Il matrimonio e la posizione della donna nella Roma antica

Cenni generali su leggi e diritti circa la figura femminile.

Continuando la nostra analisi degli istituti del diritto romano, non si poteva non prendere in considerazione l’istituto del matrimonio e dei diritti che le donne possedevano nella Roma antica. Come già visto per il fenomeno della schiavitù (clicca qui per leggere l’articolo sulla schiavitù) e per l’istituzione della familia (clicca qui per leggere l’articolo sulla familia romana), anche per quanto riguarda l’istituto del matrimonio si assiste a dei mutamenti, a delle evoluzioni, che si possono cogliere nelle diverse epoche che contraddistinguono la lunga storia di Roma.

Il concetto di matrimonium romano era profondamente diverso da quello odierno, tecnicamente oggi esso è un negozio giuridico che trova la sua ragion d’essere in un atto di volontà tra due coniugi. Il vincolo è stato consolidato nell’etica cristiana, ergo unione intesa come sacramento indissolubile per l’intera vita dei coniugi. Nella storia romana, e in età arcaica, si assiste ad una evoluzione del concetto di matrimonium. Due sono le concezioni a cui si fa riferimento: la prima, in virtù del matrimonium, il marito acquistava un diritto di proprietà sulla sposa; la seconda si basava sul desiderio dei coniugi di una comunione continuata nel tempo.

Peculiare fu il mutamento della posizione della donna che, in età arcaica, era oggetto di diritti e mai soggetto, ovvero dalla nascita era sottoposta alla patria potestas del padre, una volta maritata (usciva dalla potestas del padre), se sposava un pater familias era sottomessa alla manus maritalis come uxor in manu,  se invece sposava un filius familias (se non comprendi bene i rapporti tra pater e filius, e il modo con cui la potestas si esplicava ti invitiamo a leggere l’articolo sulla familia cliccando qui) era sottoposta come filia loco alla patria potestas del padre del marito (del suocero). gigarte_opera_9455

In età mercantile la donna si vide riconosciuti una serie di diritti che le davano la possibilità di essere proprietaria di alcuni beni.

Dal III secolo a.C. con la rapida evoluzione della società, anche il matrimonio si evolse. Il matrimonium cum manu cadde in disuso e sostituito da diverse forme di unione consensuale, per cui la moglie non era sottoposta alla manus maritalis, tali forme di matrimonio prendevano il nome di sine manu e si reggevano sulla reciproca volontà di unione. I matrimoni potevano anche essere sciolti, senza alcuna formalità, per semplice venir meno dell’adfectio o per repudium. Queste forme di matrimonio (sine manu) contribuirono ad aumentare il numero di donne con capacità giuridica, sebbene tale capacità fosse limitata, in quanto ritenute incapaci di agire e compiere determinati atti, si pensi alla capacità testamentaria per cui dovevano essere assistite da un soggetto che integrasse la volontà muliebre con la propria, cd. tutela mulierum.

La domanda sorge spontanea, si praticava un rito o una cerimonia che sancisse pubblicamente il matrimonium e quindi l’inizio di una comunione tra i coniugi? Il marito come acquistava i diritti sulla moglie?

Come si è visto, nei primi secoli le mogli erano in manu del marito o filiae loco soggette alla potestas del pater del marito. La manus maritalis era generata non dal rito del matrimonio in stile cristiano, era sufficiente il semplice esercizio ininterrotto del potere maritale per un certo periodo di tempo, tal pratica per acquistare i diritti sulla moglie prendeva il nome di usus, fu il modo più semplice e più diffuso con cui si dava inizio all’unione coniugale. Tramite il giurista Gaio veniamo a conoscenza di un altro modo utilizzato per dare avvio alla comunione, ovvero tramite la coemptio che consisteva in una vera e propria vendita della sposa al marito o all’avente potestà su di lui, che ne pagava il prezzo. L’ultimo metodo con cui si dava il via all’unione coniugale era la confarratio, un’antica e arcaica cerimonia religiosa, celebrata dinanzi al pontifex maximus  e dieci testimoni, in cui si utilizzava pane di farro e si praticavano sacrifici in onore di Giove.

È fuor di dubbio che l’unione comportava ripercussioni anche sul piano economico; una caratteristica della civiltà del romana, e di quasi tutte le civiltà si potrebbe dire, fu l’istituto della dote (dos in latino) che prevedeva un pagamento in beni (denaro o altro) emesso dal padre della sposa a favore del marito. La ragione di tale istituto era ravvisabile nella concezione della donna come un peso da sopportare in quanto non produttiva dal punto di vista economico, sulla questione vi sono comunque svariate interpretazioni.

Dopo aver esaminato il matrimonio e la sua evoluzione, andiamo più a fondo entrando nell’area giuridico legislativa, passando in rassegna la lex iulia de adulteriis coercendis e le relative sanzioni. Durante l’età augustea, l’imperatore intraprese una politica di riforma e di elevazione dei costumi e dell’etica familiare con il fine di riportare in auge i valori della res publica, tale politica, nel 17 a.C., diede vita alla suddetta legge. Oggetto di repressione della legge erano una serie di comportamenti ritenuti lesivi del decoro e della morale familiare; la repressione di questi atti era necessaria per difendere il matrimonio, promuovere le nascite e combattere la licenziosità dei costumi. Altre due leggi meritano di essere menzionate: la lex iulia de maritandis ordinibus (18 a.C.) e la lex Papia Poppaea nuptialis (9 d.C.). Tale campagna fu accolta in maniera entusiasta dai letterati dell’epoca.

Furono vietati i seguenti comportamenti: l’adulterium, lo stuprum e il lenocinium, si dibatte inoltre, sulla possibilità che la lex iulia perseguisse anche l’incestum. Vediamoli uno per volta indicandone le relative sanzioni.

L’adulterium, dalla stessa parola si evince il significato, stava ad indicare l’unione di una donna sposata con chiunque non fosse il legittimo consorte. La sanzione per le donne accusate di adulterium prevedeva, innanzitutto la denuncia, entro 60 giorni dall’accaduto, da parte del padre e del marito, quest’ultimo entro il suddetto lasso temporale doveva procedere a ripudiare la donna; decorsi i 60 giorni, senza che nessuno degli abilitati avesse proceduto ad espletare gli atti suddetti, l’accusa poteva essere fatta da un quivis de populo. Accertato l’adulterio le pene erano varie, all’uomo, che si era unito con una donna sposata, veniva confiscato metà dell’attivo patrimoniale, la donna perdeva metà della dote che veniva acquisita dal marito, mentre un terzo andava a rimpinguare le casse statali, inoltre per entrambi i rei sopraggiungevano alcune incapacità: l’uomo non poteva più testimoniare, la donna non poteva contrarre nuove nozze ed entrambi venivano confinati in due isole diverse.

Lo stuprum, anche questa parola molto simile alla nostra ma con un’accezione diversa, indicava l’unione con una donna di buoni costumi non sposata. La sanzione per tale reato era la relegatio in insulam e la confisca di una parte dell’attivo patrimoniale.

Il lenocinium consisteva nello sfruttamento ed il favoreggiamento dei suddetti crimini, anche l’accettazione passiva da parte delle vittime configurava il reato, essi avevano l’obbligo di reagire (es. il marito tradito che non avesse ripudiato la moglie era punito per lenocinium). La sanzione per tale reato era, analogamente allo stuprum, la relegato in insulam e la confisca di una parte dell’attivo patrimoniale.

L’incestum, la dottrina prevalente ritiene che la sua persecuzione come reato venne configurata successivamente, quindi la lex iulia non la sanzionava.

La lex iulia con il suo desiderio di riportare in auge gli antichi valori, riconobbe anche la vendetta privata, la cd. autotutela. Il padre della donna accusata di adulterio aveva la facoltà di uccidere entrambi i colpevoli del crimine, purché colti in flagranza di reato in casa propria o in quella del genero, con l’obbligo, se avesse deciso di esercitare questa facoltà, di ucciderli entrambi. D’altro canto il marito tradito qualora avesse colto in flagranza la moglie con un altro soggetto, avrebbe potuto uccidere solamente l’uomo, ma solo se di bassa estrazione sociale.

Dopo aver trattato questi punti, abbiamo appositamente riservato per la parte conclusiva di questa breve descrizione dell’istituto matrimoniale, l’esame del matrimonio durante l’impero cristiano.

La religione cristiana comportò inevitabilmente dei cambiamenti nei rapporti familiari, in quanto il suo libro sacro prescrive dei precetti che cozzavano con buona parte della tradizione romana. L’influenza del cristianesimo nel governo di Roma portò alla promulgazione di svariate leggi che avevano l’intento di frenare la libertà sessuale e la licenziosità dei costumi. Il matrimonio acquista un valore sacrale (Codex Iustinianus 8.47.10), il legame diviene indissolubile tramite la sua trasformazione in sacramento. Il divorzio viene avversato, così come le seconde nozze così da determinare l’abolizione della lex iulia de maritandis ordinibus (con la quale si esortavano i vedovi a risposarsi). Prendono piede gli sponsali, ossia le promosse di matrimonio, che assumono valore obbligatorio tramite il versamento di un somma come garanzia, per cui qualora si fosse rotto il fidanzamento tale somma sarebbe stata persa o restituita al doppio della cifra, in base a chi avesse rotto la promessa. Mutò anche il modo di concepire la dote, che divenne un patrimonio amministrato direttamente dal marito, ma la cui titolare ab origine restava la moglie alla quale si sarebbe restituita in caso di rottura del vincolo.

In conclusione si è delineata l’istituzione matrimoniale e la sua evoluzione durante la storia di Roma, si sono delineati i mutamenti dopo l’avvento dell’etica cristiana e si sono prese in considerazione alcune leggi particolarmente significative. Tirando le somme possiamo affermare che questo piccolo articolo può essere un buon punto di partenza per farsi un quadro relativamente chiaro per poi approfondire la questione. Sperando che abbiate apprezzato la qualità dei contenuti vi chiediamo di commentare e condividere.

FONTI STORICHE:

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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