Il Tribunale del vescovo e il rapporto Stato-Chiesa

Il Tribunale vescovile e la sua evoluzione.

In un precedente articolo abbiamo introdotto le origini del Tribunale del vescovo (clicca qui per leggere l’articolo), oggi, invece, tratteremo il rapporto instauratosi, durante l’evoluzione del Tribunale del vescovo, tra Stato e Chiesa.

inquisizione

La giustizia del vescovo era una giustizia proveniente direttamente da Dio. Il vescovo era successore di Cristo, era Cristo, quindi, colui che legittimava il vescovo a pronunciare una qualsiasi decisione. Da ciò è palese la differenza tra una sentenza pronunciata dal vescovo e quella pronunciata dal magistrato ordinario. La pronuncia del giudice civile era espressione della volontà umana, dunque la sua giustizia era precaria e limitata; la giustizia del vescovo, invece, proveniva da Dio, una giustizia eccellente, infallibile e superiore ad ogni altra. Era proprio per questa ragione che le pronunce del vescovo non erano suscettibili d’appello: non era possibile che Dio si pronunciasse prima in un modo e poi in un altro. L’ordinamento civile aveva l’obbligo di accettarle. La giustizia del vescovo integrava quella civile. Comprendere a fondo il Tribunale del vescovo è fondamentale per capire quanto articolato fosse il rapporto tra i due poteri (Stato-Chiesa) in termini concreti di diritto-potere. La fiducia che i Cristiani nutrivano nei confronti del vescovo era maggiore di quella nutrita nei confronti del giudice civile e questo favoriva il ricorso al tribunale vescovile piuttosto che alla magistratura ordinaria. L’effetto fu per i secoli successivi dirompente: si ebbe una lenta erosione del potere civile statale che collocava la Chiesa come potere concorrente rispetto allo Stato. La disciplina del Tribunale del vescovo subì nella legislazione imperiale forti pressioni che dimostrano le tensioni esistenti verso quell’istituzione. Costantino si dimostrò disposto a dare spazio ad un rito rapido e gratuito, quale quello vescovile, ma si ebbero sensibili restrizioni. Queste restrizioni sono dimostrate non solo dai tagli che la legge del 318 subì nel codice di Giustiniano, ma ancor di più dall’assenza in esso di una successiva e più importante costituzione del 333 d. C. La Costituzione di Costantino del 333 confermava ancora una volta una posizione di grande favore nei confronti del Tribunale del vescovo. Essa confermava la possibilità di scelta unilaterale della giurisdizione vescovile, ribadiva l’obbligo dell’altra parte di attenersi a quella opzione e precisava l’inappellabilità della sentenza ecclesiastica. Contro questa statuizione vennero emanate due costituzioni. La prima di Onorio del 398 e la seconda dell’imperatore Arcadio del 408. Con questi provvedimenti si evitò la possibilità a una sola delle parti di provocare il trasferimento del processo innanzi al vescovo. Le due Costituzioni richiesero infatti che tra le parti in lite vi fosse un accordo, un consenso alla prosecuzione del processo innanzi al vescovo. Mancando l’accordo il giudizio sarebbe continuato innanzi al giudice civile. L’accordo era necessario, bisognava arginare il fenomeno della giurisdizione vescovile e per farlo, era in primo luogo necessario ridurre le possibilità di ricorrere a quella magistratura alternativa. È da dire che però l’innovazione ebbe davvero scarsa applicazione in Occidente. Non ne tenne, per esempio, in alcun conto Sant’Agostino, di cui si conosce molto circa l’attività di giudice. Allo stesso modo non ne tenne conto Sant’Ambrogio, il quale era oberato da una mole di lavoro giudiziario quasi insopportabile. Il contenuto delle costituzioni di Onorio e di Arcadio fu poi sostanzialmente ribadito da Valentiniano III, che, nel tentativo di recuperare la romanità richiese espressamente che il vescovo giudicasse solo nei casi in cui vi fosse l’accordo tra le parti. La Costituzione affermò inoltre che i vescovi non potessero esercitare una vera e propria giurisdizione se non relativamente a tematiche religiose. Ma si trattò, non a caso, di una costituzione di scarso valore che fu abrogata dall’imperatore Maiorano nel 460.

In un prossimo articolo verrà trattato il diritto d’asilo, se nel frattempo hai apprezzato quanto letto commenta, condividi e lascia un mi piace. A presto!

Potrebbero interessarti anche...

Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *