I Viceré di Sicilia: Domenico Caracciolo

Il Marchese Domenico Caracciolo, il viceré filosofo, così è passato alla storia, dopo aver risieduto in varie città tra cui Torino e Londra, che hanno contribuito alla sua formazione, e in cui riscontrò, inevitabilmente, degli aspetti sia positivi che negativi. Negli anni ’70 del XVIII secolo, era ambasciatore del Regno di Napoli a Parigi. In tal ambiente si trovava particolarmente a suo agio, Parigi era una città a lui confacente, in cui i suoi ideali e le sue aspirazioni, avevano trovato terreno fertile, tra le idee e le radici del pensiero illuminista. Nella capitale francese, oltre alla soddisfazione intellettuale, il Marchese, aveva trovato soddisfazione in svaghi, ed eventi mondani di cui ne era divenuto un celebre personaggio.
Così scriveva di lui, uno dei madomcar1ggiori illuministi, il Duca di Levis: «On n’a jamais été plus brillant que cet italien». Potremmo continuare citando altri personaggi, tra cui Diderot, Necker e la moglie, la signora d’Épinay, Marmontel, D’Alembert, i quali decantavano di una cultura e di una personalità invidiabili.
Per Caracciolo, come nella vita di ogni essere vivente, niente dura per sempre, infatti nel 1780, precisamente a maggio, si vide recapitare un Reale Dispaccio, che lo nominava Viceré del Regno di Sicilia. Il Marchese non prese bene la notizia, non voleva assolutamente lasciare la capitale francese, in cui stava così tanto bene, tentò per un anno di procrastinare la partenza. Passò l’estate del 1781 a Napoli, e solo in autunno  partì alla volta della Sicilia. Giunse a Palermo il 14 ottobre 1781. Vediamo come ci viene raccontato dai resoconti del Protonotaro del Regno, l’arrivo del Marchese Caracciolo:

“Il dopo pranzo de’ 14 ottobre giunse al Principe della Trabia Pretore di questa Capitale la notizia dal torraro del nostro Monte Pellegrino, partecipatagli di ritrovarsi a vista una gran nave, che la detta venuta fatta a tutti sperare, quindi il Protonotaro del Regno ricevuta si fatta relazione, giudicò bene a proposito senz’aspettare nuovo avviso, conferirsi immantinente al molo per ivi attendere come fece l’entrata in porto della cennata nave, che approdata finalmente a questi fidi, si riconobbe infatti, ch’ella portava la persona dell’avvisato Viceré: raggion per cui sali d’un subito sopra la medesima il detto Protonotaro per adempire quella conveniente attenzione, che a un personaggio di questa foggia conviensi, […]”
Venne catapultato in una realtà ben diversa da quella d’oltralpe, scrisse così, all’amico Galiani dopo un mese, circa, dal suo arrivo nella capitale del Regno di Sicilia: «…. Eccomi, caro amico, relegato sur les arides bords de la sauvage Sicile, e sono occupato toto Marte a procurare il ben pubblico. Ma incontro difficoltà grande e des entraves ad ogni passo, e forse le più forti derivano da vizio del governo medesimo. Tanti fori, tante giurisdizioni, tanti ordini e dispacci opposti da codeste Segreterie, tanta rilasciatezza di disciplina e tanto disprezzo delle leggi farebbero cadere le braccia al Cristo del Carmine. Oltre che, il paese per se medesimo è male organizzato. È abitata la Sicilia da gran signori e miserabili, vale a dire è abitata da oppressori e da oppressi, perché la gente del foro servono qui d’istrumento all’oppressione….». Da queste sue parole, balza immediatamente all’occhio, che, non appena sbarcato, aveva individuato le contraddizioni e le cause che relegavano l’isola, ancora nell’era feudale. Procediamo per gradi, ed analizzare la realtà socio-politica in cui il Viceré si trovò.
Quando Caracciolo scrive al Galanti, che nell’isola vi erano tante giurisdizioni, si riferiva al consueto uso di trattare le dispute, o secondo la giurisdizione feudale o secondo lagiurisdizione dello Stato. Una testimonianza, di tale pluralità giurisdizionale si evince da una lettera inviata al Viceré Marcantonio Colonna, Principe di Stigliano, predecessore del Caracciolo, in cui il governatore di Favignana chiede al Colonna una direttiva rispetto a quale giurisdizione far riferimento, se a quella regia o a quella baronale:
“Per adempiere a doveri del mio impiego e accioché li reali dritti non siano pregiudicati, sono in obligo di rapresentare a V.E. che non essendovi in quest’isola di mio carico corte capitanale, e la più immediata resiede secondo si dice la corte baronale in Trapani, ed essendovi ancora quella capitanale Reggia, suplico l’E.V. a degnarsi di darmi li suoi riveritissimi ordini, se devo rimettere li relegati condannati da Tribunale che averanno la loro libertà per farli l’ingiunzione di presentarsi fra il termine di due mesi alli loro rispettivi Magistrati dove ebbere la condanna alla corte del capitano Reggio o pure a quella del barone che non esiste nell’isola di sua giurisdizione, e la decisione di V.E. mi servirà per mio regolamento e facendoli ossequiosissima riverenza con la magior venerazione ho la sorte di protestarmi”.

Altre testimonianze importanti emergono dalle fonti archivistiche riguardo la questione delle giurisdizioni. Un memoriale di Don Baldassare Naselli, Principe di Aragona, il quale chiedeva al Consultore Simonetti e al Presidente Leone di esaminare, tempestivamente, quale tra il Tribunale del Concistoro e quello della Gran Corte, avesse la competenza nella disputa con il Barone Di Maria; quest’ultimo utilizzava, a detta del Naselli, l’incertezza sulle competenze giurisdizionali nel Regno, per cavillare con uno «spirito di contesa, e di lungaria».
Il Simonetti e il Leone, a seguito del suddetto memoriale, emisero un parere relativo alla competenza di giurisdizione sollevata dal Principe d’Aragona, il 10 marzo 1781:
“Dietro i tanti occorsi per motivo d’una giurisdizional competenza, che ha preteso eccitare il Barone di Maria tralli Tribunali della G.C., e Concistoro pel conoscimento d’una di lui causa con il Principe d’Aragona si è servita l’E.V. con di lei Biglietto sotto li 26 dello scorso febraro rimetterci lo avvolto memoriale del Principe d’Aragona, ed ordinare a noi, essendo l’E.V. al fatto di tutto lo esposto, d’applicarci a discutere l’assunto di cui si tratta, e pienamente riferire con quanto ci occorre. In esecuzione dunque d’un tale incarico dell’E.V. siamo in dovere, di rappresentarle che di consenso degl’Ill. Presidenti della G.C., e Concistoro Airoldi ed Asmundo Paternò eravamo sull’esame di quanto V.E. ci ordina, pria che ci fosse giunto il venerato di lei Biglietto, in vista del quale passiamo a sommetterle, che avendo esaminata l’istanza d’esso Principe d’Aragona troviamo, che costui si duole che il Barone di Maria col pretesto di promuovere una contesa di giurisdizione tralli Tribunali della G.C., e Concistoro, intende arenare in quest’ultimo il corso della causa riguardante la verità e sossistenza di quanto si contiene in un certo Alberano dichiarato foglio in bianco dal Tribunale della G.C. a favor d’esso Principe, il quale perciò implora da V.E. gli ordini opportuni pel proseguimento della medesima in esso Concistoro. Dopo aver noi largamente ascoltate in pieno contradittorio le ragioni prodotte da rispettivi Professori delle parti abbiam rilevato, che non sossistono punto i mezzi, con cui tenta il Barone di Maria svegliare sudetta competenza tralli riferiti Tribunali pretendendo che dovesse procedere la G.C. nell’esame del nuovo libello da lui prodotto; ed all’incontro siamo venuti in cognizione che resta legitimamente prevenuta la giurisdizione del Concistoro, innanzi a cui trovasi contestato il giudizio ad istanza d’ambi li contendenti, avendo anche il Barone di Maria con suo ricorso a V.E. implorato due Giudici Aggionti allo stesso Tribunale del Concistoro, che si sono già dall’E.V. accordati. Posto ciò crediamo, che possa servirsi l’E.V. ove altrimenti non giudichi, ordinare alla G.C. Civile che desista, d’ingerirsi in detta causa concernente la verità e sossistenza di quanto si contiene nel publicato Alberano dal Barone di Maria, altronde già dichiarato da essa G.C. foglio in bianco e prescrivere altresi al Concistoro, che continui a procedere nella nuova causa che va in contesa, riguardante la verità, e sossistenza del contenuto in detto Alberano. Ed intanto facendo profondo ossequio a V.E. ci rassegniamo. Palermo 10 marzo 1781”.
Tutto ciò poteva accadere, solamente perché i baroni, i nobili, avevano un potere tale da non esser considerati, sostanzialmente, sudditi del Re ma suoi pari nel governo dell’isola. Il Marchese Caracciolo, assolutista illuminato, non poteva permettere questa deroga alla sovranità del Re da parte dei suoi sudditi. Uno dei punti del programma di governo, e di riforma del Viceré era proprio questo. Restaurare la sovranità indiscussa del Re, citando Pontieri “nessuna riforma sarebbe stata possibile in un paese ove il potere centrale era tanto fiacco e mortificato, senza ridar ad esso vigoria e prestigio, elevarlo nella pubblica coscienza, far trasparire, attraverso le sue funzioni, le rideste energie dello Stato”; e quali sono le riforme, che dovette varare per compiere questa “restaurazione” del regio imperio e per il rilancio dell’economia siciliana?

Le riforme di Caracciolo.

Per comprendere fino in fondo, senza confondersi, le riforme caraccioliane è necessario, mettere ordine alla quantità sterminata di informazioni bibliografiche e archivistiche, e cercare di dare un senso armonioso, seguendo un filo logico, a tutto ciò, quindi procederemo per gradi. Don Domenico Caracciolo, in una lettera del 29 di giugno del 1773, otto anni prima del suo arrivo in Sicilia, aveva indicato quattro punti, che componevano il programma di governo, che secondo lui erano imprenscindibili per rimettere in sesto il Regno, sia dal punto di visto giuridico che dal punto di vista economico:
“La prima è un catasto generale e particolare; la seconda le strade delle province per facilitare il commercio interno e passivo, che può divenire più attivo; la terza di far pagare più i ricchi e meno i poveri e da ciò impinguare l’erario […]; la quarta ridurre a giusti limiti la canaglia fratesca, la tirannia della curia romana e far pagare gli ecclesiastici”.
Da queste quattro righe di lettera, si nota tutta la grande preparazione del Marchese, poiché aveva individuato con grande semplicità e spirito critico i malanni del Regno; quella fondamentale, la creazione di un catasto, al fine di conoscere, realmente, i possedimenti di tutti i sudditi, e quindi poter compiere quella, tanto agognata, perequazione tributaria, figlia delle lezioni del Genovesi, che egli indicava nel terzo punto del suddetto programma. Comprende, la necessità di creare strade che rendano agevoli i collegamenti tra le città e le province, per mettere in moto quella macchina economica che in Sicilia era, praticamente, ingolfata; e infine la necessità di ridurre l’influenza e il potere degli ordini ecclesiastici.
Conclusi i preamboli, entriamo nel vivo della questione, per affrontare la stagione delle riforme del Viceré Caracciolo, abbiamo diviso, per comodità didattica, le riforme in cinque
ceppi, ma concettualmente esse sono tutte collegate e intrecciate tra loro, ora vedremo perché:
1. Riforme per la restaurazione della sovranità regia;
2. Riforme per il riordino delle finanze e dell’economia;
3. Riforma delle giurisdizioni e delle magistrature;
4. Riforme contro il potere feudale del clero;
5. Riforme illuminate, a tempo debito si vedrà cosa vogliamo dire con questa locuzione.

Le riforme per la restaurazione della sovranità regia. 

Per restaurare il regio imperio usurpato, nel Regno di Sicilia dai Baroni, al Re era necessario, riordinare i pubblici poteri, in particolare quello giudiziario. Spogliò il Presidente della G.C. Civile e Criminale, di molte attribuzioni usurpate alla potestà vicereale. Una di queste, era la nomina dei Capitani d’arme delle tre valli, infatti il Re dichiarò con Regal Dispaccio, che tale prerogativa spetta a «S.E. Sig.ri Viceré di questo Regno»:
“[…] Informata la M.S. sulla questione della pertinenza della nomina de’ Capitani d’Arme de tre valli di codesto Regno, pretesa appartenersi dalla Gran Corte, la M.S. ha sovranamente comandato, che si osservi la sovrana risoluzione dell’augusto suo Padre, e che la nomina de’ Capitani d’Arme si di V.E., e mi ha comandato di fargli presenti le carte rispetto alle nomine per dare le ulteriori sue sovrane providenze; di real ordine significo a V.E. questa sovrana risoluzione per sua intelligenza e della Gran Corte medesima […]. Napoli 29 ottobre 1785. […]”.
Da quanto appena letto, possiamo notare che, solo nel 1785, cioè dopo quattro anni dal suo arrivo, il Viceré riuscì, con il regal consenso di sua maestà a riaccreditarsi tale prerogativa; ciò denota, il clima di ostilità, di contrarietà con cui il Marchese ebbe a che fare per quasi tutto il suo viceregno. Era un uomo solo al comando, gli unici uomini di cui poté fidarsi erano pochi, uno era il Consultore Saverio Simonetti, l’altro il Segretario del Viceregno Giuseppe Gargano; inoltre Caracciolo durante il suo soggiorno in Sicilia, aveva pensato bene di addestrare uomini, i quali avrebbero continuato il suo programma di riforme quando egli avrebbe abbandonato l’isola, tra questi vi erano molti napoletani e anche alcuni siciliani, che avevano abbracciato l’ideologia illuminista e la voglia di spezzare le catene della feudalità nella loro terra. Tornando ai fatti, quindi alle riforme. Tentò di restituire al Viceré, il supremo comando delle forze armate del Regno, potere che, nella sostanza, era esercitato dal Comandante Generale delle armi. Una riforma importantissima, che aveva il suo quid nell’ottica di affermazione della sovranità regia e viceregia rispetto a tutti gli altri poteri dell’isola, però più che di riforma è bene parlare, in questo caso, di applicazione letterale di una legge caduta in desuetudine, con la quale si vietava di inoltrare atti, ricorsi, rappresentanze alla corte di Napoli o ai Ministeri napoletani se non tramite il Viceré; abbiamo scovato, tra le carte dell’Archivio di Stato di Palermo, un dispaccio del Marchese Caracciolo, del 29 novembre del 1781, il quale si rivolgeva al Giudice della Monarchia in questi toni:
“Per un antico sistema confermato da S.M. Cattolica con real ordine de’ 3 Agosto 1737 trovasi disposto di doversi dirigere per organo del Viceré la rappresentanza di quei Tribunali, Corti, Ministri e degl’altri secolari non solo, che Ecclesiastici, e Politici, i quali hanno diritto di umiliarle al Sovrano. Or siccome un tal laudevole sistema è stato per abuso di molti vulnerato, dirigendo direttamente alle reali segreterie in Napoli le rappresentanza senza la intelligenza di questo governo; così ravvisando io meritevoli di riparo si fatti disordine ed abbuso vengo in inculcare a V.S.Ill.ma, che per la parte sua eseguisca religiosamente quanto trovasi disposto sul particolare; dirigendo a me le rappresentanze che le occorrerà di umiliare alla M.S. Palermo 29 novembre 1781.”
Non v’è dubbio alcuno, si trattava di una chiarissima dichiarazione ed affermazione di potere ed autorità. Due esponenti siciliani della feudalità, Pietro De Gregorio e Francesco Milanese, ritenevano illegittima, per il governo dell’isola, l’assoluta sovranità regia sulla base di due trattati, il De iudiciis causarum feudalium e De concessione feudi. Caracciolo, prontamente emanò, il 23 aprile 1783, un bando che “vietava a chiunque di tenere nella propria biblioteca le opere del giurista (Pietro De Gregorio) concernenti materia feudale (De iudiciis causarum feudalium e De concessione feudi), prescrivendo, sotto pena di 500 scudi di ammenda e di 5 anni di carcere, di consegnarle entro quattro giorni al presidente della Gran Corte, Stefano Airoldi. Contemporaneamente si disponeva che «per perpetua detestazione e abominazione due esemplari di ciascuna venissero pubblicamente bruciati».
Nell’ottica di ridar lustro alla sovranità regia, impose alle amministrazioni locali una sola sovranità, quella del re, ed una sola legge, quella del Regno; impose l’esposizione delle immagini dei reali nei luoghi pubblici, dove risiedeva il magistrato, nelle chiese e durante le feste pubbliche, con l’intento di far conoscere a tutti i sudditi chi fossero i loro sovrani, anche se lontani, tutti dovevano comprendere che a comandare, a guidare il Regno, era la famiglia reale e non i baroni, sempre con questo intento di far risplendere l’immagine dei reali invitò più volte il Re a recarsi in Sicilia e mostrarsi a tutti, scusate il gioco di parole, in tutta la sua magnificenza.
Ordinò, inoltre, rigorose inchieste, dove era necessario, contro tutti i livelli di potere indistintamente, con caparbietà e grande rigore morale.
Una delle tante battaglie che si apprestava a combattere contro la feudalità, era nell’ambito giuridico in cui i baroni, pretendevano di disporre liberamente dei loro feudi, da questo pretesa nacque un’aspra e dura contesa a colpi di ricorsi e interpretazioni di precedenti legislativi; le concezioni costituzionali di Caracciolo proponevano una monarchia assoluta, con una forza accentratrice tale da trarre legittimità dal consiglio e dal controllo delle magistrature maggiori, ma questo lo approfondiremo meglio quando tratteremo le riforme delle giurisdizioni e delle magistrature.

Le riforme per il riordino delle finanze e dell’economia. 

La guerra con la feudalità, con il privilegio, si combatteva su vari fronti, sul piano politico, sul piano giuridico e inevitabilmente sul piano economico-fiscale. Tentò, e usiamo la parola tentò poiché vi sveliamo già adesso, che non riuscì nell’impresa, di istituire un catasto dei beni, necessario per la riforma del sistema fiscale del Regno di Sicilia; infatti non appena ne ebbe l’occasione, e questa si presentò il 30 aprile 1782, espose al Parlamento la sua intenzione di procedere alla creazione di un catasto dei beni.
Il Parlamento si pronunciò, ma non andò come il Caracciolo avrebbe sperato, il braccio demaniale diede il suo assenso:
“[…] Oltre a che lo stesso tempo, che trascorre, produce, che talune Università decadono, ed altre migliorano si in anime, come nelle facoltà, è stato perciò determinato dai Parlamentari tutti dello stesso Braccio, che si faccia la nuova generale numerazione delle Anime, e l’estimo delle facoltà del Regno, per uguagliarsi con giustizia la distribuzione de’ Donativi così ordinari, come estraordinari a tenore dei Capitoli del Regno […]”.
Ma gli altri due bracci, quello ecclesiastico e quello militare, diedero un esito negativo:

“Il Braccio però Ecclesiastico ed il Braccio Militare hanno votato, e conchiuso, che non debba farsi la detta numerazione, ed estima generale de’ beni, sul riflesso, che non costa quali, e quante sieno le città che si asseriscono gravate, che in accerto sarebbe l’utile certissimo l’interesse e’l danno che ne rseulterebbe al Regno tutto: facendosi la nuova numerazione, molto più per la ingente spesa, che soffrì nell’ultima numerazione del 1748”.
Non vi riuscì per svariate cause, primo punto, i tempi non erano maturi per un simil passo, sappiamo bene che il Viceré filosofo era avanti con i tempi, e aveva tentato di importare in Sicilia ciò che aveva appreso in giro per l’Europa, per quanto riguarda il progetto del catasto, ammirava molto il teresiano dello Stato di Milano, un catasto particellare, preciso, che garantiva una distribuzione equa, e non iniqua, dei carichi fiscali; secondo punto, non aveva collaboratori esperti, in tal materia, che lo potessero coadiuvare nella realizzazione dell’importante progetto. Vi sottoponiamo, inoltre, come prova di quanto impegno e dedizione vi fosse dietro tal riforma, un frammento del bando delle istruzioni che i periti dovevano osservare per l’estimo dei beni di Sicilia.
La manovra fiscale, inoltre, comprendeva, oltre l’istituzione del catasto, la rinascita di un istituto, ormai caduto in desuetudine, che era quello della devoluzione. Ma cosa era la devoluzione? Era un antico istituto, che prevedeva, quando il barone fosse deceduto, il ritorno del feudo tra i possedimenti della corona, la quale li avrebbe potuti dare in enfiteusi o rivenderli in blocco, cosa poco conveniente quest’ultima, ma che avvenne. Tale manovra, voluta dal Caracciolo, con l’ausilio del Simonetti, affondava le sue radici nella lectio del Genovesi e nella pregressa esperienza dell’espulsione dei Gesuiti, da cui la corona ne ricavò un patrimonio non indifferente e lo stesso, il Caracciolo, pensava di fare con la rinascita della devoluzione.
Leggiamo un “biglietto” del Marchese Caracciolo, a favore del Marchese Della Sambuca per l’approvazione della vendita di cinque territori appartenenti agli espulsi Gesuiti, come testimonianza del patrimonio fondiario di cui disponeva l’ordine:
“[…] un diligente e vario esame sopra gli atti della vendita fattasi al Marchese della Sambuca per la somma di once 146.021 tar: sei e gr: 4: tra danaro e capitale di oneri accollati delli cinque territori chiamati Macellaro, Sparacia, Pietra Longa, [incomprensibile] e Mortilli ch’erano di pertinenza dell’Azienda Gesuita di codesto Regno. Ed avendosi pure discusso quel che si è preteso dedurre in sostegno del maggior valore di detti territori non men che il tenore della relazione formata del Tribunale del Real Patrimonio colli Ministri aggiunti relativa a tale assunto che accompagnò V.E. con sua de’ 17 gennaio del corrente anno S.M. è rimasta pienamente intesa e ben persuasa che la vendita degli enunciati fondi fu fatta a giusto prezzo dopo essere stati adoperati gli opportuni indagini, e diligenze per vantaggio dell’Azienda Gesuitica […] Il Marchese Caracciolo”.
La riforma del feudo, e l’abbattimento dei baluardi della feudalità non poteva compiersi se non si verificavano le due condizioni suddette, catasto e devoluzione, le quali erano i campi di battaglia su cui si giocava tutta la partita tra stato e feudalità. Ma il piano di Caracciolo, non volendo essere pleonastici, naufragò e subì una dura battuta di arresto nel tentativo d’istituire il catasto dei beni. Nonostante gli ostacoli insormontabili che il Viceré si trovo dinnanzi, non per questo il suo viceregno fu fallimentare, anzi infierì stocchi di fioretto non indifferenti alla feudalità, piantò i semi di quella riforma che sarebbe avvenuta non pochi anni dopo. Riuscì con tutti i poteri in suo possesso a portare avanti una politica economia che riuscisse a rimpinguare le casse del regno.
Emanò una prammatica napoletana, cosa non nuova quella di recepire prammatiche del Regno di Napoli, denominata de culpis et defectibus che si scagliava contro gli amministratori disonesti ed i colpevoli di abuso del denaro pubblico. Proseguì riformando la Pubblica Amministrazione, snellendo la burocrazia ed emanando leggi anti-corruzione, ordinando inchieste per eliminare la corruzione dilagante nell’amministrazione, ma ovviamente non si poteva ripulire del tutto, fin quando interessi personali e avidità di denaro fossero stati in primo piano rispetto all’amor di patria. Vietò le spese superflue.
Ridusse il personale che gravava non poco nell’economia della P.A., proibì ai debitori del comune di far parte dell’amministrazione. Si scagliò con foga contro il sistema clientelare che era diventato diffusissimo nel regno. Riformò i sistemi annonari del regno, ritenuti troppo antiquati e controllati dai baroni o da persone a loro legate “dacché li Senati, li Magistrati ed altri che si trovano incaricati d’invigilarvi sono i primi che concorrono alle frodi che si commettono con sommo ed alto pregiudizio dei vassalli di S.M., e specialmente de’ poverelli e degli destituiti dei beni di fortuna, li quali non solo sono necessitati di comperare a prezzi carissimi tutti li generi, ma a doverli comperare dell’ultima e pessima qualità”. Continuò, imperterrito a sferrare attacchi ripetuti al privilegio, alla feudalità, all’egemonia baronale che imperava senza vergogna in Sicilia, imponendo la compilazione esatta dei bilanci, prese misure importanti per il fallimento del monte di pietà e del pubblico banco di Palermo; un’importante riforma, fu la sottoposizione a revisione da parte del Real Patrimonio di atti amministrativi, per lo più bilanci comunali, testimonianze di ciò arrivano da numerosi memoriali e dispacci rinvenuti nell’Archivio di Stato di Palermo, strascichi di tale disposizione emergono da un ricorso del Consiglio di Azienda alla Giunta dei Presidenti e Consultore nel 1786, quando da poco era divenuto Viceré il Principe di Caramanico:
“Antonino Faldetta, e Giuseppe Lamendola hanno addotto con di loro separati Memoriali il danno, che risentono le Università Baronali in dover sodisfare li dritti per ogni Dispaccio, che spedisce il Tribunale del Real Patrimonio per qualunque providenze che si richiede dalli Giurati, come ancora dalla tassa disposta farsi per li soldi delli tre nuovi Razionali con altri Coadiutori, che devono discutere li di loro conti, e per l’assegnamento da corrispondersi all’Avvocato Fiscale del Real Patrimonio per la cura di sopraintendere alli conti sudetti. D’ordine del Re il Supremo Consiglio d’Azienda li dirigge a V.E., affinché li passi alla Giunta delli Presidenti, e Consultore, prevenendola di tener present l’esposte circostanze, e vedere quanto convenga pratticarsi, nell’atto di esaminare, e proporre gl’espedienti in esecuzione del Dispaccio de’ 6 del corrente; mentre per quel che riguarda la lagnanza dell’aggravio per il pagamento del Dispaccio Patrimoniale, se le trova avvertito nel cennato Real ordine di apprestarvi il conveniente riparo. Napoli 13 maggio 1786. Eccellentissimo Sig.re Ferdinando Corradini”.
Venne stabilito, inoltre, che nelle cancellerie e negli uffici fiscali vi fossero tariffe regolari così impedendo gabelle e estorsioni arbitrarie, così come vennero abolite varie gabelle, tra cui quella denominata “de’ grani ed orti”, con l’intento, anche qui, di impedire estorsioni arbitrarie e contra legem:
“[…] all’aggravio, che viene loro infierito dalla condotta de’ gabellieri nell’esiggere dazi oltre il dovere, e contro la legge patria delle statuaria imposizioni. In tale misero istato ritrovasi or mai questo publico gravato dalla gabella del raccolto de’ grani, ed orti, cui riesce non così malagevole l’imposto dazio, quanto insoffribile il peso di doverlo soddisfare a talento del gabelliere per il di cui capriccio lucroso, viene il publico costretto a pagare il doppio del raccolto frumento anzicché nè anche nel preteso voluttuoso dazio […]”.
Nell’ottica di un piano di risanamento economico cercò di eliminare tutte le spese superflue, vietando le cosiddette visite di prammatica ad ogni autorità laica od ecclesiastica che sia, tranne che per il Viceré e all’Arcivescovo e solo per il loro arrivo nella capitale. Continuò, riducendo da 140 a 18 le solennità religiose a cui il Senato avrebbe dovuto collegialmente e solennemente intervenire, con conseguente risparmio di molto denaro pubblico.
Tentò di incentivare il commercio interno, come abbiamo detto, costruendo strade, progetto che abortì quando lasciò l’isola, sia per mancanza di denaro con cui completare l’opera sia per l’inerzia dei baroni. Nella sua politica di incentivazione commerciale assicurò le coste dell’isola dai pirati, i quali si divertivano a saccheggiare e fare scorrerie addirittura sino nell’entro terra. Con un dispaccio del 29 dicembre del 1781, favorì i traffici marittimi, decretando che due volte l’anno , precisamente a febbraio e settembre, il governo metteva a disposizione navi da guerra affinché scortassero le navi mercantili, sia nel mediterraneo sia fuori dallo stretto di Gibilterra.
Tentò di controllare le ingenti esportazioni di grano, che arricchivano i grandi latifondisti danneggiando il resto della popolazione, tramite l’ancoraggio della produzione e degli scambi al potere supremo dello Stato, affinché ne regoli tutti i processi.
L’illuminato Marchese emanò vari provvedimenti e leggi, che riformarono la sfera del lavoro con il fine di incentivare l’economia.
Quindi, revisionò i capitoli di due corporazioni artigiane, vietò agli iscritti a qualsiasi arte di andare in giro armati di spade, vietò, inoltre, che questi riscuotessero tasse.
La libertà sul lavoro era una sua priorità, infatti con dispaccio del 3 novembre 1781, decretò che, sia i contadini sia i vassalli potessero lavorare ovunque volessero senza impedimenti alcuni da parte dei loro signori. Ostacolò le forme di monopolio sui mercati civici e indisse un mercato settimanale nella capitale. Abbiamo reperito, tra gli Incartamenti dell’Archivio di Stato di Palermo, un bando emanato dal Senato di Palermo, dove si possono ritrovare tutti gli sforzi del Viceré per ostacolare i monopoli . I 12 punti di cui è composto mostrano come Caracciolo tentò di favorire l’economia, e soprattutto un’economia in cui ci fosse una concorrenza equa. Tentò di far fiorire le industrie, si assistette ad un accenno di sfruttamento delle solfare, incoraggiò le antiche industrie della seta del Val Demone; nel 1785 dichiarò Messina centro amministrativo autonomo di quel distretto, un anno prima vi creò una scala e un porto franco, assai di buon grado l’avrebbe preferita a Palermo come centro da cui far ripartire la macchina denominata Sicilia. Prospettò l’istituzione o di una filiale del banco napoletano o la creazione di un banco palermitano, per evitare che il denaro lasciasse per sempre l’isola. Gravi pene inflisse ai contrabbandi e contro tutte le forme di speculazione disonesta sui mercati.

La riforma delle giurisdizioni e delle magistrature. 

Il terzo passo delle riforme del Caracciolo, andava a toccare le giurisdizioni e le magistrature. Era un campo di battaglia nevralgico, riformando quest’area si sarebbe potuto colpire duramente il baronaggio e di conseguenza la feudalità.
Cominciò ad assediare l’impianto feudale sul piano delle giurisdizioni, rocca del baronaggio e ambito in cui i baroni potevano contare su una vasta rete di persone nei loro libri paga, definendo le singole giurisdizioni, ripristinò l’istituto del cosiddetto sindacato. Cos’era l’istituto del sindacato? Il sindacato, altro non era che un controllo periodico delle magistrature, un istituto fondamentale per cercare di arginare la corruzione e tutti i conflitti d’interesse che potevano nascere in seno al potere giudiziario. Nel dicembre del 1781, volle dare uno schiaffo morale all’onore e al prestigio dei grandi magistrati, decise che le ronde notturne fossero condotte da civili e guidate da dottori in legge e magistrati, tal decisione andava contro un antico privilegio di origine spagnola che esonerava tal classe dal rendere un simil servigio, infatti, costoro non stettero con le mani in mano, fecero piovere ricorsi al re, il quale nel febbraio del 1782 si vide costretto ad esentarli. Continuò temerariamente l’assedio, abolendo i fori privilegiati, impose di non giudicare un reo senza legittima difesa, impose la motivazione delle sentenze e vietò la carcerazione con la formula, per “motivi a me ben visti” con cui i baroni molto spesso abusavano del loro potere per togliersi di mezzo personaggi scomodi o di ostacolo. In archivio abbiamo esaminato molti dispacci tra cui il seguente:
“Ferdinandus, Dei gratia, Rex utriusque Siciliae, […] In veduta della relazione di V.E. sulle confermate rimostranze del Delegato del regio corpo Consultore [indecifrabile] Simonetti per la scarcerazione, e citazione per editto di Andrea Pevillo di Franconforte suddelegato di esto corpo, ordinata dal Proc. Penale del Barone, per motivi a lui ben visti, ho messo la Sovrana conservazione del Re nella intelligenza degli abusi di giurisdizione anteriori a questo fatto, delle leggi Patrie, che vietano espressioni somiglianti, anche a Giudici ordinari de riferiti confini della Baronale facoltà sulla giurisdizione, che han suddelegata, e della Circolare, che per carentire la Civile libertà de’ suoi sudditi, ha V.E. per mezzo della G.C. disposta, imponendo agli officiali Baronali di non eseguire ma riferire, ove si far ordini da essi in materia di Giustizia penale [indecifrabile] loro da Baroni sotto le pene, che le G.C. giudicherà a proposito di minacciare. Gli ho soggiunto che, essendo esso Procuratore Generale preteso di giustificarsi, tralle altre irrilevanti cose colla qualità di Maestro Giurato, per cui prendono i Baroni ingerenza nella Amministrazione del Peculio delle unità del Patrimonio fa loro delle commesse di provuocare ha l’E.V. a suggerimento di esto Consultore, chiesto contro all’Avvocato Fiscale delle Leggi, che possan sostenere si fatto carattere, e tali procedure. La Maestà sua nell’intiero concetto di quanto comprende e accompagna questa [incomprensibile] mi ha comandato di rescrivere all’E.V., che rimane informata a sua approvazione, loda il suo conosciuto zelo, e vuole, che l’ordinata circolare si faccia nel suo reale nome. […]”.
Apprestò disposizioni per l’elezioni degli ufficiali di mista giurisdizione, come si nota in un biglietto spedito al Protonotaro del Regno, il 3 ottobre 1785:
“Dalla rappresentanza di V.E. del passato agosto, resto inteso delle raggioni per le quali dice di appartenere al Governo pella di lei via la elezione degli ufficiali di tutte le Città e Terre del suo ripartimento, le quali sono di mista giurisdizione siano di baroni, siano di prelati. E comecché oggi si trova tolta a baroni la elezione degli Ufficiali politici, così crede egualmente, che tale elezione riguardo alle dette Terre e Città di mista giurisdizione debba farsi dal Governo pella di lei via in tutte le future elezioni. E trovando quindi poste a raggione le di lei istanze ho risolto che per le dette terre baronali di mista giurisdizione, la elezione de di cui officiali si trova in oggi tolta a baroni, riguardo al politico, si faccia la elezione suddetta, che abbraccia i soli giurati di esse Terre dal Governo pella via V.M, locché le partecipo in risposta par la sua intelligenza e regolamento”.
E ancora continuò a infierire contro i privilegi baronali, con l’ausilio del Re:
“Con Dispaccio per la via di Giustizia del 25 caduto, mi si scrive così= Ecc.Sig.re= L’ingionto memoriale, che ha la soscrizione di un fedelissimo suddito di Sicilia, con cui s’implora di non farsi novità sul sistema stabilito di non più farsi da Baroni di codesto Regno l’elezione de Giurati, ossia amministratori del publico Erario nelle loro Terre, poicché il sistema suddetto riuscirà di sommo vantaggio alla Regia Corte, ed al Regno. D’ordine del Re, lo rimetto a V.E., con prevenirlo, che S.M. resta ferma nella determinazione presa, ne sarà per permettere la minima alterazione. Napoli comunico a V.I. questa Sovrana dichiarazione perché la registri ove convenga. Palermo 5 marzo 1786”.
Con l’assenso del Re, e con l’ausilio del Consultore Simonetti, fece abolire il titolo di Fiscale della Deputazione del Regno al suo procuratore:
“[…] Informato distintamente il Re della rappresentanza avanzata dalla Deputazione di codesto Regno, sostenendo di appartenere al suo procuratore il titolo di Fisco, come altresì dall’altra fatta su tale assunto dal Consultore del Governo Don Saverio Simonetti, ande qui rimesse da V.E. colli corrispondenti Documenti in lettera de’ 7 Aprile del corrente anno; Ed avendo trovata la M.S. ben fondate le raggioni esposte dal mentovato Consultore Simonetti inopposizione a quelle addotte dalla Diputazione del Regno, ha risoluto il Re di doversi togliere l’abusivo titulo di Fisco della diputazione che nella sua istituzione non fa altro, che quello di un procuratore e che per tutti li riguardi allegati non può competerli anche a tenore della legge, che fu emanata nell’anno 1737 onde ha dichiarato S.M., che per l’avvenire non si usi affatto altro titolo se non quello di procuratore; E così di suo regal ordine lo partecipa a V.E. il Supremo Consiglio di Azienda, affinché dia quelli che corrispondono per l’adempimento. Palermo 3 ottobre 1785. […]”.
Sempre nell’ottica di una politica rivolta alla trasparenza, combatté aspramente le lungaggini e il cavillare nelle cause tra baroni, tra baroni e “naturali” dei relativi feudi, sia per la rivendicazione dei diritti loro concessi dal sovrano che erano usurpati e calpestati dai baroni, sia per la rivendicazioni di nuovi diritti che tentavano di ottenere.
A questo punto crediamo, sia giusto e doveroso presentare una delle maggiori vittorie e conquiste del Caracciolo nei confronti della feudalità; stiamo parlando dell’abolizione del Sant’Ufficio, meglio conosciuto come Tribunale dell’Inquisizione. Prima di trattare del perché, del per come, Caracciolo riuscì ad abbattere uno dei baluardi della feudalità siciliana, pensiamo sia consono dare un accenno di descrizione, del ruolo, dell’importanza strategica, che il Tribunale aveva all’interno di quella macchina perversa, qual era la feudalità. L’inquisizione, era un tribunale speciale ecclesiastico, nato in età Medievale, che esplicava le sue funzioni nella lotta all’eresia. Venne reintrodotto in Spagna alla fine del XV secolo, da Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, i quali tramite la loro unione avevano unificato la Spagna. Il loro intento, unificata la Spagna, era favorire il processo di coesione nazionale, azione che presupponeva l’eliminazione delle minoranze etniche e religiose di origine araba e ebraica. A quest’ultimi venne imposta una scelta, o conversione o espulsione. In questo quadro l’Inquisizione svolgeva un ruolo ben preciso, scagliarsi contro coloro che, nonostante fossero convertiti, i cosiddetti marrani, continuavano a praticare il loro culto, sia esso il giudaismo o l’islamismo. Non ci volle molto però, che l’Inquisizione divenne un forte strumento di pressione politica, contro tutti quei personaggi, che potremmo definire scomodi; celebri sono le storie di Galileo Galilei, Giordano Bruno e tanti, tanti altri filosofi, studiosi, che caddero sotto la scure del Santo Tribunale. La storia dell’origine dell’Inquisizione spagnola, è utile ai fini della nostra ricerca per introdurre la situazione socio-politico in cui si inserisce il lavoro del Caracciolo, e per tracciare un parallelismo tra una realtà come la Spagna della fine del XV secolo, e la Sicilia del XVIII secolo, con l’intento di sottolineare, a dispetto di un arco temporale di 250 anni circa, come la bella isola, sia praticamente rimasta immobile, statica, chiusa per secoli a qualsiasi vento di novità. A conclusione di questo breve preambolo, che ci farà entrare nel vivo della questione relativa all’abolizione del Sant’ufficio in Sicilia, possiamo affermare che il suddetto Tribunale, era una delle roccaforti del baronaggio e la sua abolizione, diede una scossa, fece tremare non poco la classe che fino a poco tempo prima spadroneggiava impunita in tutto il Regno di Sicilia.
Il Sant’Ufficio venne introdotto in Sicilia nel 1518, figlio della più celebre Inquisizione spagnola; dopo secoli di dominazione ispanica, l’isola passò sotto il controllo degli austriaci, nel 1720, per un periodo brevissimo, ma in questo breve tempo il Sant’Ufficio di Palermo divenne dipendente dal Supremo Tribunale dell’Inquisizione di Vienna; infatti non appena gli spagnoli riconquistarono il controllo, re Carlo “si adoperò, quasi per un senso di gelosa fierezza, ad emancipare l’Inquisizione della Sicilia dalla dipendenza dal Supremo Tribunale di Vienna63”. In seguito, quando il Regno delle Due Sicilie conseguì l’indipendenza, il suo Sant’Ufficio venne elevato a Supremo Tribunale. Per descrivere cosa era l’Inquisizione in Sicilia, ed il perché Caracciolo la combatté così aspramente, non si potrebbero usare parole migliori di quelle di un autorevole storico del diritto pubblico siciliano, qual era Rosario Gregorio, che scrisse così: «Era parimenti occasione di gravi e spessi disturbi al governo ed al viceré, e pretendeva un’autorità suprema ed universale il tribunale dell’Inquisizione, il quale essendo pur costato alla Ispagna da principio la ribellione e poi la perdita delle sette provincie del Belgio, e nonostante che i vicini Napoletani lo avessero sempre ferocemente ricusato, erasi tuttavia stabilito in Sicilia con sì grande potenza, che apertamente gareggiava col viceré. Con lo scudo delle cause spirituali e di fede, traendo a sè gl’inquisitori ogni giurisdizione temporale, sino alle cause feudali arrogavansi; e non conoscendo niun tribunale inferiore, non permettevano dalle sentenza da lor profferite appello o richiamo. Per la qualcosa, non solo erano in manifeste continue contese coi tribunali laici, ma ancora coi prelati tutti, i quali doleansi dell’eccesso delle censure e desideravano un giudice di appello, e a ciò proponevano il legato, la cui giurisdizione in Sicilia esercitavasi dal Viceré… etc.»64.
L’Inquisizione era un’istituzione molto ambigua, innanzitutto aveva un patrimonio di tutto conto, ben once 3530.4.12.465, frutto di donazioni regie, confische dei beni dei condannati, donazioni, tra cui capitali, terreni, case. Oltre il patrimonio poteva contare su innumerevoli prerogative, immunità fiscali, licenza di porto d’armi, godimento del foro privilegiato per qualsiasi reato, carcerare anche accusati di reati, chiamiamoli laici. Tra i componenti della “famiglia” del Sant’Ufficio, si annoveravano parecchi baroni. I componenti di questa “famiglia”si stima che «alla fine del Cinquecento, essi arrivassero all’incredibile cifra di trentamila»66. Ma cosa voleva dire, far parte della “famiglia” del Sant’Ufficio? Quali erano i benefici e i privilegi che se ne ricavavano? Un ipotetico barone fuori legge, o un qualsiasi criminale, poteva trovare riparo, e quindi impunità, sotto la protezione del Sant’Ufficio. Così l’Inquisizione poteva spadroneggiare, e immischiarsi in qualsiasi giurisdizione arrogandosi le più svariate cause, «dalla competizione feudale al più lieve reato» che vedevano imputati gli ascritti al Sant’Ufficio. Il Viceré Caracciolo non poteva permettere questi abusi, infatti dopo soli sei mesi dal suo arrivo nell’isola, il 16 marzo 1782, l’Inquisizione venne abolita:

“[…] appena il Tribunale della Inquisizione cominciò il medesimo nelle cause di fede così irregolarmente a procedere, che subito si rese a popoli odioso, onde più volte se ne ricorse al Real Trono, ora chiedendosi di prescriversi che nel modo di procedere, e nella forma delle carceri dovesse osservare le pubbliche leggi, ed ora che si abbolisce del tutto. Ha inoltre osservato che sebbene in più capitoli del Regno si ritrovi solennemente ordinato, che non posso la Inquisizione nella sua procedura dipartirsi dalla forma, che le publiche leggi prescrivano; non di meno prosiegue essa tuttavia il suo antico sistema. […]”.
La sua abolizione è figlia di un crogiolo di motivi; in primis il Viceré non accettava la sopravvivenza, durante gli anni dei lumi, di un istituto anacronistico qual era l’Inquisizione; insecundis non si può, non mettere nel calderone l’esplicito anticlericalismo del Caracciolo e intertiis la sua abolizione doveva essere un monito, una dimostrazione che il Viceré, Don Domenico Caracciolo era giunto in Sicilia per abbattere ogni residuo di feudalità. Tra le carte della Real Segreteria, dell’ASP, precisamente tra i dispacci, abbiamo ritrovato un foglietto che riportava, poche ma significative parole, a testimonianza dell’intenzione di cancellare ogni legame con il passato:
“Si comunicò con Biglietto de’ 22 aprile ’83 il real ordine spedito per via di Giustizia con data de’ 19 dello stesso per darsi alle fiamme l’Archivio Criminale del Santo Officio. Caracciolo”.
Con una parte delle rendite del Sant’Ufficio, il Caracciolo, istituì «un Orto botanico, una cattedra di astronomia, un Osservatorio astronomico, una cattedra di fisica sperimentale, una cattedra di matematica sublime presso la Reale Accademia della capitale, nucleo di quella che fra non molto sarà l’Università degli Studi di Palermo».
Dopo la battaglia vinta contro il privilegio, il Viceré, non si sedette sugli allori e continuò con la sua politica riformatrice, e allora, restrinse il diritto di asilo nelle chiese, non esitando a far entrare, in certi casi, le forze armate all’interno delle stesse; restrinse il foro ecclesiastico per le cause e le azioni reali, che siano, contro ecclesiastici, e che fossero quindi trattate dinanzi a giudici e curie laiche. Limitò, inoltre, la competenza dei giudici privativi delle maestranze; era intenzionato anche ad abbattere il privilegio, per i familiari del Viceré stesso, ad essere giudicati dal giudice privativo, per questa ragione, come si vedrà nel seguente parere fornito da Don Pietro Vagginelli, giudice della Gran Corte, chiederà, all’appena menzionato giudice, di renderlo edotto della legge e delle consuetudini in materia:
“Implora Don Giuseppe Agalbato da V.E. di venir gratificato di nuova Patente, qual uno de’ di lei familiari, il di cui ricorso V.E. annettendomi con riverito Biglietto de’ 19: dello spirante mi ordina, che informassi col parere, indicandole qual sia la lege, e qual la pratica in assunto siffatto.
In esecuzione impertanto di tal venerato comando ho rinvenuto che dalle nostre legi risulta evidente, ed incontrastabile, il doversi sottrarre i familiari de’ Viceré alla giurisdizione ordinaria e sogettarsi all’Auditor Generale. E quindi è derivato, che nella riforma degl’introdotti abusi circa al foro dell’Audienza, ordinata nel 1703: si conferma tal Privilegio ai familiari sudetti. Pare che il fondamento di questa lege essere la privativa giurisdizione, che ha l’Alcaide sugl’individui della Casa Reale, e che ai Viceré insigniti dai nostri Sovrani si molte legali prerogative, si abbia voluto partecipare con tale onoranza, stabilendosi che l’Auditore sia il giudice della lor famiglia, che fu sostituito all’estinta carica del Gran Siniscalco, non rinvenendosi nel Piano delle nostre Magistrature quella dell’Alcaide.
La quistione che su tal proposito potrebbe agitarsi sarebbe soltanto il rilevare se per familiari intenda la lege i soli servidori, e persone ritenute intorno al Viceré, o pure tutti quei che il Viceré dichiara per suoi familiari..
Sembra che vi sia la lege espressa che decida tal quistione in favore del senso ampio ed illimitato. Dapoicché la sanzione de’ 6 novembre 1773; che in materie siffatte è la più recente, e quindi la più autorevole, ordinando, che le Patenti dell’Auditor Generale debbano matricolarsi in G.C., esclude espressamente quelle delle persone della famiglia de’ Viceregnanti. Scorgesi quindi agevolmente, che non intenda la lege accennare i servidori di livrea, o i nobili gentiluomini del palazzo; attesoché basta agli uni la venerata divisa che indossano ed agli altri l’esercizio dell’impiego loro per esser creduti familiari del governante, e soggetti al giudice privativo della di lui casa. Dunque è da dirsi, che la lege sudetta intenda accennare quei Patentati, che per un prestato servizio son dichiarati dal Viceré suoi familiari e a tal effetto gratificati della Patente di lui, o del suo aiutante reale. Non vi è peraltro ragion veruna di poter interpretare la denominazione di famiglia nel senzo ristretto, e limitato. Imperocché la massima generale in fatto di Privilegi, richiede, che vengan essi nelle cose favorevoli estesi, e nelle nocive ristretti, ragion non vuole, che non debba applicarsi solo una tal massima allorché si tratta del maggior decoro della dignità del Governante: ne altresì è conveniente che la libera facoltà di ciascheduno di accrescere, o scemare il numero de’ suoi familiare venga solamente niegata all’arbitrio del rappresentante del principe.
Ma quando fusse destituito il mio assunto di tuttocciò, con cui intendo di averlo già pienamente comprovato, la pratica, che in quistioni di tal natura ha un’auttorità emola della legge, ci rassicura della ragionevolezza di tale ampia interpretazione della denominazione di famiglia. Attesoché, come appare dalla fede che mi l’onore di compiegare all’E.V. estratta autenticamente dai registri serbati nella mia officina, sin da moltissimi anni cotali foristi sono in possesso di siffatto Privilegio, senza essere stato lor giammai contrastato dai Magistrati Ordinari.
[…] Per ultimo il sottrarre questi sogetti all’ordinaria giurisdizione e sommetterli a quella dell’Auditore non è che vengan eglino abbandonati all’indipendenza tanto fatale alla società quindi neppure per questa ragione puòssi screditare un tal Privilegio quasicché sia nocivo al corso della giustizia.[…]”.

Le riforme contro il potere feudale del clero.

Il quarto punto delle riforme del gran Viceré, comprende tutte le misure prese nei confronti del clero e della sua enorme influenza. Abolì, il 4 marzo 1782, il privilegio per cui la Compagnia dei Bianchi poteva graziare un condannato a morte nel giorno del venerdì Santo:
“Contiene l’annessa nota tutto ciò, che rimira l’origine l’occorrente nel progresso e l’uso, sin ora fattosi dalla Compagnia delli Bianchi in questa Capitale del privilegio della liberazione di un reo di morte nel venerdì Santo di ogni, e quantunque di casi riportato dal Sovrano nel 1580 in compensa alle spese sostiene nel confermare i rei condannati al patibolo pure dopo dopo dicesi, che la G.C. nel 1728 nell’esaminare l’assunto produsse essere stata fatta la concessione dal Viceré in questo Regno Principe Marco Antonio Colonna; che perciò mi sono risoluto rimetterla come fò a V.S. perché veda, esamini il privileggio che si cita, e le conferme, che seguirono, supponendo il privileggio, esamini anche le regioni che addusse la G.C., e qualora il privilegio sussistesse, e le conferme non patissero eccezzione alcuna, dica qual metodo debba tenersi nell’accordare una grazia, che si conviene al solo Sovrano, e il cui abuso potrebbe portare gravi sconcerti nella civile società. Palermo 4 Marzo 1782.”
Sottopose a revisione gli statuti delle confraternite, abolì i conventi benedettini dei Bianchi e ne acquisì le rendite. Abolì, il privilegio dei parroci di riscuotere i diritti funerari e prese misure per la salute pubblica, riguardo la sepoltura dei cadaveri:
“Col fomento del real ordine de’ 27 ottobre dell’anno scorso che mi previene sul principio del Governo, con cui S.M. abolì l’esazione de’ diritti funerali; stimai abbene incaricare come feci con Biglietto de’ 7 novembre seguente la Giunta de’ Presidenti e Consultore e di proporre i mezzi come possa aprirsi un campo santo, cui non resti l’aiere contaminato con tanto pregiudizio e detrimento della pubblica salute. Essendomi ora arrivato il libretto titolato Parere della società regale di Medicina di Parigi sopra il Male, che portano alla pubblica salute i cadaveri sepolti dentro la Città, e luoghi abitanti= considero essere assai confacente ed utile all’intento che può facilitarlo coi mezzi e delucidazioni, che somministra e rifletto altresì essere questa una materia che interessa non poco l’obbligo e le premure di codesta deputazione a cui resta appoggiata la cura della maggiore conservazione della publica salute ondè che passo a mano di V.E. numero 6 di questi libri perché applicando all’assunto veda e concorra col suo zelo e attenzione ad agevolare il pretto di cui resta incaricata la Giunta sudetta e si valga de’ sudetti libri per l’uso che convenga alla propria istruzione sul particolare che portando il solo e l’unico riflesso di depurare l’aria e migliorarla nella Capitale, cospicua e meritevole di ogni buono avvenimento dove impegnare ogni di lei premura come nel promette degli argomenti che ha dati nel disimpegno della propria incombenza. Palermo 7 Marzo 1782”.
Ciò che il Caracciolo aveva fatto nel suo primo triennio da Viceré fu molto apprezzato dal governo centrale napoletano, per questo motivo:
“Pienamente soddisfatto il re nostro Signore della prudenza, saviezza buona condotta, e zelo, col quale V.E. si lodevolmente ha disimpegnato sinora il governo del Regno di Sicilia, si è degnato per un nuova testimonianza della sua beneficanza, ed accettazione d confirmare V.E. nel viceregnato per un altro triennio di suo real ordine io lo partecipo con tutto il mio piacere a V.E., perché faccia di questo avviso l’uso, che convenga: prevenendola, che per questa segretaria di mio carico si sta disponendo la corrispondente cedola”.

Le riforme illuminate. 

Detto ciò, andiamo ad affrontare l’ultimo punto, ma non per questo meno importante, delle riforme del Caracciolo, anzi, da questi provvedimenti si può notare, ancora una volta, la grande mentalità progressista e futurista del Viceré di Sicilia. Prese misure relative ad un raffinamento dei costumi sociali e della morale. Emanò misure contro il gioco d’azzardo; contro le maschere di carnevale indecenti; contro le denunce anonime; contro i fuochi d’artificio dentro la città; contro spettacoli popolari pericolosi, come le corride spagnole; contro le pompe funebri lussuose e sconvenienti. Continuò ad emanare provvedimenti: contro i matrimoni clandestini; contro le prostitute; contro i malviventi. Prese provvedimenti, inoltre, per la nettezza urbana; per la vaccinazione; per le carceri; per le scuole; per l’avviata riforma dell’Università di Catania; fece costruire cimiteri comunali. Per quanto riguarda Palermo, nello specifico, fece selciare e lastricare strade; costruì fognature e acquedotti; aprì due nuove piazze, di cui una era destinata al mercato civico; introdusse l’illuminazione notturna. S’interessò non poco alla cultura, e cercò di promuoverla in tutto il Regno. Sovvenzionò l’Accademia degli studi, quella che pochi anni dopo sarebbe divenuta l’Università degli Studi di Palermo. Fece costruire un laboratorio di chimica, un teatro anatomico, un museo di scienze naturali. Da ciò si può desumere quanto il Viceré tenesse alla formazione dei giovani, voleva che anche in loro s’instillasse quella mentalità illuminista, quell’amore per il sapere e la creazione di una coscienza critica, che tanto l’avevano attratto e formato in quel di Parigi. E non solo, sapeva che il suo viceregno sarebbe, inevitabilmente, finito, ma voleva fortemente che il suo progetto di riforma non si arrestasse con la sua partenza dall’isola; quindi l’idea era questa, formare menti e cuori da impiegare nella causa riformatrice, e poi una volta giunto alla corte di Napoli, quindi nel governo centrale, coadiuvarli influenzando il Re. Il 19 gennaio 1786, il Marchese Domenico Caracciolo lasciò il Regno di Sicilia per divenire Primo Ministro alla corte di Napoli, al suo posto giunse, nella carica di Viceré, il Sig. Francesco d’Aquino, Principe di Caramanico, il quale continuò la stagione delle riforme sulla scia del Caracciolo, ma con modi certamente differenti, prossimamente un articolo a lui dedicato.

Tutti i dispacci e le varie fonti archivistiche sono state trascritte dagli autori del sito presso l’Archivio di Stato di Palermo. La trascrizione è  fedele al documento originale per cui si sono riportati anche gli errori di grammatica.

Fonti documentali, sezione “Fonti Storiche”:

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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