Il fenomeno della schiavitù a Roma

L’evoluzione dello schiavismo durante la lunga storia romana.

Prima di entrare nel merito della questione, vorremmo prima citare la definizione della parola schiavitù, l’enciclopedia Treccani ce la presenta così: “Condizione propria di chi è giuridicamente considerato come proprietà privata e quindi privo di ogni diritto umano e completamente soggetto alla volontà e all’arbitrio del legittimo proprietario.

Avendo presente la definizione appena enunciata siamo pronti per la nostra analisi. La schiavitù come forma di asservimento personale è un dato presente in quasi tutte le culture e i popoli antichi. Per citare alcuni autorevoli personaggi che legittimavano e accettavano la schiavitù, si pensi ad Aristotele, il quale riteneva che la distinzione tra padroni e schiavi fosse voluta dalla natura al pari della differenza tra uomo e donna; si ricordi Cicerone, per il quale se esercitata in modo corretto la schiavitù era naturae congruens; in ultimo si ricordi il giurista Gaio, secondo cui la schiavitù fosse un istituto di ius gentium ossia un diritto delle genti, in quanto praticato da tutti i popoli.

Nel mondo romano la concezione del servus mutò nel corso dei secoli.

Nella Roma arcaicBoulanger_Gustave_Clarence_Rudolphe_The_Slave_Marketa il fenomeno era pressoché sconosciuto, tal condizione era ammessa in caso di debiti insoluti, il debitore veniva assegnato fisicamente al creditore per ripagarlo del dovuto con il proprio lavoro (cd. nexi o addicti). La condizione di assoggettamento però, non era a tempo indeterminato, infatti non appena il creditore sarebbe stato risarcito la soggezione sarebbe terminata. Oltre a pagare i debiti con il proprio lavoro, il debitore poteva essere venduto al mercato, qualora non avesse potuto assolvere il proprio onere né con il lavoro né in altro modo. C’era anche la possibilità che venisse messo a morte, ma tale possibilità fu esclusa dalla Lex Poetelia Papiria de nexis del 326 a.C. che in sostanza “patrimonializzò” le questioni di debiti.

Ma quando la società romana divenne dipendente dalla manovalanza servile? Abbiamo visto che in età arcaica il fenomeno della schiavitù era relegato ai soli casi di debiti insoluti.

Tra il III e il II secolo a.C. vi fu una prepotente affermazione della schiavitù come fenomeno generale in seguito alle espansioni militari, Roma trovò nella grande mole di prigionieri di guerra la risposta alla sua domanda di schiavi. I mercanti acquistavano gli schiavi direttamente dai comandanti per poi rivenderli nei mercati cittadini.

Come mutò la società romana e la sua economia in seguito al fenomeno dello schiavismo?

La manodopera servile venne utilizzata in molteplici ambiti da quello agricolo a quello manifatturiero, i più dotti venivano utilizzati come precettori, scribi e segretari, altri utilizzati per i giochi ludici dei combattimenti tra gladiatori, i quali se sopravvissuti ad un certo numero di combattimenti avrebbero acquisito la libertà.

Da un punto di vista economico si assiste alla sviluppo del latifondo e la concentrazione della ricchezza terriera in pochi soggetti. L’economia passò da prettamente agraria e legata alla terra ad un’economia mercantile e monetaria.

Anche la società romana mutò con l’affermarsi del fenomeno, divenne un crogiolo di culture e di popoli provenienti da luoghi lontani, greci, asiatici e africani che portarono con sé le loro usanze, le loro lingue e i loro dei. Prima o poi, non tutti, si sarebbero affrancati dai loro padroni, divenendo cittadini romani e avrebbero contribuito alla trasformazione della repubblica in una civiltà cosmopolita. Vediamo inoltre, come i servi potevano acquisire la libertà.

Lo ius civile, incluse i servi tra le res mancipi, cioè tra le cose di proprietà. Prevedeva, inoltre, le cd. manumissiones, le quali erano delle cerimonie solenni che permettevano al servo di divenire un uomo libero; tre erano i tipi di manumissiones: la manumissio vindicta, la manumissio testamento e la manumissio censu, oltre a rendere il servus un homo liber gli conferivano lo status di cittadino romano, ciò era tollerato in età arcaica poiché i servi provenivano da popoli vicini, ma in seguito all’espansione romana, i servi provenivano da luoghi spesso lontanissimi, ragion per cui la concessione della cittadinanza ai servi divenuti liberi, in seguito a manumissio, fu ostacolata dalle fazioni più conservatrici, al fine di evitare un “imbastardimento” del popolo romano.

La manumissio vindicta consisteva in un fittizio processo di libertà dinanzi a tre soggetti, il magistrato, il dominus e l’adsertor in libertatem, il quale toccava lo schiavo con una festuca e ne dichiarava la condizione di homo liber, in seguito il magistrato verificava la mancata obiezione del dominus e dichiarava ufficialmente l’addictio in libertatem.

La manumissio censu consisteva nell’iscrizione del servo, in seguito all’accordo dei censori e del dominus, nelle liste degli uomini liberi. L’iscrizione aveva efficacia costitutiva. 

La manumissio testamento era l’unica forma in cui il mutamento dello status era dichiarato esplicitamente senza atti fittizi. La volontà di liberare il servus era inserita nel testamento del dominus, quindi il servo sarebbe divenuto un homo liber alla morte del padrone, senza passare in eredità ai figli.

Dal punto di vista giuridico i servi erano soggetti alla dominica potestas, che indicava il potere del padrone sullo schiavo, con l’aggettivo dominica ci si riferisce all’esercizio del dominium sulle cose, mentre con il sostantivo potestas ci si riferisce alle funzioni esercitate sugli uomini. Sul piano giuridico i contenuti della dominica potestas erano assimilabili a quelli della patria potestas (per approfondire la questione della patria potestas si rinvia ad un nostro precedente articolo clicca qui).

Negli ultimi due secoli della res publica gli schiavi subivano ogni genere di tortura, venivano uccisi a scopo deterrente per placare i tumulti ma così facendo non si faceva altro che fomentare la rabbia e l’odio, che sfociarono nelle guerre servili, si ricorda l’episodio dello schiavo Spartacus che fece tremare la repubblica.

Non dobbiamo cadere in errore associando l’odierno concetto di schiavitù, intriso di sfumature razziste, con quello romano che era tutt’altra cosa. I romani, infatti, solitamente verso i servi praticavano trattamenti umani al fine di farli lavorare più efficientemente, a meno che come in seguito alle rivolte servili si procedeva a crocifissioni di massa come monito per gli altri schiavi.

Durante l’età mercantile le manumissiones si fecero più frequenti, ragion per cui le modalità della loro esecuzione vennero semplificate, i servi venivano liberati in seguito ad una semplice dichiarazione del padrone, dinanzi a dei testimoni, detta manumissio inter amicos o per via di un’attestazione scritta del dominus, detta manumissio per epistulam.

Nell’ultimo secolo della repubblica si affermò un principio, il cd. favor libertatis in virtù del quale ogni qual volta vi fosse stato un dubbio circa la condizione giuridica di un soggetto, se homo liber o servus si sarebbe optato per la prima.

Nel periodo del dominato cristiano il fenomeno della schiavitù iniziò a mutare, cresceva il numero di manumissiones, incorreremmo in un errore se addebitassimo la crisi del sistema schiavistico all’avvento del cristianesimo, poiché il fenomeno si era attenuato già molto prima della diffusione della religione cristiana,  esso era giunto alla sua naturale conclusione a causa di mutamenti economico sociali. Nonostante queste tendenze, la schiavitù però non è stata abolita dall’oggi al domani anzi, i padri della chiesa stessi, durante il III e IV secolo d.C. affermavano che qualora un servus fosse fuggito, una volta ritornato al padrone dovesse essere severamente punito.

Degli interventi legislativi seri si devono all’imperatore Costantino, il quale emanò due costituzioni, nel 319 e nel 326 d.C., con le quali proibì l’uccisione dello schiavo tramite inumane torture, abusando dello ius vitae ac necis a meno che non fosse deceduto a seguito delle percosse date dal padrone, in tal caso quest’ultimo sarebbe stato senza colpa.

Costituzione del 319: “Imp. Constantinus a. ad Bassum. Si virgis aut loris servum dominus adflixerit aut custodiae causa in vincla coniecerit, dierum distinctione sive interpretatione depulsa nullum criminis metum mortuo servo sustineat. Nec vero inmoderate suo iure utatur, sed tunc reus homicidii sit, si voluntate eum vel ictu fustis aut lapidis occiderit vel certe telo usus letale vulnus inflixerit aut suspendi laqueo praeceperit vel iussione taetra praecipitandum esse mandaverit aut veneni virus infuderit vel dilaniaverit poenis publicis corpus, ferarum vestigiis latera persecando vel exurendo admotis ignibus membra aut tabescentes artus atro sanguine permixta sanie defluentes prope in ipsis adegerit cruciatibus vitam linquere saevitia immanium barbarorum. Dat. V id. mai.”

Costituzione del 326: “Imp. Constantinus a. Maximiliano Macrobio… Quoties verbera dominorum talis casus servorum comitabitur, ut moriantur, culpa nudi sunt, qui, dum pessima corrigunt, meliora suis acquirere vernulis voluerunt. Nec requiri in huius modi facto volumus, in quo interest domini incolume iuris proprii habere mancipium, utrum voluntate occidendi hominis an vero simpliciter facta castigatio videatur. Toties etenim dominum non placet morte servi reum homicidii pronuntiari, quoties simplicibus quaestionibus domesticam exerceat potestatem. Si quando igitur servi plagarum correctione, imminente fatali necessitate, rebus humanis excedunt, nullam metuant domini quaestionem. Dat. XIV. kal. mai. Sirmio, Constantino a. VII. et Constantio c. coss.”

Per aversi la condanna del dominus a seguito dell’uccisione del servus, senza nessuna esimente, bisogna attendere la legislazione romano-barbarica, la prima legge in cui si rinviene tal precetto è la Lex Romana-Wisigothorum, emanata da Alarico II nel 506 d.C., sancì che i padroni non avevano lo ius vitae ac necis sugli schiavi, e che i servi se colpevoli di qualcosa dovessero essere consegnati ad un giudice per essere processati. Il padrone che uccide intenzionalmente un servushomicidii reus est” (è reo di omicidio).

Con questa breve trattazione si è cercato di fare chiarezza sul fenomeno della schiavitù nell’antica Roma, partendo dall’età arcaica sino a quella romano-barbarica. Chiaramente molte cose sono state trattate superficialmente, altre tralasciate poiché sono argomenti che richiederebbero pagine e pagine per essere presentati in modo esaustivo. Vi ringraziamo per la lettura e se avete apprezzato un minimo lo sforzo, condividete. Grazie.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

4 commenti
    • Ma dalla storia si può imparare tentando di non ripetere gli errori fatti, ma ahimè l’uomo è un essere altamente recidivo e talvolta fa errori ancor più gravi di quelli passati.

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