Illuministi meridionali: Gaetano Filangieri

Gaetano Filangieri nato a Napoli il 22 agosto 1753, a cinque anni era stato nominato alfiere nel reggimento Abruzzo Ultra, mentre a sette anni in quello del Principato Ultra. Nel 1773, ad appena vent’anni, venne inviato a Palermo dallo zio Serafino, allora arcivescovo della città. L’Arcivescovo Filangieri era un uomo molto ammirato e rispettato, un uomo molto colto influenzato da idee regalistiche e riformatrici. L’ambiente palermitano giovò senza ombra di dubbio al giovane Filangieri, facendolo entrare in contatto con scrittori del calibro di Di Blasi e Isidoro Bianchi. La Palermo in cui si trovò era una città sull’orlo della rivolta, che scoppiò nel 1773 stesso, il marchese Fogliani Sforza d’Aragona, viceré di Sicilia, fu costretto alla fuga. Il vuoto di potere portò l’Arcivescovo Serafino FIlangieri ad occupare lo scranno di Presidente del Regno. Il nuovo presidente era consapevole delle necessità di riforma: bisognava trasformare il sistema annonario e il sistema fiscale, cercando inoltre di sedare gli animi rivoltosi. Il giovane Filangieri seguiva con molta attenzione e passione la vicenda. Nella sua formazione fu molto influenzato dalle opere di Georg Ludwig, Schimdt, D’Alembert, il cui positivismo fu alla base delle idee più propriamente filosofiche, di Mably, il quale fu il suo riferimento per quanto riguarda i rapporti tra politica e morale, e in ultimo Antonio Genovesi le cui lezioni gli furono fondamentali per elaborare la sua visione economica. Gaetano_filangieri_02

Sin da giovane Gaetano Filangieri iniziò a scrivere la sua opera più importante la “Scienza della legislazione” che «rappresentò il segno più eloquente del rapimento negli ideali astratti, ma anche un rifugio nella teoria di fronte alla dura impossibilità di correggere l’esistente», apprezzata dagli intellettuali di tutta Europa e negli Stati Uniti. Tutti vollero conoscere Filangieri e la sua opera, il viceré Caracciolo da Palermo gli scriveva: «Crede V.E. ch’io faccia del bene in Sicilia? Mi onora troppo… vado inanzi siccome posso, con la scorta dei lumi li quali si ritraggono dalla nobilissima opera della Legislazione, là onde, se fò qualche cosa, si deve a V.E…. Ma il male è grande, il vizio è profondo, e l’ammalato estremamente indocile ed ostinato…». Ed ancora altri attestati di stima gli giunsero da Monsignor Bernardo Della Torre (1780): «Se l’Italia non è cieca dee godere infinitamente nel vedersi vendicata così nobilmente. Se l’Inghilterra ha il suo Lok, se la Francia ha il suo Montesquieu, noi possiamo a ragione crederci superiori all’una e all’altra, avendo nella sola persona di un giovane riunite le qualità, i lumi e le cognizioni di questi due illustri uomini del nostro secolo. Io ne godo perché prendo parte alla gloria della nazione, della patria, dell’amico». Per il Filangieri si auspicavano futuri allori come uomo politico, o come viceré in Sicilia in sostituzione del marchese Caracciolo o come ambasciatore presso corti estere, ma con la morte dello zio Serafino, nel 1782, morirono anche i suoi appoggi politici. Un episodio interessante fu la nascita dell’amicizia con Benjamin Franklin, il quale avrebbe esaminato le idee del filosofo napoletano sulla legislazione criminale prima di creare il codice penale dello stato della Pennsylvania.

Filangieri nell’esaminare i problemi del regno era convinto, come quasi tutti gli illuministi e come Genovesi aveva insegnato, che bisognasse partire dall’aspetto legale, una volta sanato quello, si sarebbe passati a riformare il settore economico. In tal guisa i riformatori avrebbero avuto la strada spianata, scriveva queste parole: «nei paesi dove i feudatari conservano ancora la criminale giurisdizione non si potrebbe cosa alcuna intraprendere senza prima distruggere questo avanzo dell’antica barbarie». Il potere feudale non faceva altro che frammentare l’unitarietà e la sovranità dello stato, Filangieri era irremovibile, i baroni non potevano svolgere la carica magistratuale, ecco come si rivolgeva ai nobili: «uomini imbecilli e vani fino a quando i pregiudizi della vostra educazione resisteranno agli urti continui de’ lumi del secolo». Bisognava agire abolendo la giurisdizione feudale, riscattare forzosamente i diritti dei nobili, trasferire i feudi in pieno possesso, abolire la devoluzione alla corona, abolire i maggiorascati e i fedecommessi. Con l’attuazione di un piano del genere i feudi sarebbero diventati delle grandi proprietà e la giurisdizione sarebbe stata esclusiva dello stato. Il suo manoscritto “Scienza della legislazione” fece molto rumore sia tra le fila antifeudali così come tra le filofeudali, un rumore che attirò l’attenzione della Congregazione dell’Indice che condannò i primi quattro volumi dell’opera con decreto del 6 di dicembre del 1784, ugualmente l’Indice spagnolo, nel 1790, proibì l’edizione veneta e i volumi cinque, sei e sette, la vicenda non si placò nemmeno decenni dopo dato che nel 1826, lo stesso Indice spagnolo, bandì l’edizione francese del 1822. Questa dura reazione potrebbe essere la prova che il Filangieri aveva toccato qualche nervo scoperto, aveva iniziato a svitare i tasselli di quella immensa impalcatura qual era la feudalità e che adesso, con una diffusione in tutta Europa, rischiava di crollare sotto i colpi delle parole del filosofo napoletano. Il quarto libro della “Scienza della legislazione” enuncia un programma politico d’istruzione nazionale, il fine educativo è un dato che ritorna anche in Filangieri così come si è visto in Genovesi, poiché per gli illuministi in generale l’educazione doveva essere lo strumento cardine da cui far partire la riforma. Il metodo educativo proposto da Filangieri prevedeva un piano istruttivo generale per il popolo e organizzato dallo stato, mentre un piano particolare per poche figure che avrebbero dovuto divenire esperti nell’amministrazione dello stato.

Nel 1787 ottenne il suo primo incarico politico, entrò a far parte del Supremo Consiglio delle finanze, così finivano i quattro anni auto imposti di solitudine passati a studiare presso La Cava. Un anno dopo a soli trentasei anni morì, ma la sua opera e il suo genio continuarono ad essere ammirati nei secoli a seguire.

Fonti storiche:

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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