Curia mercatorum: la giustizia tra i mercanti

Fonti del ius mercatorum furono gli statuti corporativi, la consuetudine e la giurisprudenza della curia dei mercanti: un complesso normativo che, direttamente creato dalla classe mercantile senza mediazione della società politica, si impose in forza di una classe, non già nel nome dell’intera comunità. Secondo la celebre indicazione del Galgano, le regole del commercio si sottrassero alla «compromissoria mediazione della società politica; esse poterono, al tempo stesso, varcare i confini comunali ed espandersi, come regole professionali della classe mercantile, fin dove si estendevano i mercati». Lo ius mercatorum, dunque, era diritto speciale, ma al tempo stesso universale, capace di rispondere alle richieste di una realtà aperta e problematica. Quei due caratteri potevano coesistere, perché quel diritto era nato dalla prassi, nel tentativo di trovare le soluzioni più adatte a rendere flessibili e produttivi i rapporti tra i mercanti. L’autonomia e la specialità del ius mercatorum, testimonianza del particolarismo giuridico tipico dell’Antico Regime, trovavano il loro fondamento nel ruolo protagonista, ed a tratti anche egemone, di quanti si dedicavano al commercio. La loro attività andava disciplinata secondo principi e criteri coerenti con gli obiettivi di produttività e d’efficienza che essi si prefiggevano. Al dir fuori di quell’ambito, era del tutto ovvio che continuasse a vigere un diverso e distinto diritto. Dell’utilità e necessità di uno speciale ius mercatorum ebbe lucida consapevolezza la stessa scientia juris medievale. Nella seconda metà del Trecento, Baldo degli Ubaldi, una delle voci più autorevoli della scuola del Commento, aveva chiaramente indicato che «inter mercatores non convenit de iuris apicibus disputare, sed de mera veritate et consuetudine mercantie». I cavilli ‘apicali’ dei giuristi non aiutavano i mercanti: la concretezza di quei rapporti trovava il proprio essenziale regolamento nella costante consuetudine mercantile. In altri termini, ai mercanti non ‘conveniva’, utilizzando l’espressione di Baldo, discutere ma più abilmente operare.


La specialità, dunque, del diritto mercantile, lungi dall’essere frutto di una convenzione giuridica, nasceva sul piano fattuale dalla necessità di regolare dei rapporti che rimandavano ad un autonomo sistema di principi. Tuttavia, quale significato avrebbe potuto avere l’autonomia del diritto dei mercanti se, nel caso di una controversia, il giudizio fosse stato rimesso all’ordinario corso della giustizia?

Nell’originaria organizzazione interna delle corporazioni, questa preoccupazione era stata risolta prevedendo che alcuni consoli, deputati al governo dell’arte, fossero eletti periodicamente dalle assemblee dei soci per svolgere anche funzioni giurisdizionali. In tal modo, tutte le controversie tra gli associati su questioni inerenti all’esercizio della professione finivano per essere sottoposte ai giudici corporativi. Come s’intuisce, era una giurisdizione dai caratteri peculiari: piuttosto che essere amministrata da giuristi di professione, il suo esercizio era demandato esclusivamente ad esperti del mestiere. Grazie all’azione di questi ultimi, nelle curiae mercatorum si riusciva ad agire in una duplice direzione: per affermare e diffondere le consuetudini mercantili, e, contemporaneamente, per creare e dar forza a nuovi istituti giuridici diretti a regolare esigenze prima sconosciute: dall’assicurazione alla cambiale sino alle svariate tipologie contrattuali sorte per aggirare il divieto d’usura. Gli uomini che affermavano quella giustizia erano esperti del mestiere e ben conoscevano sia le antiche consuetudini sia i nuovi contratti, perché praticavano tanto gli uni quanto gli altri ogni giorno. Le regole procedurali si modellavano in modo da essere funzionali alla realtà operativa dei mercanti ed a riflettere, in fase d’accertamento del diritto, i caratteri della consuetudine mercantile che, in molti casi ed in misura via via crescente, gli stessi tribunali mercantili contribuivano a creare ed a diffondere. I giudici mercanti legittimavano la prassi mercantile attraverso l’utilizzo che ne facevano nella curia e le davano cittadinanza nel mondo giuridico prima ancora che essa giungesse alla dottrina per essere elaborata.
Sin dal secolo XIII, diversi statuti delle città italiane cominciarono a fare riferimento ad una nuova procedura definita, a seconda dei casi, ‘espeditiva’, ‘sommaria’, ‘alla mercantile’. Le prescrizioni sulla brevità e sommarietà del giudizio avvicinavano questa giustizia a quella introdotta nel diritto canonico per le cause interne alla gerarchia ecclesiastica.
Tuttavia, essa ebbe ben presto vita autonoma e largo successo. Ne offre conferma l’ampio spazio dedicato ad essa dall’autorevole Bartolo da Sassoferrato nel trattato De summaria cognitione commentarii. A giudizio del celebre commentatore, il nuovo processo realizzava il fondamentale fine della rapidità, sostituendo le solennità rituali e formalistiche del processo romano-canonico con nuove formule giudiziarie più snelle e veloci. In curia mercatorum il giudizio doveva avere luogo breviter, senza dilazioni ed inutili rinvii; l’accertamento del diritto doveva essere sommario: erano a tal scopo ridotti anche gli strumenti probatori utilizzabili. Il processo doveva essere celebrato sine strepitu, cioè senza coinvolgere inutili schiere di testimoni, e più in generale, doveva avvenire sine figura iudicii, ossia senza che neppure fosse evocabile l’immagine di un ordinario processo. Nasceva così, come dirà Goldschmidt, una nuova procedura «pronta, innanzi a giudici esperti negli affari».

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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