Genovesi a Giuseppe De Sanctis, Napoli 23 novembre 1754

“Nel dì cinque del corrente feci il mio discorso preliminare, o sia l’apertura alla nuova cattedra con uno straordinario concorso, tuttoché io non avessi fatto invito. Parlai un’ora, non solo senza niente aver mandato a memoria, ma senza aver niente scritto di quello che dissi. Con tutto ciò il discorso fu ricevuto con applausi, e subito diffuso per tutta la città. È stata bella: alcuni volevano copiarselo, e io non ho potuto lor dire che dopo averlo detto n’aveva perduto anche l’originale (perché avete a sapere che dalle state passate mi s’è indebolita molto la memoria per due mesi di capogiri). Ben però penso con più comodità stampare un Discorso generale sul commercio. Il giorno seguente cominciai a dettare. Grande fu la maraviglia in sentir dettare italiano. Sicché essendomene accorto nello incominciare la spiegazione dovetti cominciare da’ pregi della lingua italiana, e urtar di fronte il pregiudizio delle scuole d’Italia. Il nostro… il giorno seguente informato della mia lezione, parlò i pregi della lingua greca, e conchiuse che si doveva leggere, scrivere e pensare pretto pretto greco, e abbandonare tutte le altre lingue. Ecco una guerra civile. Che ne dite voi? La mia scuola è sta sempre piena in guisa che molti non ci hanno trovato luogo: ma la maggior parte sono uditori di barba, e di vari ceti. Gli scriventi sono circa 100. I giovani non ancora intendono tutta l’utilità di queste materie, e dove non si sente citar Giustiniano, o Galieno, non troppo sentono del gusto. Ma si vuole andare avanti con coraggio: si ha da rompere questo ghiaccio. Gran moto è nato da queste lezioni nella città, e tutti i ceti domandano de’ libri di economia, di commercio, di arti, di agricoltura, e questo è buon principio. Quel che mi piace è che in Corte ci ha de’ confidenti del sovrano, che se ne informano con diligenza. Tempo però coloro che non intendono il vero utile del sovrano e de’ suoi vassalli. Dio mi salvi da qualche burasca. Per me son risoluto di sacrificarmi alla gloria e ai vantaggi del monarca e de’ suoi sudditi. Ho veduto il signore Sgariglia, e l’ho raccomandato al suo giudice. Ma ha cattiva causa. Che volete, che m’impegni contra la giustizia? Potremmo essere più amici? Serviamo puramente ambedue questa Santa Divinità, e desideriamo che il signore Sgariglia si lasci meno trasportare da’ suoi puntigli. Il primo punto d’un uomo onorato è di essere giusto. Scrivetigli che si accomodi. Di Napoli li 23 di novembre 1754″.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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