Le codificazioni del diritto commerciale

L’Ordonnance de commerce e l’ordonannce de la Marine segnarono, rispettivamente nel 1673 e nel 1681, una prima forma di consolidazione del diritto e, in primis, del diritto commerciale. Tuttavia, entrambi i provvedimenti non possono affatto essere considerati quali codificazioni del diritto commerciale. Anche nel campo del diritto commerciale, la codificazione si realizzò più tardi, allorquando le condizioni politiche consentirono di andare ben oltre le operazioni di mera raccolta del materiale giuridico esistente. Peraltro, l’operazione di codificazione nel campo del diritto commerciale comportava la soluzione di un problema centrale, assolutamente preliminare rispetto ad ogni altro aspetto della disciplina. Bisognava, infatti, scegliere il criterio in base al quale le norme sarebbero state applicate. Utilizzando un criterio di tipo soggettivo, la disciplina giuridica commerciale sarebbe stata applicabile a tutti gli atti compiuti da soggetti abitualmente dediti alle attività economiche: mercanti e negozianti. Diversamente, il riferimento ad un criterio oggettivo avrebbe delimitato il campo di applicazione agli atti commerciali, indipendentemente dalla considerazione della qualitas dei soggetti. La questione, lungi dall’essere marginale, rivestiva un’importanza fondante. Dare una risposta a questo interrogativo significava, come più innanzi vedremo, scegliere tra due diverse, e per molti versi, opposte concezioni del mondo mercantile.

Il codice del 1865

Costituitosi il Regno d’Italia, l’intensa opera di unificazione legislativa interessò anche la materia commerciale. Il codice del commercio fu pubblicato il 25 Giugno 1865 e sostanzialmente rappresentò una revisione del Codice albertino del 1842, a sua volta fondato sul code de commerce francese del 1807.
Proprio il Codice francese del 1807 rappresentava il modello di riferimento principale e perciò, per potere comprendere i limiti ed i pregi del primo codice italiano, è necessario far cenno a quel precedente.
Il codice di commercio francese era il codice della borghesia industriale e commerciale. Se è vero che il Codice civile del 1804 aveva costituito l’intero assetto normativo intorno al diritto di proprietà ed alla ricchezza immobiliare, è altrettanto vero che nel Codice del 1807 le norme gravitano intorno alla ricchezza mobiliare, alla sua conservazione, al suo massimo sfruttamento, alla sua valorizzazione.
Il Codice di commercio definiva gli atti di commercio ad un duplice e fondamentale scopo: in primis, per attribuire la qualità di commerciante a chi esercitava abitualmente quegli atti; in secondo luogo, per delimitare la sfera di applicazione di un complesso di norme, dal fallimento alla bancarotta, di primaria rilevanza.
Tuttavia, le conseguenze non restavano confinate al piano del diritto sostanziale. Sul piano processuale, la giurisdizione sugli atti di commercio sarebbe stata devoluta ai tribunali di commercio: conseguenza, quest’ultima, nient’affatto marginale.

Dunque, è evidente che, com’è stato acutamente osservato dall’illustre storico Francesco Galgano, “con la codificazione francese del primo Ottocento il diritto commerciale aveva abbandonato il cosiddetto sistema soggettivo per il quale il diritto commerciale è solo il diritto di coloro che sono iscritti, come mercanti, nell’apposita matricola ed adottato un sistema oggettivo: il diritto commerciale si applica agli atti di commercio”. L’innovazione è significativa e vale a sottolineare il carattere profondamente rivoluzionario della codificazione: non più diritti o privilegi di classe, ma diritti e garanzie valide per tutti. Segnato da queste peculiarità, il diritto commerciale codificato da Napoleone non poteva non essere preso a modello e riferimento dalla prima codificazione italiana nel 1865.
La codificazione del 1865 riveste un’importanza primaria: essa segnò il superamento dei particolarismo giuridico legato alle legislazioni vigenti negli stati pre-unitari ed suo valore, in tal senso, è dimostrato dalla sua relativa lunga durata.
Naturalmente, una così rilevante innovazione sul piano giuridico ed istituzionale non poteva non generare profonde reazioni. In particolare, le reazioni più forti avevano avuto luogo nelle province venete del regno d’Italia a causa delle resistenze notevoli, in queste zone, all’introduzione di un Codice che appariva più arretrato rispetto al vigente Codice tedesco varato nel 1861. Il codice di commercio germanico era allora considerato la legislazione commercialista più avanzata d’Europa, mentre il codice del 1865 costituiva, pur nella sua innovativa applicazione all’Italia, una semplice revisione di quello piemontese del 1842.

In effetti, a fronte di uno sviluppo industriale sempre più accelerato e di un collegato commercio interno ed internazionale di forte espansione, la disciplina giuridica di matrice napoleonica era divenuta comunque datata ed incapace di gestire la complessità dei rapporti commerciali. Ne derivò la generale consapevolezza della necessità di una revisione. I lavori che portarono alla stesura del codice di commercio del 1882 iniziarono nel lontano 1869 e furono segnati da discussioni e dibattiti che si conclusero soltanto con la promulgazione del codice il 31 ottobre 1882.
I lavori di preparazione del Codice si aprirono con l’attività della Commissione incaricata di redigere un progetto preliminare. Essi proseguirono fino al 26 aprile del1872 , allorquando i risultati furono sottoposti al vaglio della Magistratura, delle Università e delle Camere di commercio. L’esame del progetto preliminare in Senato occupò settimane di discussioni intense che condussero alla fine di maggio all’ approvazione del progetto.
Le questioni sulle quali la discussione in Senato si era maggiormente concentrata erano state quattro: anzitutto il problema della responsabilità del socio accomandante che esercitasse atti di gestione, la questione relativa alla formalizzazione degli atti societari, il problema della disciplina delle società estere presenti in Italia, soprattutto con riguardo al ruolo degli agenti e dei rappresentanti delle medesime e, infine, la spinosa questione del controllo sulla regolare costituzione delle società per azioni.

Dopo settimane di discussioni intense il Senato giungeva così, all’inizio del maggio del 1875, all’approvazione del progetto completo in tema di società commerciali.
La discussione aveva messo in rilievo come due fossero le tendenze presenti all’interno dello stesso Senato, l’una che aveva come obiettivo quello di conservare allo Stato un certo potere di controllo della disciplina del commercio, l’altra tesa, al contrario, a lasciare al commercio stesso la più ampia e completa libertà. Nelle fasi conclusive fu questa seconda posizione che risultò prevalente.
La svolta che intraprese la vita politica italiana dopo il 1876 segnò, tuttavia, una decisiva virata anche nell’ambito del diritto commerciale. Il nuovo ministro della giustizia Pasquale Stanislao Mancini assunse direttamente il controllo dell’operazione e l’elaborazione di un nuovo Codice di commercio fu tra le sue priorità.
In primis, fu nominata una nuova Commissione, ma buona parte del lavoro venne svolto da parte dello stesso Mancini, che diede corpo, grazie alla sua perspicacia ed alla sua perseveranza, un progetto ministeriale, accompagnato da una vasta relazione introduttiva scritta da lui stesso.
Com’era comprensibile, anche in questo caso, il tema delle società si presentò come il terreno più spinoso. Per le società in nome collettivo e per quelle in accomandita semplice, il progetto Mancini ribadì la necessità dell’atto scritto, ma eliminò la conseguenza della nullità per la mancata osservanza del precetto che era stata prevista dal progetto del Senato. La conseguenza meno drastica era che ogni socio aveva la possibilità di chiedere lo scioglimento della società non costituita attraverso atto scritto.
Per quanto riguarda le società per azioni, il progetto ministeriale, ribadendo l’abolizione della concessione governativa, abolì il principio della competenza del notaio riportando al tribunale di commercio il potere di verificare l’adempimento delle condizioni stabilite dalla legge per la costituzione della società, tesi minoritaria che aveva avuto la sorte peggiore nel progetto del Senato.
Il progetto Mancini prevedeva, inoltre, una sufficiente disciplina delle società cooperative, ignorate dal primo progetto del Senato.
Per le altre parti, il progetto definitivo conteneva minori innovazioni rispetto al progetto preliminare.
Nel giugno del 1877 il progetto ministeriale del Codice di commercio fu presentato dallo stesso presidente del consiglio Depretis al Senato per il consueto iter parlamentare che durò circa cinque anni.

Bibliografia:

  • Codice di commercio del 1865 in pdf.
  • A. Cavanna, Storia del diritto moderno in Europa, Milano 1982.
  • F. Galgano, Storia del diritto commerciale, Bologna 1976.
  • T. Ascarelli, Corso di diritto commerciale, Giuffrè, Milano,1962.
  • A. Padoa Schioppa, Saggi di Storia del diritto commerciale, Milano, 1992.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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