L’istituzione della familia a Roma

Nella Roma arcaica, la familia era il nucleo centrale dell’ordinamento statale. La formazione della città-stato portò ad una forma di aggregazione politica basata sulla cessione della sovranità a favore delle istituzioni del regnum.

Sia prima che dopo la nascita della civitas, il diritto era avvolto da un alone di sacralità, ciò era funzionale ad un’economia rurale come quella della Roma arcaica. È pressoché ormai accertata da tutti gli studiosi l’esistenza delle familiae, intese come cellule economiche e giuridiche, presenti come istituzione per tutta la storia romana.

Sul piano economico la familia era un’unità produttiva autarchica basata sull’agricoltura e la pastorizia, Le uniche forme di scambio erano, quelle legate e funzionali alla terra, con le altre familiae. La struttura della familia era molto gerarchizzata, a capo della quale v’era il pater familias, il quale era il soggetto dominante ed esercitava la potestas sui figli, sui nipoti e sulla moglie (in seguito approfondiremo questo aspetto). Il concetto di pater familias d’epoca romana era molto diverso dal concetto odierno di padre di famiglia. A Roma, pater familias, poteva essere un soggetto, anche giovanissimo, non sottoposto a nessuno, poteva non avere figli, nipoti e moglie. La domanda sorge spontanea, qual era quel quid che connotava un pater familias? Sicuramente l’assenza di sottoposizione a vincoli, ragion per cui desumiamo che essere padri non comportava automaticamente lo status di pater familias. Si presenta un esempio per comprendere meglio:

“Se Caio genera Sempronio, ma Caio ha ancora il padre Tito in vita, il pater familias sarà Tito e avrà la potestas sia su Caio che su Sempronio.”

Per l’esercizio della patria potestas erano necessari due requisiti:

  • Il sesso maschile;
  • L’appartenenza alla comunità dei Quiriti.

La patria potestas si esplicava in molti ambiti e prendeva nomi diversi:

  • Patria potestas, su figli e discendenti, nonché sulle loro mogli;
  • Manus maritalis, sulla moglie uxor in manu;
  • Dominica potestas, sui servi;
  • Dominium, su cose o animali.

Ma cosa succedeva alla morte del pater familias? 

La familia cessava di esistere nella sua forma originaria, ma si dava vita a nuove familiae, tante quante i figli maschi del defunto, i quali a questo punto acquistavano lo status di pater familias. I beni venivano divisi in parti uguali tra i successori (a Roma non esistevano i diritti di primogenitura). I fratelli, però, per evitare di dilaniare il patrimonio potevano dar vita a delle forme di comunione volontaria, il cd. consortium fratrum.

Vorremmo adesso prendere in considerazione un aspetto che, secondo il nostro punto vista, è fondamentale, cioè il rapporto tra pater et filius.

Il filius, in quanto sottoposto alla patria potestas, era patrimonialmente incapace ed era sottoposto, teoricamente, allo ius vitae ac necis (diritto di vita e di morte) da parte del pater. Come si è precedentemente visto la patria potestas si costituiva alla nascita del sottoposto e si estingueva alla morte del pater familias. I figli e tutti gli altri sottoposti, in buona sostanza, costituivano la forza lavoro della familia, ergo erano un bene economico e in quanto tale passibili di vendita, attraverso la mancipatio ad un altro pater, il quale acquistava su di loro la potestas. La lex duodecim tabularum (esaminata in un altro articolo clicca qui) limitò il fenomeno delle mancipationes, per la quale un figlio non poteva essere venduto per più di tre volte, alla quarta vendita avrebbe acquistato la libertà. Con il mutare dei tempi, lo sviluppo economico fece sopraggiungere la necessità che un filius familiae potesse sottrarsi alla patria potestas prima del decesso del padre.

Cominciò a diffondersi un procedimento, statuito dai decemviri, detto emancipatio che consisteva nell’effettuare tre mancipationes fittizie tra il pater familias e un soggetto consenziente. Come si è visto, in seguito alle tre vendite il filius sarebbe divenuto liber a patre.

Si analizzeranno adesso due procedimenti, che mutarono la familia romana, stiamo parlando dell’adrogatio e dell’adoptio.

L’adrogatio era un’antica cerimonia tramite la quale un pater familias, rinunciava alla sua condizione, scegliendo di assoggettarsi alla potestas di un altro pater. Perché sceglieva di assoggettarsi? Solitamente perché, o veniva assorbito in una familia più stabile e produttiva dal punto di vista economico, come una sorta di moderna fusione; o a causa di debiti insoluti; o per sottrarsi ai creditori; o per propria volontà, in quanto privo di eredi e così assicurarsi una discendenza.

Altra cosa era l’adoptio, la quale consisteva nell’assoggettamento alla potestas di un pater da parte di un soggetto in potestà di un altro. Si è notato che l’espansione economica di Roma condizionò notevolmente la società, ragion per cui sempre più spesso si fece ricorso alle adoptiones che condussero ad uno scollamento tra patria potestas e discendenza biologica; si pensi al celebre Gaio Giulio Cesare che adottò Ottaviano, il quale divenne in seguito imperatore.

Il Digesto del Corpus Iuris Civilis (se non hai letto l’articolo sul Codex Iustinianus clicca qui) tratta l’istituto dell’adoptio:

Istituto dell'adoptio

L’istituto dell’adoptio, in una ristampa del Codex Iustinianus di epoca medievale

 

Dig. 1.7.1. “Filius familias non natura, verum et adoptiones faciunt.”                                        

 

Durante l’età mercantile, si assiste ad un aumento delle persone in affari, frutto dell’incremento delle emancipationes. I filii si svincolavano prima della morte dei patres dalla patria potestas, non appena raggiunta l’età adatta avevano la capacità di compiere atti giuridicamente vincolanti. I patres usavano i filii come soci in affari, inviandoli in luoghi lontani a curare gli affari della familia. È a questo punto che dobbiamo introdurre il concetto di peculium, intrinsecamente legato alla pratica appena citata. Il peculium  consisteva nel lasciare al filius carta bianca nell’amministrazione di una parte del patrimonio della famiglia, il quale prendeva il nome, per l’appunto, di peculium. 

Codex Iustinianus Dig. 15.1.1.4. De peculio “Si cum impubere filio familias vel servo contractum sit, ita dabitur in dominum vel patrem de peculio, si locupletius eorum peculium factum est.”

La sua importanza era notevole, poiché sebbene il figlio avesse piena libertà economica la parte che egli amministrava era separata dal patrimonio paterno, ciò garantiva che in caso di fallimento del filius i creditori non avrebbero potuto aggredire l’intero patrimonio (e quindi l’intero patrimonio del pater).

Vorremo fare un accenno e chiarezza in merito ai delitti che riguardavano la familia e allo ius vitae ac necis su citato, partiamo da quest’ultimo. Tra le facoltà della patria potestas rientrava anche quella di disporre della vita del sottoposto. Fonti certe ci hanno tramandato episodi in cui tal diritto fu esercitato, però ci sentiamo di escludere, teoricamente, l’eliminazione dei figli adulti. Livio nella sua narrazione prevedeva tal pratica come estrema ratio per
gravi colpe commesse.

De peculio libro

Il peculium

Il caso contrario, in cui il figlio avesse ucciso il padre, prendeva il nome di parricidium. Esso era un reato, un delitto in piena regola condannato aspramente dalla società. Proprio l’incontestata autorità del pater conduceva all’idea del parricidium. Per quanto riguarda la sanzione bisogna distinguere:

  • In età arcaica, non v’era legge alcuna contro questo crimine, in quanto non era immaginabile da alcuno la possibilità di uccidere il pater.
  • In età mercantile sarà sanzionato con la poena cullei (vedi articolo sulla lex duodecim tabularum clicca qui), lusso e ricchezza resero impazienti i filii di occuparsi degli affari della familia. La prima testimonianza dell’applicazione della poena cullei è del II secolo a.C., prima della sua introduzione il parricidium era punito dalla lex Numae

In ultima istanza vediamo la dicotomia pater-filius nell’età del dominato alla luce delle nuove codificazioni. Dopo la crisi del III secolo d.C. e il consolidamento del dominato assolutistico, l’autorità della patria potestas cominciò a calare. Alla luce dell’avvento del cristianesimo i rapporti tra padre e figlio vennero stravolti. In seguito alla legislazione di Costantino venne meno l’aspetto coercitivo della patria potestas, alla stessa maniera l’aspetto patrimoniale subì i medesimi stravolgimenti, verrà quindi disposto che i “filii possunt habere substantias”, ossia i figli possono essere titolari di beni. Giustiniano andrà più a fondo dichiarando l’emancipatio del filius al compimento della maggiore età. Dopo ciò che si è appena descritto, affermare il tramonto della patria potestas ci sembra affrettato, sarebbe più corretto affermarne la limitazione, ciò significa che nonostante tutto continuava ad esistere.

Una legge di Costantino del 318, ribadita da Giustiniano (Cod. Iust. 9.17.1.= Inst. 4.18.6.) affermò l’estensione del parricidium nel caso in cui un pater familias avesse ucciso il filius. La pena per il pater che si fosse macchiato di un simil crimine sarebbe stata, medesimamente, la poena cullei. Questa legge implicitamente andava ad abolire lo ius vitae ac necis.

In conclusione, si è visto come da cellula arcaica e fondamentale per Roma, la familia si è evoluta nell’arco dei secoli, come essa sia stata fondamentale per l’economia dell’impero e come mutò per via delle leggi di Costantino, Giustiniano e l’avvento del cristianesimo.

Sperando di esser stati abbastanza chiari, ti ringraziamo per la lettura e se è stata di tuo gradimento condividi.

Fonti documentali:

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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