Il particolarismo giuridico

Il diritto romano, elaborato ed interpretato dalla scienza giuridica medievale, costituì a diverso titolo e con varietà di vicende, un elemento centrale e certamente dominante nell’esperienza giuridica degli ordinamenti europei. In ciascuno di questi ordinamenti, la presenza del diritto romano generò, come normativa comune e sussidiaria, quel caratteristico sistema di fonti giuridiche che deve essere qualificato quale regime di diritto comune. In ciascuno degli ordinamenti giuridici, la tradizione giurisprudenziale elaborata sulla base del diritto romano, si contrappose, come blocco unitario, ad una eterogeneità e molteplicità di diritti locali o particolari; fu utilizzata come ratio juris per l’interpretazione di quel diritto; oppure fu utilizzata per elaborare gli unitari criteri dogmatici per una sua consolidazione ed elaborazione a livello nazionale.

Il quadro delle fonti giuridiche fu dunque caratterizzato, anche nella fase di passaggio tra Medioevo ed Età moderna, da una estrema frammentarietà ed eterogeneità. Ma, con il progressivo accentrarsi dello Stato moderno, il concetto di un diritto comune, di un regime pluralistico di fonti e, dunque, di diritti, cominciò ad entrare seriamente in crisi. A quel tipo di concetto, si avviò a contrapporsene un altro: il concetto di diritto quale legge dello Stato sovrano, elaborato ad immagine stessa dello Stato da un Sovrano che è produttore dell’intero ordinamento giuridico e non semplicemente conservatore di un ordinamento giuridico già dato, qual era quello romano. Fu, dunque, l’assolutismo, con la sua intrinseca volontà di sottoporre al controllo tutto l’ordinamento positivo e la gestione del diritto, a cercare di risolvere il problema dell’unificazione giuridica facendo leva sull’idea di un intervento legislativo diretto ed autoritario, quindi dall’alto, volto a creare un nuovo diritto. Il Sovrano, in altri termini, doveva imporsi in quegli Stati, come fonte di ogni potere politico e normativo. Comprendiamo bene che fu, sulla base di questi principi, che poté maturare il concetto stesso di codificazione: un’idea che poggia le sue basi proprio sul concetto di sovranità e che appariva tanto più ‘rivoluzionario’ quanto più si accompagnava all’idea della sostituzione, graduale ma totale, di un diritto unitario per l’intero Stato alla pluralità delle fonti giuridiche esistenti. Ma, per comprendere come lentamente sia andata maturando quest’idea è necessario prendere in considerazione gli aspetti generali della situazione di complicazione giuridica che fu caratteristica degli ordinamenti europei tra il secolo XV ed il XVIII. In questo arco temporale, la situazione delle fonti del diritto si presentava caratterizzata in questi termini: esisteva il diritto comune (che ricordiamo era il diritto elaborato dalla scienza giuridica medievale sulla base del diritto romano e del diritto canonico) e tanti diritti particolari. Mentre, però, nel corso del Medioevo, il diritto comune aveva rappresentato la fonte principale, sicché gli ordinamenti particolari potevano essere applicati solo in via sussidiaria, tra il XVI ed il XVIII secolo, il rapportò subì una vera e propria inversione di tendenza. Il diritto comune cominciò cioè ad essere applicato in via sussidiaria, mentre furono i diritti particolari ad essere applicati con precedenza sul diritto comune. Il perché di questa inversione tendenza non può che essere chiaro alla luce della premessa che abbiamo fatto. Tutta la legislazione, come normativa generale dello Stato, dunque, come lex superior, ebbe, infatti, la precedenza assoluta su tutte le altre fonti concorrenti. Un’interferenza di quest’ultime, ossia un riferimento alle fonti del diritto comune, sarebbe potuta essere tollerata solo in caso di lacuna e sempre che non vi fosse contrasto con il nuovo diritto di derivazione statuale. Se al nostro occhio l’idea di un diritto generale dello Stato può apparire scontata e, a dir poco, ovvia così certamente non era per gli uomini d’Antico Regime, abituati ad un diritto frammentato ed eterogeneo, anzi abituati a più diritti frammentati ed eterogenei. L’analisi della storiografia ha posto in luce che la moltiplicazione del diritto nell’Antico Regime si produceva ad una duplicità di livelli: 1) su base oggettiva e 2) su base soggettiva. La prima forma di moltiplicazione (oggettiva) si sviluppava su base locale e territoriale, determinando una regolamentazione giuridica che si diversificava da città a città. Il gruppo delle fonti di carattere locale (Statuti, consuetudini…), che complessivamente si indica con il nome di ius proprium, mutava da contesto a contesto. Per fare qualche esempio potremmo dire che nelle città trovavano applicazione delle disposizioni di ordine fiscale e militare diverse da quelle vigenti nelle campagne o nei territori sottoposti al feudo. Ma quella stessa regolamentazione mutava altresì da città a città. Era frequente che in due comuni contigui, una stessa fattispecie potesse essere disciplinata in modo totalmente disomogeneo, in base a principi e criteri totalmente differenti. Nelle singole comunità urbane esisteva, pertanto, una molteplicità di diritti positivi, i quali variavano da luogo a luogo anche in considerazione della maggiore o minore assimilazione del diritto romano. Può essere interessante a questo punto citare il caso di Napoli, che per tutta l’età moderna, oltre ad essere un’importante capitale europea, fu un centro affollatissimo, ad altissima densità abitativa, meta di continue migrazioni compiute dalla provincia in direzione centripeta. L’interesse che accompagnava il flusso migratorio riguardava aspetti sociali ed economici, ma soprattutto la prospettiva di migliorare il proprio status giuridico, mediante l’acquisizione di una serie di privilegi. Gli abitanti della capitale erano esenti dalle ‘contribuzioni dirette’ ordinarie, che all’epoca ricomprendevano anche una serie cospicua di donativi che dovevano essere versati dal Regno alla Corona spagnola. Vivere in città piuttosto che nelle campagne era dunque vantaggioso sotto diversi profili, condizionati e vincolati dal diritto. Infatti, accanto alle esenzioni fiscali, i cittadini napoletani godevano poi del privilegio di foro, sia attivo che passivo. Il che vale a dire che in tutte le controversie che li riguardavano, sia in veste di attori che di convenuti, ad essere competente erano i tribunali della Capitale: un privilegio notevolissimo se pensiamo per un istante quale spesa dovesse implicare in quel periodo spostarsi in un luogo diverso, pagare un avvocato o un procuratore per il giudizio; senza poi pensare che in un quadro totalmente lacunoso in materia di garanzie avere la possibilità di scegliere il giudice competente voleva significare riuscire ad accaparrarsi talvolta anche l’esito del giudizio. Ma, il problema del particolarismo cd. oggettivo, poneva altresì una serie di problemi nell’articolato rapporto, non solo tra ius commune e ius proprium, ma anche all’interno dello stesso ius proprium. Infatti, nell’ambito del ius proprium vi era una serie articolata di diritti, che variava per estensione e completezza, a seconda dei casi: consuetudini, Statuti, norme corporative rappresentavano monadi di un variegato panorama giuridico. Ma, la moltiplicazione giuridica oggettiva era fondata, oltre che sulla pluralità di diritti locali, anche sulla coesistenza di diverse giurisdizioni, la cui prassi risultava tutt’altro che omogenea. La presenza su di uno stesso territorio di una pluralità di corti di giustizia (feudali, regie, ordinarie, speciali, privilegiate) frammentava ulteriormente il diritto, e, in modo ancora più grave, perché parcellizzava il diritto nel suo momento applicativo a svantaggio di ogni prospettiva di unificazione dell’ordinamento giuridico. Il funzionamento simultaneo di piccoli e grandi tribunali locali tendeva a mantenere vigenti i vari diritti privilegiati ed a perpetuarne la validità. Contro tale variegato e complicato sistema, che lasciava ampio spazio alle autonomie locali ed all’arbitrio dei magistrati, la voluntas principis mirò ad agire in direzione semplificatrice attraverso la creazione ed il rafforzamento di grandi corti di giustizia centrali, direttamente controllate dal potere sovrano e dallo stesso strettamente dipendenti. Ma il particolarismo agiva, oltre che a livello oggettivo, anche al diverso livello soggettivo. Accanto alla moltiplicazione territoriale delle norme, si assisteva anche alla continua moltiplicazione personale dei diritti. In altri termini, la disciplina giuridica applicabile ad una determinata fattispecie variava da soggetto a soggetto. Influiva sulla disciplina giuridica utilizzabile lo status del soggetto e la sua appartenenza ad un determinato ordine, il suo riferimento ad un determinato corpo. Per ogni individuo o gruppo di individui, l’ordinamento prevedeva sanzioni, regole privatistiche, pene diverse. Se ai nostri occhi una simile situazione può apparire paradossale, essa era assolutamente coerente con l’organizzazione della società strutturata per classi, o meglio per ceti e status. Dall’età medievale si era affermata appieno la concezione secondo cui gli uomini erano tutti uguali davanti a Dio anche se imperfetti. L’imperfezione umana rappresentava il fondamento, l’elemento giustificativo, delle divisioni e delle gerarchie sociali. La radice di queste ultime era data da una convenzione non scritta che suddivideva ed assegnava ad ogni individuo dei compiti precisi con i relativi diritti. Lo schema di massima prevedeva tre categorie sociali entro le quali trovavano spazio coloro che pregavano (i religiosi), quelli che combattevano (i nobili), e quelli che lavoravano perché non godevano né dello status di nobili né di religiosi. Ma nell’età moderna l’ordine sociale si articolò ulteriormente e diede vita a nuove, diverse ed articolate differenziazioni. Il variare del diritto da persona a persona, da ceto a ceto, si manifestò particolarmente sotto questi due profili. Sotto il profilo sostanziale e sotto il profilo giurisdizionale. Sotto il profilo sostanziale, attraverso il funzionamento di talune tra le fonti principali (per esempio, legislazione generale statuale, diritto comune, statuti comunali), una certa situazione giuridica riceveva una disciplina che potremmo chiamare ‘ordinaria’. Ma detta disciplina era virtualmente diretta ad un destinatario privo di ulteriori specificazioni. In realtà essa tollerava una serie più o meno cospicua di deroghe fissate da altre fonti e previste a vantaggio o svantaggio di altre categorie di persone, individuate per lo più attraverso il riferimento allo status di appartenenza. Le fonti di maggiore incidenza, quanto alla sottrazione all’ordinamento comune di sfere personali privilegiate, erano in particolare il diritto canonico, il diritto feudale e gli Statuti delle corporazioni di arti e di mestieri.

Ma anche all’interno della stessa legislazione sovrana potevano trovare spazio deroghe, immunità e privilegi. Il diritto insomma si moltiplicava attraverso più varianti e modifiche normative articolate secondo il criterio d’eccezione. E ciò era ancor più rilevante in campo penale laddove le pene variavano sensibilmente giacché lo status sociale del reo assumeva un ruolo determinante nella quantificazione della pena. In altri termini, anziché esservi una norma penale diretta ad un destinatario unico ed indifferenziato, esisteva una pluralità di norme con altrettante pene, anche qualitativamente diverse, atte a reprimere il medesimo reato a seconda della caratterizzazione sociale, religiosa e professionale del colpevole. Sotto il diverso profilo giurisdizionale, il particolarismo agiva nel senso di dare vita ad una pluralità di giurisdizioni, ciascuna delle quali era competente a decidere un certo caso esclusivamente in relazione allo status personale delle parti.

L’abate e giurista Ludovico Antonio Muratori nel pieno del Settecento, nell’osservare la situazione giuridica a lui contemporanea, era costretto a costatare quale elemento di «ferita e discredito dell’umana giustizia» che «qui si da[vano] vari tribunali, dai quali dipend[evano] alcune gerarchie di persone».

E si badi che i danni più gravi provenivano molto probabilmente proprio dal versante, per così dire, giurisdizionale, del particolarismo giuridico. Molto spesso infatti esso si risolveva in una sostanziale immunità per gli appartenenti ai ceti privilegiati che potevano sottrarsi, invocando, questo o quel privilegio, ad una giurisdizione piuttosto che ad un’altra. Il risultato non poteva che essere di generale e complessiva confusione oltre che di totale incertezza del diritto. Un argine a questi problemi ed un tentativo di semplificazione a livello giurisdizionale si era avviato peraltro a realizzarsi già nel XV secolo, allorquando in diversi paesi europei i Sovrani avevano creato e posto sotto il loro controllo i cd. Grandi tribunali.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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