Lo scisma d’occidente e la creazione dello “Stato Pontificio”

La morte di Gregorio XI, ad un anno dal rientro a Roma dalla sede di Avignone (clicca qui per approfondire il periodo avignonese), portò allo scisma d’occidente.

Il conclave elesse papa un cardinale di origine napoletana, tale Bartolomeo Prignano (qui sibi nomen imposuit Urbanus VI), ma i cardinali francesi (per natura ostili ai napoletani, così come i napoletani nei loro confronti) non lo accettarono come loro pontefice ragion per cui abbandonarono Roma ed elessero, come papa, presso Fondi tale Roberto di Ginevra che prese il nome di Clemente VII. La situazione era questa: due erano i pontefici in carica all’interno della chiesa cattolica, lo scisma fu inevitabile.

La comparsa di due fazioni di cardinali, romana e francese, portò ad una crisi politica generale in tutta Europa, dato che alcuni paesi furono fedeli a Roma, altri ad Avignone.

Martino V

Per parlare di vero e proprio inizio della formazione dello Stato Pontificio si deve attendere il Concilio di Costanza (1414-1418) con il quale si pose fine allo scisma con l’elezione del papa Martino V. Dunque il periodo compreso tra i pontificati di Martino V e Sisto V è da considerarsi il vero periodo della formazione dello Stato Pontificio. Sono stati necessari ben 22 successori di Pietro. L’epoca del superamento delle signorie e della nascita dei principati vedrà sorgere anche quello papale, ma sarà un principato particolare.

All’interno di questa particolarità si inseriscono le capitolazioni. Il papato, all’interno delle città, oltre ad intervenire militarmente, cercò l’appoggio delle fazioni a lui favorevoli concludendo delle capitolazioni ovvero degli accordi tra Stato papale e città, all’interno dei quali si riconosceva la sovranità del pontefice, il quale, in cambio, lasciava una certa autonomia permettendo di mantenere i propri statuti.

Per rendere meglio l’idea si prendano ad esempio i capitoli conclusi tra Martino V e la città di Perugia, il 18 luglio 1424. Così il territorio perugino entrò a far parte dello Stato papale. Cosa cambiava nelle strutture amministrative cittadine perugine? Perugia conservò pressoché intatte le sue strutture amministrative locali, ma gli organi comunali andarono sotto il controllo di un “legato pontificio” o di un reggente da lui delegato o dal papa stesso. Dal XV secolo i governi delle province pontificie furono affidati ai “legati” e non più ai “rettori”. Nelle principali città della provincia cominciarono ad essere nominati anche governatori prelati con il compito di vigilare su aree ben specifiche come l’ordine pubblico e l’amministrazione pubblica e di amministrare la giustizia. Nelle città minori furono nominati dei governatori laici (esperti in legge sovente o parenti e familiari all’epoca del nepotismo) con il compito di amministrare la giustizia.

A questo punto bisogna introdurre l’istituzione del “lodo” (sentenza arbitrale) dato che fu un elemento funzionale, avente l’obiettivo di portare la pace tra le città delle province pontificie. Venne usato principalmente per risolvere i problemi di confine tra le città, evitando così innumerevoli guerre intestine al futuro Stato Pontificio. Il fulcro, l’ago della bilancia, in questo contesto era il prelato che era incaricato di emettere una sentenza sulla controversia posta in essere dando ragione a una o all’altra parte cercando poi un compromesso, escludendo così l’uso delle armi.

Uno dei fondamenti dello Stato Pontificio, così come qualsiasi altro stato, era la tesoreria. Martino V intervenne sull’amministrazione finanziaria, con la riorganizzazione delle tesorerie provinciali che avevano il compito di riscuotere le imposte e provvedere alle spese della provincia. Nel dettaglio, le tesorerie provinciali dovevano coprire gli stipendi dei vari funzionari, mantenere le rocche e le milizie, i palazzi e gli edifici statali nonché provvedere alle spese per l’amministrazione della giustizia. Ciò che avanzava era inviato a Roma e conservato nella tesoreria pontificia nella Camera Apostolica.

Un’altra figura che venne istituita già dal XV secolo, necessaria per sovrintendere al governo politico dello stato, fu quella del Sovrintendente generale dello Stato ecclesiastico, una specie di primo ministro odierno, un compito che inizialmente fu ricoperto dal cardinal nipote, cosiddetto poiché legato per sangue al pontefice. Dalla suddetta figura deriverà nel XVII secolo quella del Segretario di Stato. Il suo compito principale era far si che le direttive papali trovassero applicazione.

Si è scritto delle città, della loro amministrazione, ma il contado come era organizzato durante questa fase di transizione? In linea generale, il contado, provvedeva alle proprie necessità ma anche a quelle della città dominante che imponeva il suo statuto e le sue leggi. Il contado aveva, per lo più, imposizioni fiscali più pesanti rispetto a quelle dei cittadini. Al suo interno potevano trovarsi anche centri minori fortificati, i quali dipendevano sempre dalla dominante che ne nominava il podestà per l’amministrazione delle giustizia e i massari per l’amministrazione economica.

Nel XV secolo, in contrasto con la tendenza alla graduale formazione di uno Stato accentrato, si ebbe una reazione contraria, ovvero la concessione in feudo di parti dello Stato. Alcuni di questi feudi erano così antichi che furono solamente riconosciuti dal pontefice, altri invece furono delle vere e proprie concessioni da parte dei pontefici a favore di loro parenti, il più delle volte. Proprio per questa concessione in feudo dal papa ai baroni, le terre infeudate erano chiamate mediatae subiectae; in verità i baroni potevano configurarsi più come governatori perpetui che come dei feudatari, dato che le terre erano comunque sottoposte alla sovranità del papa.

Nelle città delle terre immediatae subiectae, invece, si stabilirono gradualmente dei governi cittadini particolari con sede stabile in una città e conviventi con altri presenti in altre località della provincia e con i governi provinciali, che si caratterizzarono sempre più come governi soltanto della città in cui avevano sede. Per questo motivo la loro influenza tese ad essere sempre più limitata a quella città. Questa rete fitta di governatori tolse pian piano importanza ai governatori provinciali; poteva accadere, per esempio, che i giudicati dei governatori locali venissero sottoposti direttamente all’approvazione delle autorità centrali scavalcando l’autorità dei governatori provinciali. Tuttavia non essendo mai stata abolita formalmente la figura del governatore provinciale, questa continuò ad esercitare una forma di supremazia sulle città della provincia.

Nel prossimo articolo continueremo il nostro viaggio che ci farà esplorare e conoscere la formazione dello Stato Pontificio nel XVI secolo.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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