Il Tribunale vescovile: origine

L’origine del Tribunale vescovile si può datare nei primi anni successivi alla nascita di Cristo. È opportuno comprendere i caratteri e gli effetti del Tribunale vescovile detto episcopalis audientia o episcopale iudicium.

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I Cristiani affidavano il giudizio in merito alle loro controversie ai saggi della loro comunità e quindi ai vescovi. Quest’ultimi, ricevevano tale diritto direttamente da Dio, rappresentavano la Chiesa. La veste bianca con cui i vescovi giudicavano era segno della loro purezza, della somma giustizia di cui si facevano portavoce. Pronunciavano la propria decisione in nomine Dei: come se la decisione provenisse direttamente da Dio. Era la forza divina ad ispirare la giustizia terrena. In epoca precostantiniana l’episcopalis audientia non fu inserita tra le fonti giuridiche romane, ebbe, infatti, rilevanza soltanto all’interno dell’organizzazione cristiana e nell’ambito del suo ordinamento. In questa fase le pronunce del vescovo non avevano soltanto valore etico ma anche valore giuridico disciplinare. Ma la chiesa come poteva esercitare queste funzioni giudiziarie? Il Cristianesimo aveva dato vita al precetto paolino nel senso di un ordinamento proprio, separato da quello civile. Nel tribunale vescovile si affermava un legame con Dio a livello pratico. In merito a ciò, una delle accuse mosse ai Cristiani e ragione delle persecuzioni fu quella di aver creato nuove leggi e di aver dato vita ad un ordinamento giuridico separato. Nel mondo tardoantico il tribunale del vescovile venne a costituire una giurisdizione elettiva concorrente con quella dei magistrati ordinari, ma il riconoscimento ufficiale di quel tribunale giunse soltanto nel IV secolo, con l’imperatore Costantino. Fu allora che nel campo giudiziario ebbe luogo una vera e propria integrazione tra l’ordinamento statale e quello ecclesiastico. Nel 313 d. C. Costantino emanò l’Editto di Milano ponendo fine alle lotte contro i cristiani e, appena cinque anni dopo, nel 318 riconobbe piena validità al giudizio del vescovo. Nella pratica cosa accadeva sostanzialmente? Un processo iniziato di fronte al magistrato ordinario poteva essere trasferito innanzi al vescovo ad istanza di parte. La sentenza emessa dal vescovo sarebbe stata la pronuncia definitiva sulla controversia e non si sarebbe potuto adire nuovamente il giudice ordinario.

Prossimamente proseguiremo ad analizzare il tribunale vescovile ed il rapporto stato-chiesa, analizzeremo inoltre l’evoluzione del tribunale medesimo.

Condividete se lo avete trovato interessante. A presto.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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