica facendo leva sull’idea della necessità di un intervento legislativo, diretto ed autoritario, proveniente dall’alto, quale unica ed esclusiva fonte del diritto. Spettava, infatti, esclusivamente al Sovrano, quale unica fonte del potere politico, e dunque normativo, fondare il diritto e dare vita all’ordinamento giuridico.
A tal proposito, è necessario, sin da ora, sottolineare che, proprio sulla base di questi principi, poté maturare il processo di codificazione del diritto: idea che poggia le sue basi sul fondamentale concetto di sovranità, e che appare tanto più ‘rivoluzionaria’, quanto più si consideri che essa si accompagna all’idea della necessaria sostituzione, graduale ma totale, di un diritto unitario per l’intero Stato alla pluralità delle fonti giuridiche esistenti.
Per comprendere come, lentamente, siano state poste le basi del nuovo edificio giuridico, è necessario richiamare gli aspetti generali della situazione di complicazione giuridica che fu caratteristica degli ordinamenti europei tra il secolo XV ed il XVIII.
In questo arco temporale, la situazione delle fonti del diritto si presentò caratterizzata nei seguenti termini. Da un canto, vi era il diritto comune, ossia il diritto elaborato dalla scienza giuridica medievale sulla base del diritto romano e del diritto canonico; dall’altro canto, vigevano i cd. iura propria, ossia tanti diritti particolari di matrice locale. Il rapporto tra queste due distinte sfere giuridiche si era articolato nel corso del tempo in maniera diversa. Nel corso del Medioevo, il diritto comune aveva rappresentato, infatti, la fonte principale, sicché gli ordinamenti particolari erano stati applicati esclusivamente in via sussidiaria. La situazione mutò tra il XVI ed il XVIII secolo, allorquando il rapportò subì una vera e propria inversione di tendenza. Il diritto comune cominciò ad essere applicato in via sussidiaria (così come precedentemente accadeva per i diritti particolari), mentre i cd. iura propria assunsero i connotati di diritto generale e principale (così come, in precedenza, era accaduto per il diritto comune).
Il perché di questa inversione tendenza è spiegabile alla luce della premessa di ordine politico cui si è fatto cenno. In un ordinamento politico di matrice statuale caratterizzato dal progressivo accentramento del potere nelle mani del Re, è ovvio che la legislazione, ossia la normativa generale dello Stato dettata dal Sovrano, doveva avere precedenza assoluta su tutte le altre fonti concorrenti: essa consisteva, infatti, in una lex superior che, in quanto frutto della volontà del Sovrano, non poteva tollerare alcuna interferenza da parte di altre fonti del diritto. In questo contesto, un intervento da parte di quest’ultime, ossia un riferimento alle fonti del diritto comune, poteva essere tollerato soltanto nell’ipotesi di lacuna nell’ordinamento giuridico e sempre qualora ricorresse il contrasto con il nuovo diritto di derivazione statuale.
Naturalmente, le importanti innovazioni che, progressivamente e in misura sempre crescente, si profilarono a partire dalla fine del XV secolo sul piano giuridico furono il frutto di un nuovo e più maturo panorama costituzionale ed ordinamentale che determinò una nuova fisionomia per l’Europa moderna. Sul piano politico, la condizione in cui versava l’Europa alle soglie dell’età moderna era estremamente complessa. Nei territori dell’area austriaca e germanica, sopravvivevano le vestigia del Sacro Romano Impero che, suddiviso al suo interno, in principati e città libere, era retto da un Imperatore nominato da sette principi elettori. Al di là dei confini dell’Impero, le grandi potenze accrescevano in misura sempre più determinante il loro potere.
A partire dalla seconda metà del XV secolo, superata la guerra dei Cento anni (1337-1453), la monarchia francese si era dimostrata sempre più impegnata a perseguire un progetto di unificazione finalizzato, all’esterno, a rafforzare la propria autorità nei confronti delle altre potenze, ed all’interno, a garantire l’autorità del Sovrano contro le pretese e le aspirazioni del potere feudale. Anche l’Inghilterra, superata la guerra dei Cento anni e la depressione conseguita ai conflitti civili durante la Guerra delle Due Rose (1455-1485), aveva cercato una propria stabilità. I Tudors erano riusciti nell’intento di rafforzare lo Stato garantendo altresì l’espansione marittima, commerciale ed industriale.

In Spagna il processo di unificazione nazionale aveva preso avvio da un evento di
straordinaria importanza: il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia aveva, infatti, riunito le due Corone. Nella penisola iberica, prendeva corpo una tra le più importanti potenze europee, intenzionata a realizzare senza mezzi termini un decisivo programma di unificazione nazionale. Nel 1492 (clicca qui per approfondire questo anno storico) la presa di Granada, ultimo baluardo islamico, segnò la definitiva cacciata dal suolo spagnolo degli arabi e, dunque, la definitiva affermazione del principio di unità nazionale.

Ferdinando e Isabella, i re Cattolici.

Ma, il processo di accentramento monarchico e di progressiva unificazione nazionale, in essere nelle principali potenze europee, si poneva in aperta antitesi con la condizione di estrema frammentarietà che ancora caratterizzava la penisola italica. Al nord, la Repubblica di Venezia e la Repubblica di Genova erano caratterizzate da un governo di tipo oligarchico: l’amministrazione ed il controllo dello Stato erano affidati ad una ricca e prestigiosa nobiltà cittadina chiamata a ricoprire ruoli di primissimo ordine nell’amministrazione dello Stato.
Sotto il governo della Corona Spagnola, si trovavano lo Stato di Milano, la Sicilia ed il regno di Napoli. Il potere dei Savoia si era poi consolidato in Piemonte, dando luogo ad un governo fortemente accentrato. A Firenze, la famiglia de’ Medici aveva, sin dai tempi di Cosimo I, stabilizzato il proprio potere determinando altresì un processo di unificazione territoriale che aveva consentito l’assoggettamento di alcune città comunali della Toscana, tra cui Siena e Pisa, che erano rimaste così prive della loro secolare autonomia.
Nei territori della Chiesa, infine, il potere si era consolidato nelle mani del Pontefice, che, anche a scapito degli altri corpi intermedi, aveva avocato a sé ogni potere sovrano (clicca qui per approfondire la creazione dello Stato Pontificio).

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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