I grandi tribunali

Conseguenza del particolarismo giuridico (clicca qui per leggere) furono i Grandi Tribunali, espressione più evidente del tentativo di realizzare un riassetto verticistico e centralizzato delle istituzioni e, più in generale, del potere. Un tentativo che rinnovò completamente l’organizzazione delle precedenti corti medievali.

E’ bene osservare che il tentativo di riorganizzazione poté avere esiti solo parziali perché le corti medievali, già operative, continuarono a funzionare ed a rappresentare un elemento di frammentazione del diritto, ancor più dannoso e pericoloso perché attivo sul piano operativo. Nonostante questo indubbio limite, i Grandi Tribunali rappresentarono certamente un’innovazione forte ed importante sin da subito ed incisero profondamente anche sulla funzione del giurista nel senso di una sua progressiva ‘pubblicizzazione’. Infatti, era ovvio che alla creazione di tribunali centrali dello Stato, al cui interno sedevano professionisti del diritto, corrispondesse una progressiva diminuzione di importanza e di prestigio del giurista privato, la cui opinione era destinata a restare soltanto privata, ed una invece crescita di prestigio del magistrato incaricato di fare giustizia in nome del Sovrano. Uno dei più potenti Grandi Tribunali d’Europa fu certamente quello francese: il Parlamento di Parigi. Esso si pose sin dalla sua creazione quale sommo custode, interprete e difensore delle leggi fondamentali dello Stato. Sulla base di questo presupposto, è facile comprendere come esso riuscì ad operare non soltanto quale tribunale ordinario ma, con la pretesa di rappresentare l’unico potere e l’unica autorità capace di rappresentare gli interessi comuni, quelli dell’intera collettività. Il Parlamento di Parigi si arrogava, per questa via, la capacità d’intervenire, in ogni materia, normativa, legislativa, finanziaria ed amministrativa, in sostanza ogni spazio della politica era rigorosamente occupato da quella magistratura. Grazie a questa capacità di penetrazione, appare chiaro ed evidente che l’attività dei giuristi francesi fu fondamentale per l’affermazione dell’assolutismo monarchico. E si può dire che la funzione di questi giudici divenne a tal punto rilevante che lo stesso potere del Sovrano, per quanto assoluto, doveva – per essere legittimato – passare attraverso quella sorta di filtro che il Parlamento di Parigi rappresentava. Qualche esempio pratico può aiutarci a cogliere il senso di questa affermazione. Prima di tutto, la maggior parte degli editti e dei provvedimenti regi era sottoposta alla registrazione del Parlamento. In questo modo, la stessa volontà regia era sottoposta al controllo degli organi tecnici, che – attraverso la registrazione – esprimevano il loro consenso, la loro approvazione formale ma anche sostanziale, all’operato del Re. Quel diritto, chiamato ‘diritto d’interinazione’, non si esauriva in un controllo meramente formale ma in una potente arma politica. Qualora, infatti, i supremi magistrati avessero avuto delle rimostranze o delle osservazioni critiche da opporre, era in loro potere di farle e se il Sovrano, sollecitato dal Parlamento, avesse dimostrato ostilità ad accogliere i suggerimenti, il Parlamento – lungi dall’attenersi passivamente a tale voluntas principis – avrebbe potuto reagire rimettendo il provvedimento nuovamente allo studio del Sovrano. E di fronte all’ostilità di questi, era in potere del Parlamento procedere ad una registrazione con clausole restrittive che di fatto avrebbero esaurito e limitato fortemente la portata e l’efficacia delle leggi. Anzi era proprio per evitare che il Parlamento eccedesse nell’utilizzo dei suoi poteri che il Sovrano era garantito da un ulteriore strumento: il cosiddetto lit de justice. Di fronte ad un atteggiamento troppo autarchico dei magistrati, il Sovrano poteva convocare il Parlamento, ed in quella sede dichiarare che la propria volontà era assolutamente superiore a quella dei suoi ministri. In quel caso, i poteri di giustizia erano formalmente riassunti nelle mani del Re, sicché il Parlamento, spogliato dei poteri delegatigli dal Re, perdeva integralmente le sue funzioni e non poteva che procedere alla registrazione. Tuttavia, è d’obbligo apportare un chiarimento: è ovvio che, essendo il Parlamento l’organo giurisdizionale supremo, chiamato ad applicare le disposizioni regie, qualora il provvedimento registrato fosse stato sostanzialmente sgradito ai suoi membri, questi certamente non ne avrebbero fatto applicazione, esautorando sul piano concreto e dei fatti il potere del Re. L’esempio del Parlamento di Parigi si presenta così utile per almeno due motivi. In primo luogo, aiuta a comprendere di quale forza innovatrice furono dotati i Grandi Tribunali nell’Antico Regime. In secondo luogo, ci offre una straordinaria testimonianza di quel rapporto dialettico tra potere sovrano, per così dire legislativo, e potere giudiziario, che, nel corso della storia dell’esperienza giuridica ha assunto in diversi momenti i caratteri di un vero e proprio braccio di ferro.

Nell’ambito della scienza giuridica, l’importanza crescente dei grandi tribunali portò ad una progressiva ed inesorabile diminuzione di importanza dei consilia e ad una crescita di interesse nei confronti delle raccolte di decisiones. Le nuove compilazioni di decisiones, infatti, avevano un duplice pregio: prospettare una ricca casistica cui il giurista poteva attingere e rendere possibile l’individuazione degli orientamenti giurisprudenziali delle corti. In altri termini, il riferimento alle decisiones delle grandi corti di giustizia rendeva prevedibile con buona approssimazione quello che poteva essere l’atteggiamento del collegio con riguardo al caso d’interesse. E non va taciuto che l’autorevolezza generalmente assunta dai supremi organi centrali, che furono anche dotati di rilevantissimi poteri discrezionali ed equitativi, favorì il formarsi all’interno degli Stati di una potente casta di magistrati di elevata preparazione tecnica e di notevole influenza politica determinando una crescita di importanza ed una decisiva prevalenza della giurisprudenza giudicante.

Per questa via, da un lato si consolidarono i cd. usus fori che concorsero ad accentuare sempre più il complessivo fenomeno di prammatizzazione del diritto; dall’altro, così come già precedentemente era andato declinando nella prassi l’astro del doctor universitario, allo stesso modo, con la creazione dei grandi tribunali, cominciò ad entrare in crisi la figura ed il ruolo del giurista consulente, passato in secondo piano rispetto al magistrato.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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