Il meridione d’Italia nel XVI secolo

Persa l’antica autonomia giuridica e politica, agli inizi del XVI secolo il Regno di Napoli si presentava come un viceregno, assoggettato al dominio del re straniero, Ferdinando il Cattolico della casa d’Aragona. L’avvento della monarchia spagnola determinò per il Regno un’importante trasformazione sul piano istituzionale, che durò circa due secoli, fino al 1707. La dipendenza da un sovrano lontano, fisicamente e spiritualmente, e quindi il trasferimento in Spagna del centro decisionale della sua vita politica e giuridica, fu per il Meridione un fatto che ebbe ripercussioni ed effetti decisivi in tutti i campi. Dopo la conquista, il potere della capitale del Mezzogiorno peninsulare, subì un duro colpo: oltre a rimanere dopo diversi secoli senza un proprio sovrano, veniva privata anche della corte regia e con essa di quel prestigio e di quei fasti che le erano direttamente connessi. Dalla Spagna, infatti, era inviato un ministro con carica temporanea, il viceré, chiamato a svolgere direttamente le veci del sovrano. Con molta prudenza Ferdinando il Cattolico, intanto, programmava alcuni interventi per una lenta ma profonda trasformazione dell’ordinamento, cercando di evitare il pericolo di squilibri repentini e di polarizzare le funzioni statuali in alcuni centri di potere a discapito di tutti altri. I criteri generali seguiti dalla monarchia spagnola per la gestione del regno di Napoli erano fondamentalmente due: il primo consisteva nell’adozione del principio del divide et impera, che puntava a mantenere i contrasti interni tra i diversi status ed a generare la convinzione che fosse necessario per ciascuno stringere un legame diretto con la Corona. Quindi, mentre la lotta per il potere si continuava a combattere all’interno del Regno, su un piano orizzontale, singolarmente si poteva instaurare un contatto con la corte madrilena per vedere soddisfatte le proprie aspettative e richieste. Il sovrano diventava allora il punto di equilibrio tra i diversi ordinamenti sociali e giuridici in competizione. L’altro criterio generale mirava soprattutto a creare consenso nelle popolazioni assoggettate: si sarebbero recepite, almeno apparentemente, le istanze provenienti dalla società, facendole confluire in una nuova normazione. Questo sistema tuttavia non implicava affatto che d’un colpo si fossero abrogate tutte le leggi ereditate dal passato. L’ordinamento giuridico preesistente, perpetuando situazioni giuridiche consolidate ed antichi privilegi, rappresentava, per i sudditi, una garanzia di continuità di posizioni e diritti pregressi; per la Spagna una sicurezza circa la stabilità della conquista e la possibilità di un pacifico assestamento della nuova organizzazione istituzionale.
Complessivamente il sistema di governo non subì un netto stravolgimento delle strutture istituzionali preesistenti. Rimanevano operativi, in larga misura, molti organi costituiti, nel secolo XV, in base alle disposizioni di Alfonso d’Aragona. Ad essi, tuttavia, si sovrappose una nuova organizzazione accentrata e verticistica, più rispondente alle linee politiche ed ai progetti della monarchia, sotto il cui scettro tutto doveva convogliare. L’intento era quello di creare una serie di catene e di vincoli, per ancorare il regno alla Spagna. Il legame di dipendenza andava costruito e modellato su più livelli, utilizzando al meglio gli elementi antichi prima di procedere alle innovazioni. Il disegno spagnolo consisteva fondamentalmente nel mantenere vigente una gestione del regno di Napoli, che rimanesse autonoma e strutturata sulle risorse locali, sia umane che economiche. Ma tutto questo non escludeva l’inserimento all’interno delle coordinate dettate dalla Corona e quindi la totale soggezione dalla Spagna.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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