Illuministi meridionali: Giuseppe Palmieri

Giuseppe Palmieri fu una figura un po’ atipica nel panorama degli illuministi meridionali, nacque a Martignano nel 1721, da una delle più illustri famiglie di Otranto. La sua formazione avvenne nel collegio dei Gesuiti di Lecce, durante l’adolescenza il regno passò in mano a Carlo di Borbone. A 13 anni intraprese la carriera militare venendo eletto alfiere di reggimento, nel 1734 era sottotenente della compagnia di fanteria di Don Francesco Basta. Al re Borbone mancava la conquista della Sicilia, e qui fu la prima campagna del Palmieri. Nel 1740 si trovava in licenza a Napoli dove stette per quattro anni, in questo lasso di tempo entrò in contatto e divenne discepolo del Genovesi, il quale ancora non insegnava all’università e le sue lezioni si svolgevano in forma privata. La sua carriera d’arme proseguì scalando il cursus honorum delle gerarchie militari.Giuseppe_Palmieri_-_economista

All’età di quarant’anni si ritirò dalla carriera militare e decise di dedicarsi ai suoi possedimenti. Nel 1761 pubblicò due volumi dal titolo “Riflessioni critiche sull’arte della guerra”, in quest’opera non si rinviene nessuna influenza illuminista da ciò desumiamo che i lumi non si erano diffusi nell’esercito, il revisore fu Antonio Genovesi il quale affermò: «Lampeggia dappertutto ne’ pensieri dello scrittore un chiaro, sottile e sodo spirito filosofico, congiunto a non ordinaria erudizione». Il merito di queste pagine stava nella loro logica e nella nascita di un nuovo sentimento politico e civile. Il 1762 fu l’anno del congedo definitivo, così da potersi dedicare a tempo pieno all’amministrazione delle sue proprietà. Dalle opere di Genovesi trasse spunti critici contro l’inerzia della nobiltà, tracciò un programma di trasformazione economica che prevedeva la riforma del settore creditizio e finanziario. Auspicava la creazione di un sistema di casse locali e l’abbattimento delle barriere che impedivano ai capitali di giungere dove sono necessari, tali barriere erano l’usura praticata dai grandi proprietari terrieri, la trasformazione del credito nelle campagne poiché l’agricoltura aveva bisogno di molto denaro e sarebbe prosperata in relazione alla mole d’investimenti. Palmieri parlava di liberismo per quanto riguarda il commercio del grano, consigliando che l’esportazioni fossero fatte ai prezzi più alti al fine di ottenere i capitali per la vita del paese e in ultimo era necessario far decollare la manifattura. Egli aveva compreso la grave condizione in cui versava il paese rendendo necessaria la riforma economica così come la riforma dei codici. La mentalità riformatrice del Palmieri era intrisa di moderatismo figlio della conoscenza reale dei mali e delle effettive debolezze della società e dello stato. Credeva nella capacità e nella ricchezza dei proprietari terrieri ritenuti lo scheletro del regno, i quali avevano la capacità di determinare la povertà o la ricchezza d’una nazione. Le critiche che muove alla ricchezza dei proprietari terrieri avevano il fine di smuoverli dalla loro inerzia trasformandoli in proprietari attivi, colti e industriosi. In Inghilterra e Francia, così come in Toscana e a Genova, i nobili si dedicavano all’agricoltura e al commercio, soprattuto dimoravano in campagna, al contrario nel regno di Napoli essi avevano abbandonato le campagne e si erano trasferiti nelle città. Per Palmieri era necessario che la nobiltà assurgesse a classe produttiva, i baroni dovevano dedicarsi alle imprese commerciali. Egli era contrario alla divisione delle terre in piccole porzioni, era convinto che solo la grande coltura potesse dare risultati soddisfacenti, quindi era contro la fisiocrazia che proclamava l’assegnazione di terreni ad ogni contadino e la tassazione delle grandi proprietà, su questo punto contrariamente egli proponeva l’abolizione delle tasse per i proprietari terrieri cosicché avrebbero avuto più denaro da investire nella terra. Tra Genovesi e Palmieri ad un certo punto si può cogliere, come dice Ajello, una differenza di tono ideologico ed eticopolitico. Per il primo le necessità produttive non devono mai andare a discapito della moralità e dell’onestà, criticando coloro che agivano in danno ai deboli, il secondo invece adotta un criterio ormai già in via di codificazione: il punto di vista capitalistico47. Il Palmieri era sempre convinto delle necessità di distruggere i privilegi, i pregiudizi e i monopoli, sul piano economico puntava alla liberalizzazione affermando che per migliorare la vita dei contadini bisognava migliorare quella dei possidenti.

Il 15 luglio 1783, all’età di 62 anni, gli viene data la possibilità di mettersi alla prova e mettere in pratica i suoi propositi. Fu messo a capo dell’amministrazione delle dogane della provincia d’Otranto, ma molto poco poté fare dato la grave situazione in cui era il paese. Tentò comunque tramite vari provvedimenti di migliorare le condizioni, tanto che Acton lo invitò a Napoli il 24 febbraio 1787, Palmieri accettò l’invito e si ritrovò per un anno come collega Gaetano Filangieri, prima che la morte lo chiamasse, Carlo De Marco e Ferdinando Corradini. Il 6 settembre 1791 divenne direttore delle finanze succedendo a Corradini, i provvedimenti che mise in atto nella sua nuova carica furono: l’abolizione di alcuni pedaggi, la programmazione di una nuova tariffa doganale che però rimase solo sulla carta, l’abolizione del monopolio della manna e dello zafferano anche se ormai i mercati di esportazione di queste derrate si stavano chiudendo. Tra le parole del Palmieri e le sue azioni, quando ne ebbe l’opportunità, si ravvisa uno scollamento tant’è che altri intellettuali gli mossero delle critiche accusandolo di fare tutto il contrario di ciò che aveva scritto.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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