Genovesi a Carlo De Marco, Napoli 21 dicembre 1768

“Eccellenza, Io mi trovo in una tempesta populare senza aver pensato mai di dover esservi, V. Ecc.za sa come. Ma poiché «iacta est alea» senza ch’io avessi voluto giuocare, ancorché vecchio e malaticcio, ho tuttavia bastante coraggio da sostenere il mio giudizio al posto dato dalla Maestà del re. Mi vado persuadendo che la provvidenza non mi mettesse nell’animo quell’istinto (ch’io non saprei dire donde in me venisse) che per fare il più gran servizio, che facesse mai altri al suo sovrano e alla sua padri: qui dappertutto passo per denunciatore delle Decretali. V. Ecc.za conosce se il sono stato. Si dice che la Camera Reale sostenga nel suo parere come necessario allo stato questo Codice di leggi della nuova Monarchia della Curia Romana; che riconosca nondimeno esservi alcune Decretali pregiudizievoli alla giurisdizione de’ sovrani, ma che si sanno e si confutano. Dunque una delle tre, o questo rispettabile per altro Tribunale non ha letto le Decretali, o non l’ha intese, o tradisce il re. Io dico il mio sentimento con franchezza quando si tratta di servire il re e la patria. Vi ha alcune Decretali pregiudicevoli? Bella. Che la Maestà del re ordini alla Camera che presenti una lista di queste Decretali. Come purgare «Augiae stabulum»? Vuol Ella V. Ecc.za che io le dica che mi paiono le Decretali? Una processione di Crocesegnati tutti o scovertamente, o di sotto i grandi zimarroni armati a fili di rasoi, i quali escono con molta apparente compostezza e divozione del Vaticano, girano pe’ quattro cantoni della terra, stronizando sovrani, bruciando tutti i codici di leggi, spogliando tutti i magistrati civili della loro giurisdizione, e tutti i vescovi della loro autorità, dichiarando «Vectigales populi romani» tutti i popoli e tutti i loro fondi, e scopando finalmente le nazioni fino de’ bricioli delle loro ricchezze, e così menando seco alla volta di Roma. Popoli debellati e regi oppressi rientrano nel Vaticano carichi di prede delle quattro parti del mondo. Giustificherò quest’immagine colle Decretali alla mano quando si voglia. Ma debbo toccarlo per mio onore in questa lettera, che mi prendo la confidenza di scriverle. Potrebbe parere ardita. Ma torno ad umilmente dirle ch’io servo al re e alla patria, e dirò anche alla gloria di V. Ecc.za. Poche Decretali da pregiudicare! Mi perdoni la Camera. Come traete da queste compilazioni, ch’io ho voluto rileggere studiosamente a questi giorni, come ne traete i titoli preliminare De summa Trinitate et fide catholica, e neppur questi, se si guarda il fine, che si ha avuto nell’allogarvigli, tutte le Decretali o apertamente, o di soppiatto, tendono a quei cinque fini della processione de’ Crocesegnati. Ma non attendo alle decisioni de’ piccoli casi; questo è di forense e curialista; riguardo le massime e il fine delle massime. Or queste massime questo fine distruggono, in prima, ogni principato. Chi non vede in questo Codice che la Curia di Roma vi prende l’aria di monarca universale, e non lascia ai principi cristiani che il posto di proconsole, di pretore e in molti casi di questore «domus Caesaris», o non legge, o non comprende. È una Decretale che dice che il papa è il sole, i principi la luna, che non hanno lume che di riverbero e quanto loro ne comparte il sole. È una Decretale quella dove si fa sapere che il papa si unge in capo col crisma, i principi sulla spalla con l’olio comune, per mostrare quanto questi siedo a quello inferiori. Una Decretale sostiene che al papa tocca il ius di ungere l’imperatore e i re, e ch’egli solo abbia il diritto di esaminargli se son degni o no di governare, e perciò di approvargli o riprovargli. È una Decretale dove si depone l’imperatore Federico II in comprova dell’imperio diretto dal papa su tutti i sovrani. Il fatto, non ha dubbio, è temerario: ma la massima e l’abuso della S. Scrittura è empio. «Data est mihi omnis potestas in Coelo et in Terra», dice di sé Cristo. Il papa nel Concilio se n’investe. Era dunque il Cristo di Dio Padre? Né differente da queste massime fu la pratica di molti secoli. Se nelle presenti occasioni non han pensato a deporre il re di Portogallo e i principi Borboni, e principalmente il re delle Sicilie, non è stata mancanza di buona volontà (ne son certo) ma una timidezza del Capo. Conseguenza di questa monarchia universale è l’abolire ogni legge civile che non va all’umore della Curia. Le Decretali hanno anche qui parlato chiaro. «Translato sacerdotio translata est lex.» S. Paolo parlava della legge rituale e giudiziale degli Ebrei. Qui si mette quasi in fronte al Codice, per far sapere al mondo, dice la rubrica, che «potestas legum condendi et mutandi est penes solum Vicarium Christi». Né è detto solo, è praticato. Ovunque le pretensioni della Corte di Roma sono urtate dalle civili, le Decretali ordinano «non attendentes ad leges». È il presente spirito di tutti gli ecclesiastici, e de’ loro divoti, tra quali si può mettere onoratamente la Camera Reale. E perché i papi proibirono allo Studio di Parigi di insegnar leggi? Perché di studiarle ai chierici e ai frati? Perché tutte e tre le collezioni di Gregorio IX, di Bonifacio VIII, di Giovanni XXII sono dedicate allo Studio di Bologna, unico studio allora famoso per le leggi? Bastano, dicono, le leggi canoniche. Volevano abolire i codici giustinianei. Né creda V. Ecc.za che i tempi sieno più ragionevoli tra noi. Il papa, dice nel suo Busembau monsignor Liguori (ed è stampato in Napoli), può annullar tutte le leggi di tutti i sovrani della terra. Ogni legge civile (dice M. Gagliardi nelle opere sue canoniche pur qui edite, e da un cattedratico regio) contraria al ius canonico (cioè alle Decretali) è nulla e irrita, e’l papa l’abolisce per la potestà indiretta. Tocco, e passo. Domanderei al rispettabilissimo Magistrato della Camera: dove regnano le Decretali, è egli magistrato ponteficio o regio? Che legge cogli occhiali? Si sa che per le leggi civili de’ codici giustinianei chierici, frati, laici sono egualmente cittadini. Essi, i loro beni, i loro fatti, le loro causa civili o criminali son del foro delle leggi, cioè del principe. Chi non sa questo non è magistrato. Ma i papi autori delle Decretali abusandosi ogni giorno più dell’arbitramento dapprima concesso al sacerdozio, quindi di certi privilegi di principi cattolici e pii, e smaltendo appresso costituzioni principesche coniate alle fucine dell’impostura, sottrassero alle leggi e al foro laicale tutti gli ecclesiastici, e tutti i loro servitori, lavoratori, feudatari come gli chiamano, con aria monarchica; non toccate loro neppure un pelo: «laicis non est necessitas parendi, non auctoritas imperandi», dice Decretale. Né qui finì, o finisce ancora. Sponsali, nozze, impedimenti (e gli stendono all’infinito), divorzi, nascita, legittimità, o illegittimità, sepultura, tutto è del loro foro. È poco. Tutti i grandi delitti, eresia, sospetto d’eresia, cioè ogni opinione che loro non piace, magia e sospetto di magia (questi sospetti poi, Dio ne liberi, non hanno fine), stregoneria, fattucchieria, usure, simonie (rete dove possono inviluppare laici, chierici, frati), bestemmie, adulterii, concubinati, parricidii e delle volte semplici omicidi… chi direbbe tutto? Tutto secondo le Decretali è del foro ecclesiastico. Che più? Si può appellare al foro ecclesiastico dal laico, colla rubrica «velut ius iniusta sententia», e anche (maraviglioso ritrovato per estinguere tutto il vigore della magistratura civile) per l’eccezione «unde vi». Ma poi tutti tutti e in ogni causa possono appellare ad Sanctissimum. Se il papa è vicedio secondo le Decretali, qual principe ardirà di dire ad un vassallo: non voglio che appellate a Dio? Nella teocrazia delle Decretali non v’è altro re che Dio, né altro primo ministro che il papa vicario di Dio. «Coelum coeli Domino, Terram autem dedit filiis curiae romanae.» Riferiscono alcuni storici del tempo che uscite le Decretali per molto tempo il foro laicale non faceva che vender ventagli per cacciar le mosche. Poche Decretali pregiudicevoli! Che dicono, questo no. Vediamolo nel quarto punto. Le più sante e modeste (in volto) Decretali son quelle che regolano i giudici ecclesiastici. Ma queste sotto il volto di fra Ciappelletto n’hanno i fatti. Tutte le Chiese «per orbem sparsae», dice una Decretale, «pertinent ad Ecclesiam romanam». Il papa è l’unico proprietario di tutte. Un’altra dice: i benefici vacanti in Curia con ispezialità appartiene al papa di provvedergli: ma egli poi ha il potere intrinseco di provvedere a tutti, ed è una grazie se ne lascia l’arbitrio ai capitoli, ai patroni, agli arcivescovi. Crederemo noi, che questa monarchia spirituale universale, che distrugge la ierarchia aristocratica, non importi nulla ai sovrani e agli stati? Io non vo’ dir qui i disturbi di Germania, di Francia, di Torino del secolo passato e del principio di questo: ma cominciano adesso a vedere e sentire questa pressione i Portoghesi, né dubito, che se le presenti contese vanno a lungo, non sieno per sentirla gli Spagnuoli, e noi altri. Che comincino a morir de’ vescovi, e poi ne riparleremo. Io finisco col vedere rientrare nel Vaticano quella processione di Crocesegnati, cioè col quinto punto. Dove vanno poi a terminare tante belle e caritatevoli leggi di questo codice? A rendere vettigali principi e popoli. È leggiadra comparsa ed ha del magico quel vedere tutte queste corti convertirsi in oro, perle, diamanti, argento, ed esser trascinate modestamente alle volte della Curia da quei benediteti santoni di Crocesegnati: sospensioni, interdetti, scomuniche, contese civili, contese criminali, eresie, magie, fattucchierie, stregonerie, bestemmie, incesti preticidii, fraticidii, parricidii di sovrani, delitti di maestà, beneficii, benifondi, nozze, impedimenti, divorzi, legittimità o illegittimità, fama, infamia… mi si annebbia la vista per la lunghezza di questa processione: tutto, tutto, tutto ha un’appellazione iure comuni (questa è pur bella) alla Curia; e tutto, virtù, vizio, diritto, beneficio, tutto vi devien denaro. «Oh urbem venalem et emptori paratam», diceva della gran bestia, del toro di Daniele profeta, le cui spoglie sono le Decretali, il re Iugurta dando le spalle a Roma pagana. Ma dove ho lasciato le Decretali di Bonifacio VIII in 6°, che istruiscono i pretori, i proconsoli, i questori della monarchia alla decorazione del S. Offcio? Dove le confiscazioni, gli spogli, le depredazioni, l’avvilimento de’ popoli e de’ re, anzi la schiavitù, a cui menano? V. Ecc.za mi dica ora, se io ho errato con dire che se è vero quel per Napoli si sparge del parere della Camera R.; o questo venerando Tribunale non ha letto il codice delle Decretali, o non n’ha compreso lo spirito, o non ha fedelmente servito il sovrano e la patria. Io mi protesto ch’io venero la ierarchia lasciata in terra da Giesucristo: che venero la S. Sede e’l primato di S. Pietro e de’ suoi successori, benché ne’ limiti de’ canoni della Chiesa universale: ch’io non ho veruna particolar causa di essere avverso alla Curia Romana; non sono stato mai né avaro e avido, né ambizioso, di che ninno può meglio giudicare quanto V. Ecc.za che mi conosce «intus et in cute». Ma sostengo nondimeno che per onore della S. Sede, pel credito della Santa Religione Cattolica, per sicurtà de’ Sovrani, per restituire ai pastori della Chiesa di Giesucristo la divina loro autorità, ai popoli la loro proprietà e l’ilarità de’ cuori, al foro laicale il vigore delle leggi civili, indebolite, anzi infrante dalle Decretali, li converrebbe che tutti i principi cattolici si unissero non solo ad abolirne le scuole, ma ogni autorità forense, facendo compilare un codice di canoni della Chiesa Universale, e mettendovi di certe savie Decretali, ma senza coda, né ale, né per l’imperio di ius di protezione della Chiesa, da nessuno lor conteso, autorizzandolo «in scholis et in foro». Perché, signore, sovranità e Decretali sono, per chi ben considera, un contradditorio che non può in natura sussistere senza perpetua guerra e senza continua desolazione de’ popoli. Come non l’ha veduta la Camera Reale, o piuttosto (perché tal è la voce di Napoli) quel regio cattedratico di leggi, che ha scritto, e consegnato a trascrivere al Presidente del Consiglio quella sorte di parere? Se non che quest’uomo, ch’io non ho mai riputato né buon vassallo né buon cittadino, ha più profonde cagioni da opporsi per privata vendetta, e per particolare interesse, allo interesse del principe e della patria. Perdoni V. Ecc.za la lunghezza di questa lettera al fervente desiderio che nutrico di rendermi, in quel che posso, utile al re e allo stato, e di difendere dalle sciocche e buffonesche voci la vostra gloria. E pieno di eterna rimembranza degli effetti ricevuti dalla vostra beneficenza e umanità, con profondissimo ossequio mi protesto come s.r Di V.Ecc.za, Napoli 21 dicembre 1768. Umiliss.mo e ob.mo S.r Antonio Genovesi.”

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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