La feudalità in Sicilia nel settecento

È inconcepibile parlare e scrivere di feudalità, feudalesimo, baroni, conti, re, viceré, bandi, prammatiche, capitoli ecc…, se prima di ogni questione particolare, non si fa chiarezza sull’argomento; ciò permetterà di capire ed entrare realmente in quel mondo ormai tanto distante da noi, temporalmente parlando. Questo è l’obiettivo ovvero fornire un quadro chiaro e completo dell’impianto feudale in Sicilia, dal punto di vista del diritto e delle istituzioni. Bando ai preamboli. Cosa s’intende per baronaggio? Con il termine baronaggio si suole indicare l’intera aristocrazia feudale, sia essa laica o ecclesiastica; nel regno di Sicilia si contavano 185 feudatari. Una volta chiarito il concetto di baronaggio, e fornito le stime numeriche, bisogna comprendere il significato di feudo: fu un complesso di città, terre, casali, castelli, di cui il sovrano investiva conti e baroni, restandone il titolare originario, ciò che veniva assegnato era l’usufrutto, in cambio di un servizio, principalmente militare. Conti e baroni, a loro volta, infeudavano feudi minori a baroni e militi. Questa appena descritta, in maniera molto semplicistica, era l’organizzazione territoriale tipica dell’epoca feudale. Il feudo (per approfondimenti  sulla nascita dei feudi clicca qui), col passare dei secoli si evolse, dapprima il beneficio era concesso per un anno, poi per pochi anni ed infine a vita. Alla morte del titolare, in origine, il feudo tornava al fisco, il cd. istituto della devoluzione, quindi il re poteva disporlo a favore di un altro feudatario. Ai feudatari ciò non andava per niente a genio e pretesero di tenere i feudi, come fossero i titolari originari e quindi anche alienarli. Si noti il mutare del feudo, da semplice beneficio annuale a beneficio ereditario, come fosse un regno monarchico ed ereditario.

 

I feudi di Sicilia nel ‘700 erano ereditari, potevano essere alienati, totalmente o parzialmente, tra i loro confini i baroni spadroneggiavano sul popolo considerato alla stregua dei servi della gleba, parte integrante del feudo e di conseguenza di proprietà del barone; esercitavano la giurisdizione, imponevano gabelle, dazi e angarìe. La differenza, inoltre, tra demanio baronale, demanio dell’università e demanio regio è fondamentale per comprendere la situazione geopolitica siciliana. Il demanio baronale era una parte del feudo nel quale era lecito alla popolazione, raccogliere legna, cacciare, far pascolare le bestie, senza nulla corrispondere al barone, in sostanza i cd. usi civici. I baroni, di contro, restringevano il più possibile questi spazi così da poterli concedere in gabella. Il demanio dell’università era quella parte di territorio delle città regie, non conferite a feudatari, usato dal popolo per usi civici, tali territori erano oggetto di tentativi di usurpazione da parte dei baroni, con conseguente danno del demanio dell’università e del popolo. Per ultimo, il demanio regio era un territorio libero, spettante esclusivamente al re, non concesso in feudo a nessuno, o riscattato dal popolo pagando un prezzo. Il demanio regio in Sicilia fu oggetto di usurpazioni da parte del baronaggio.

Plantilla prado

È fondamentale comprendere le istituzioni politiche che in Sicilia giocavano ruoli fondamentali nella difesa e nella lotta al baronaggio. In prima linea si aveva il viceré (per saperne di più leggi del viceré Domenico Caracciolo e del viceré Francesco Maria Venanzio d’Aquino principe di Caramanico) e il consultore del governo, rispettivamente, il primo era colui che governava, in nome del re, territori lontani, il secondo era colui che coadiuvava il viceré, che lo consigliava nelle questioni più strettamente giudiziarie. È doveroso parlare del Parlamento siciliano, esso era articolato in tre bracci, quello militare, quello ecclesiastico e demaniale, e si riuniva ogni tre o quattro anni. I membri dei diversi bracci rappresentavano gli interessi, rispettivamente, dei baroni, della chiesa e delle città demaniali. Il blocco militare ed ecclesiastico rappresentavano la rocca della feudalità nel Parlamento siciliano e ben poco poteva fare l’isolato e minoritario braccio demaniale. Il Parlamento fu senza dubbio un attento e suscettibile custode dei privilegi, delle prerogative e delle consuetudini isolane. Visto il lungo lasso di tempo che intercorreva tra le varie riunioni del Parlamento, era necessario un organo operativo più assiduo. Tale compito era assolto dalla Deputazione del Regno, una giunta ristretta e composta da quattro rappresentanti di ciascun braccio parlamentare. Semplice da intuire, anche questo organo era un baluardo della feudalità.

Si è così in breve delineata la situazione della Sicilia del ‘700, i prossimi articoli avranno come oggetto i rapporti che intercorrevano tra il regno di Sicilia e il regno di Napoli. A presto e commentate!

Potrebbero interessarti anche...

Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *