Illuministi meridionali: Giuseppe Maria Galanti

Giuseppe Maria Galanti nacque a Santacroce di Morcone il 24 novembre 1743, era discendente di un’agiata famiglia molisana. A nove anni venne inviato a studiare a Napoli da uno zio che poco e nulla si curò di lui. La sua strada la trovò da sé, oltre l’obbligo imposto dalla famiglia di frequentare giurisprudenza, entrò in contatto con un uomo che gli cambiò la vita e gli indicò il sentiero da percorrere, l’abate Genovesi, iniziando così a dedicarsi agli studi politici ed economici. Nonostante le sue resistenze nel dedicarsi alla pratica forense, sempre sotto obbligo della famiglia, tra il 1762 e il 1765 si laureò e, sebbene contro voglia, cominciò ad esercitare la professione legale. Alla morte del Genovesi, nel 1769, ne scrisse l’Elogio storico a riprova di quanto lo avesse toccato e cambiato nel profondo; lo scritto venne revisionato con esito positivo dal professor Domenico Mangieri. Sulla scia del suo mentore le sue battaglie si rivolgono contro le leggi feudali a difesa de “la parte più utile del genere umano”, cioè i contadini; contro le mani morte, la superstizione, il diritto canonico e le Decretali, da questi punti si palesa l’influenza che il pensiero genovesiano ebbe nella vita e nella formazione intellettuale del Galanti. Curioso è l’atteggiamento dell’avvocato molisano nei confronti dell’istituto della devoluzione, in un primo momento in linea con il pensiero del Filangieri che tendeva alla sua abolizione, in un secondo momento vedendone i benefici scrisse: «le devoluzioni accadute in questi ultimi anni hanno fatto rientrare sotto l’immediata giustizia del sovrano moltissime città e paesi, che gemevano sotto il Galantigiogo dell’oppressione». Egli notò, dopo il dietro front nei confronti della devoluzione, che per la riforma del feudo erano necessarie due condizioni indefettibili, una di queste era la su citata devoluzione, l’altra era la formazione dei catasti. Mancando una di queste condizioni non si poteva pensare neanche lontanamente di contrastare gli abusi della feudalità. Le lodi del Galanti vennero decantate da personaggi di spicco quali, Voltaire, d’Alembert e Isidoro Bianchi, subì anche persecuzioni per via del tomo terzo delle sue “Dissertazioni”, definito dal Cardinal Sersale, Arcivescovo di Napoli, “pieno di sconcezze contro la religione e lo stato”. Una commissione, formata dall’Arcivescovo Testa di Reggio, dall’Arcivescovo De Alteriis di Acerra e dal canonico Simeoli, venne istituita per giudicarne il contenuto, prese le sue difese il Segretario di Stato De Marco, lo stesso che aveva appoggiato Genovesi nella sua lotta contro l’insegnamento del diritto canonico all’università, il Galanti riuscì a scamparla.

Nel 1781 scrisse “Descrizione dello stato antico ed attuale del contado di Molise, con un saggio storico sulla costituzione del regno” al cui interno affermava: «per conoscere lo stato di un regno, bisogna conoscere la sua costituzione ed aver contezza delle sue provincie. Si vogliono visitare i campi e le capanne del contadino; vedere come coltiva, esaminare quello che si coglie, quello che paga, quello che soffre, per iscoprire l’origine delle nostre miserie e per prestarci, quando si voglia, riparo», da quanto appena letto traspare l’onnipresenza dell’influenza fisiocratica del Genovesi e la convinzione, condivisa da tutti i colleghi illuministi, che solamente conoscendo lo stato delle province si sarebbe potuto intervenire per una ristrutturazione politica, economica e finanziaria del regno tutto. Galanti faceva parte del ramo pragmatico della scuola genovesiana, un dubbio lo assillava costantemente, chi avrebbe avuto la capacità di compiere queste riforme? Non vedeva nei filosofi quella capacità d’azione che gli avrebbe permesso di trasformare in realtà tutti i buoni propositi che erano stati messi nero su bianco con fiumi d’inchiostro. Il limite dei suoi colleghi e il suo, era che le lotte avevano dimensione locale, circoscritte in paesi e province, che sebbene costituissero delle battaglie le cui vittorie creavano avvisaglie di cambiamento, non potevano e non avevano la forza di rendere pandemica l’onda riformatrice.

Tra il 1782 e il 1785 scrisse “Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie”, la più famosa delle sue opere, per la cui stesura raccolse dati in giro per il regno ed in cui affermò: «In Napoli si conosce forse più lo stato dell’isola degli Otaiti che quello delle nostre provincie», un’affermazione molto significativa che indicava lo stato d’ignoranza della classe governante nei confronti delle sue stesse terre, come era concepibile governare, o meglio governare bene, un qualcosa di cui non si conoscono le esigenze? Il manoscritto passò l’esame della censura e piacque al re e alla regina. Il primo volume vide la luce nel 1787.

Nel 1791 venne nominato visitatore del regno, carica tanto lodata e necessaria secondo Grimaldi. Galanti stesso disse nell’accingersi a svolgere questo nuovo compito: «Non era più tempo per cose letterarie», così iniziò concretamente ad analizzare sistematicamente tutti gli aspetti politici, economici, ecclesiastici e persino il territorio di ogni provincia in cui si ritrovò. Visitò la Puglia, l’Abruzzo, la Calabria e la Sicilia, oltre a spingersi oltre il regno visitò anche lo Stato Pontificio. La sua ultima opera rilevante, il “Testamento forense” era intriso di tutte le conoscenze che aveva acquisito nell’espletare il suo compito di visitatore, fu una sorta di programma d’azione da cui si ricavano: la necessità di un legame tra la riforma giudiziaria e la trasformazione sociale; la lotta contro i potenti; la necessità di trasformare la struttura amministrativa rendendola adeguata alla realtà sociale; la politica fiscale si doveva fondare sui beni non sulle persone e per ultimo, come tutti gli illuministi credevano, l’importanza centrale dell’istruzione e dell’educazione.

Galanti muore a Napoli il 6 ottobre del 1806 all’età di sessantatré anni.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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