La riforma del Consiglio Collaterale

Come si è introdotto nel precedente articolo oggi analizzeremo la riforma del Consiglio Collaterale. La riforma si articolò in tre fasi: nel 1524 l’imperatore Carlo V stabilì che le cause di giustizia sarebbero state discusse in presenza dei soli reggenti togati. Nel 1536, appena dopo l’arrivo del viceré Toledo, si stabilì che la presenza dei cavalieri in Collaterale doveva essere decisa a discrezione del viceré. Nel 1542 Carlo V dispose, sempre più riduttivamente, che la nobiltà potesse intervenire in Collaterale solo quando si trassero affari di Stato e guerra. Era chiaro che si stava definendo una svolta epocale. L’espulsione della nobiltà dal Collaterale comportò la sua relegazione in un Consiglio minore, detto Consiglio di Stato. Le competenze furono assai limitate, in sostanza relative agli affari esteri e militari. Questioni che, nelle linee generali, venivano già decise presso la corte madrilena. Il peso politico della nobiltà, al centro, ne usciva notevolmente ridotto.
I reggenti togati del Collaterale invece andarono a costituire la Cancelleria.
Essi svolsero una funzione omnicomprensiva, con competenze non solo consultive, ma anche esecutive e di governo, legislative e giudiziarie. Insomma rappresentarono il vertice del potere. Lo scontro tra letrados, ossia togati, e milites, ossia laici e cavalieri, inizialmente, di fronte al rinnovamento ed alla moderna organizzazione dello Stato, riguardò solo le funzioni.
In effetti venne sminuito il prestigio delle attività militari e marziali, impersonate dai reggenti di spada, a favore di quelle tecnico-giuridiche, più consone alle strutture burocratiche espletate dai reggenti di toga. Fu durante il governo di don Pedro de Toledo, quando la nobiltà fu gradualmente emarginata dai vertici dell’amministrazione, che la dialettica assunse significato cetuale con un chiaro irrigidimento delle posizioni contrapposte: la nobiltà, rifiutava i valori e le idealità dei togati e quindi di intraprendere la carriera forense e legale, precludendosi così l’ingresso nella complessa macchina statale. La conseguenza fu una graduale compressione dei suoi poteri da parte della monarchia, che invece mirava ad attuare un modello unitario, accentrato ed efficiente, e che aveva bisogno di uomini esperti e fedeli.
La svolta operata a favore del ceto togato e di una ‘politica del diritto’ scatenò una serie di avvenimenti che ebbero ripercussioni immediate e di lunga durata. Dopo l’iniziale chiusura e isolamento, i cavalieri passarono all’attacco. Contro le direttive politiche poste in essere dall’imperatore Carlo V e dal viceré don Pedro de Toledo, di seguito proseguite da Filippo II, la reazione nobiliare, specialmente “distruttiva” e indipendentistica, fu decisa e si spinse fino ad immaginare gesta estreme.
Il primo episodio si registrò nel 1547 quando, contro il tentativo di
introdurre a Napoli l’Inquisizione spagnola, scoppiò una sanguinosa rivolta. Fu animata e fomentata dall’aristocrazia partenopea che aveva trovato in questa circostanza una buona occasione per vendicarsi dell’iniziativa presa dall’energico ed ostile viceré Toledo. Nel 1552 il principe di Salerno, Ferrante Sanseverino, organizzando un’alleanza franco-turca, tentò di scacciare gli spagnoli dal Regno. Ancora nel 1557, perseguendo gli stessi intenti e con analoghi esiti negativi, l’ecclesiastico napoletano Gian Pietro Carafa, divenuto papa col nome di Paolo IV, ripristinò quella pericolosa alleanza. Lo stesso manifestò un profondo odio contro il governo spagnolo. Così quando era ancora cardinale, nel 1542, istigò papa Paolo III ad istituire l’Inquisizione romana, nota anche come il Sant’Uffizio di rito romano, affinché operasse a difesa della cristianità. Negli stessi anni, ma in direzione “costruttiva”, il cavaliere napoletano Giulio Cesare Caracciolo elaborava un progetto di governo per il Regno (1554), al fine di restaurare, dopo i tanti scossoni, il potere nobiliare centrale. Le sue proposte furono molteplici, riguardavano l’attività politica, ma anche lo sviluppo dell’economia e della marina. Oltre ad ipotizzare il rientro della componente di spada nel Collaterale di giustizia, quindi nella Cancelleria, ai fini di una diretta partecipazione alla definizione dei principali affari del Regno, il Caracciolo sperava di invogliare i cavalieri a cambiare look e atteggiamento. Egli intendeva potenziarne l’imprenditorialità nel settore della marina, incitandoli a partecipare attivamente alla costruzione di navigli. Un Regno bagnato ampiamente dal mare costituiva il terreno idoneo per specializzarsi in un settore abbandonato e perciò impoverito. Acquisendo una specifica professionalità, sarebbe stato più agevole escludere, o ridurre parzialmente, la concorrenza ormai stabile degli armatori genovesi e toscani. Tutto ciò avrebbe infine migliorato i traffici commerciali e la produttività. Ma il discorso di Caracciolo non riuscì a fare pienamente presa sicché la situazione politico-istituzionale restò immutata.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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