Genovesi a Carlo De Marco, Casa 23 dicembre 1768

“Ill. mo Sig. rimo, Sig.ree Padrone Col.mo, Eviva! Avete stuzzicato un vespaio, che Dio vi liberi, se vi scappa di mano il flagello. Per tutto Napoli si dice che volevate abolir le Decretali; che ve ne siete consigliato colla Camera Reale (oh vedete quanto questo passo è generoso): che questo venerando Tribunale vi ha condannato. Quel ch’è ancora peggio pe ’l vostro onore, cinque o sei cattedratici regi portano in trionfo per tutti i ridotti un certo foglietto anonimo scrittovi in confidenza da un Amico, e da voi trasmesso alla Camera: trattano da eretici il vostro anonimo Amico e voi, e da ignorante voi, come se senza il soccorso di questo anonimo non aveste saputo pensare alla caterva di tutti i pregiudizi e guai che ora soffrono i principi Borboni. Tutto è grida, e mormorii; chierici, frati, monache, divori, pensionari di Roma, magistrati, paglietti, medici, tutti sono per un verso scandalizzati di questa novità regia. Si quis Decretalibus maledixerit anathema sit: e questo significa anatema alla Corte di Francia, di Spagna, di Portogallo, di Parma, di Modena, di Milano, di Venezia, del re delle due Sicilie, le quali Corti non che abbiano maledetto, ma hanno malfatto alle Decretali e massimamente al Capitolo: Ecclesia S.ae. M.ae de Constitutionibus, e alla bolla In Coena Domini. Ma dall’altra parte avendo essi saputo, che abbiate perduto la lite in un tribunale inappellabile, vanno lieti e baldanzosi dicendo: ora bisogna riprender vigore, e dimostrare a questi vani intraprenditori che la forza delle Decretali non si rintuzza senza accrescere l’elasticità. Ora è tempo di svegliarci e metterci in tutta l’aria della nostra monarchia, ora che la Camera, e ‘l Consiglio di stato è dal canto nostro. A dirla, avendo letto il biglietto del vostro anonimo Amico, non ho potuto approvare la temerità ed indecenza delle frasi, con cui si spiega. Avea anche io creduto di più per quelle parole, il «cuoio della gran bestia», se non mi fossi ricordato che il profeta Daniele nel cap. 7° delle sue profezie ha egli medesimo chiamato «bestias grandes» le quattro bestie che rappresentavano le quattro monarchie, la più grande delle quali bestie, ch’era il toro, avendo le zampe, i denti, e dieci corna di ferro, onde consumava tutto, era il rappresentante della monarchia de’ Cesari, sul cui modello fu poi da Ildebrando ideata ed eseguita da Innocenzo III, la monarchia spirituale e temporale della Corte Romana. Che che sia di ciò, sel vegga questo imprudente ed impaziente anonimo vostro Amico: Ma come stamatina non ho che fare ed i romori della città mi hanno fatto in questi giorni da commerciante decretalista, vo’ dirvi segretamente quel che mi è paruto di questo corpo di leggi pontificie, senza intanto scemar di un iota il rispetto dovuta alla S.ta Sede ed al Sacratissimo Regio Consiglio. Perché chi son io, che un ridicolo pedante? Se dunque ho a dirle, come mi pare, tutte, e da’ tomi delle Decretali, le ho trovate sì avverse e distruttive di tutti i regni cattolici, che non ho potuto eccettuarne un sol capitolo, benché mi studiassi di farlo, che non ferisca, o di fronte, o a destra, o a sinistra, o di coda principi, leggi, magistrati, vescovati, proprietà de’ popoli, libertà. Ho veduto più lo spirito e le massime, su cui son fondate dalla prima all’ultima tutte le Decretali, che i casi, ed ho trovato che queste massime e questo spirito fondano apertamente una monarchia dispotica, spirituale di tutta la Cristianità. Questa monarchia considera come servi imperadori, re, e principi assoluti, perché il papa è il sole, che luce da sé; gli altri sovrani sono lune, che non hanno che un lume precario, secondo una frase d’Innocenzo III. Quindi il papa medesimo nel capitolo Venerabilem de electione et electi potestate si attribuisce solo l’autorità di esaminare imperadori e re, per approvarli e riprovarli, secondo che li ritroverà degni o indegni di regnare. Da questa sorgente vengono fuori tutte le Decretali. 1° Non solo non si fa conto alcuno del Codice ricevuto dalle leggi civili, fondamento del principato, ma si toglie in infiniti luoghi la potestà legislativa a’ sovrani con diversi pretesti. Or un principe senza facoltà legislativa è il tiglio di Fedro mandato da Giove alle rane. 2° Queste medesime Decretali, avendosi attribuito il ius privativo del giuramento (toto titulo de iure iur.) sottraggono dalla legislazione civile tutt’i contratti e patti giurati; e perché le leggi non sono che patti giurati e contratti (Sponsio Reip. communis), dice Papiniano, invadono tutto il regno delle leggi. 3° Legano le mani a tutti li magistrati civili, prima per le persone, case, fondi, beni, mobili etc. degli ecclesiastici, e appresso per mille titoli avendo usurpato i fondamenti, e la materia delle leggi civili, sponsali, nozze, impedimenti, divorzi, legitimità ed illegitmità di natali, adulterii, incesti, parricidii, usure, sepolture etc. Chi potrebbe dir tutto? Inoltre concedendo l’appellazione de’ magistrati secolari al foro ecclesiastico: «velut ab iniusta sententia», ed anche per l’eccezione «unde vi». E di più per motivi d’interdetti generali, e particolari per scommuniche maggiori e minori, e son tante le causa, per cui si scommunicano, che io darò un zecchino per ogni giudice laico che non sia scommunicato «nec maiori, nec minori excommunicatione», perché i suoi atti possano essere validi. Dunque tutti i titoli De iudiciis, De foro competenti, De sententia excomunicationis, De censuris, De haerecticis, De immunitatibus, et liberatoribus Ecclesiae sono ritorte dal foro laicale. 4° Tutte le Decretali, se più tinte in volto di celeste pietà dell’arcivescovi, de’ vescovi, de’ capitoli, de vicari, de’ frati e suore, de’ legati, e di delegati etc., e di tutte le cause puramente ecclesiastiche, sono l’abolizione del vescovato, perché tutte le Chiese «per orbem sparsae iure comuni pertinent ad Romanam Ecclesiam», cap. 10 Privileg, in 6°. Rovin dello stato, che viene ad essere spogliato per l’appellazione, le vacanze in Curia, le aspettative, le future, le grazie, le dispense, le visite dell’inquisitori ecc. 5° Tutti i popoli finalmente sottomessi alla monarchia delle Decretali sono servi tremanti per que’ titoli De haereticis et scimaticis, de magia, de sacrilegio, per tutte le Decretali di Bonifacio VIII adornanti il Sant’Officio, per que’ interdetti generali etc. E schiavi i principi, nobili, facchini, e tutti li loro beni, mobilia et immobilia, sono «res vectigales populi Quirituum» per mille titoli, e principalmente, per quelli De decimis. Oh madonna! un povero soldato vi è per una Decretale obligato pagar la decima delle quattro grana, e del suo biscotto. Io non so se tra noi questo libro si legge, e se si legge colla vera chiave, ch’è della monarchia universale. Chi vuol scommettere, son pronto dieci once contro una, se uno mi trova una Decretale, che non batte il rex e le leggi civili, o il foro secolare, o il vascovado, o la proprietà, o sicurtà de’ popoli, o di fronte, o di fianco, o di cosa, e che non trascini tutto a Roma. Mi hanno detto che voi fate un indice delle cattive: volete il mio consiglio? Un ago di saccone, due matasse di spago, infilate dalla prima all’ultima, e poi scrivete il titolo delle Decretali perniciose: «Oh curas hominum». Io venero ed amo il sovrano, amo la mia padria; ma poi non sono che un povero pedante, e fo debiti per vivere. Ho l’onore di essere costantemente di V. S. Ill.ma Div.mo ed Obb.mo Serv.re Antonio Genovese. Casa, 23 dicembre 1768.”!

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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