L’Umanesimo giuridico

Caratteri dell’Umanesimo giuridico.

Per circa quattro secoli la tradizione scientifica e giuridica italiana si era consolidata fino a raggiungere il culmine nella produzione dei Commentatori. Ma, a partire dalla fine del secolo XV, in seno alla stessa scienza giuridica era nata una nuova tendenza influenzata dalla cultura umanistica e rinascimentale.

Su quella base prese vita il fenomeno del cd. Umanesimo giuridico. Fino a tempi recenti la storiografia ha ritenuto che tra la cultura medievale e quella umanistico-rinascimentale vi fosse una vera e propria cesura: dalla centralità della Voluntas Dei alla centralità della voluntas umana. Oggi la storiografia più recente ha rivisto questa posizione, negato l’esistenza di una cesura cronologica tra le due età e sostenuto, invece, l’idea di una sostanziale derivazione del fenomeno umanistico dallo stesso pensiero scolastico medievale. Si è detto infatti che, anche nel campo del diritto, il pensiero rinascimentale utilizzò il ‘travaglio medievale ponendosi quale ‘nuova ed originale forma di classicismo e di umanesimo’.

L’uomo Vitruviano di Leonardo da Vinci

Per comprendere la portata di quest’affermazione dello storico Garin, dobbiamo porci due domande. La prima è la seguente: quali fattori contribuirono all’affermarsi di un rinnovato modo di leggere la realtà? Solo comprendendo il senso e la portata di questi fattori, possiamo infatti trovare una risposta per la seconda domanda circa gli effetti che quel rinnovamento di pensiero e di idee produsse nel campo del diritto.

Vediamo di esaminare il primo aspetto. Sotto questo profilo, bisogna tener conto del fatto che il secolo XV fu centrale per il futuro e lo sviluppo dell’intera Europa. Facciamo il punto della situazione. Il Sacro Romano Impero, ormai notevolmente ridimensionato rispetto al suo assetto originario, era limitato ai soli territori dell’area austro-germanica. Suddiviso all’interno in principati e libere città, era retto da un Imperatore nominato dai sette principi elettori.

La Francia, invece, superata la guerra dei Cento anni (1337-1453), dopo la metà del secolo XV fu in grado di rinsaldare la sua unità nazionale e di rafforzare l’autorità monarchica nei confronti delle altre potenze. Anche l’Inghilterra, superata la crisi successiva alla guerra dei Cento anni e la depressione che i conflitti civili, la guerra delle Due Rose (1455-1485), avevano generato, si era stabilizzata rafforzando la propria compagine statale ed incoraggiando l’espansione marittima, commerciale e industriale.

Allo stesso modo, anche in Spagna, nel secondo Quattrocento, il matrimonio tra Ferdinando d’Aragona ed Isabella di Castiglia aveva avviato il processo di unificazione nazionale e prodotto il rafforzamento dell’autorità monarchica (approfondisci gli eventi del 1492 clicca qui).

Insomma, nei diversi e più importanti paesi Europei si stava avviando progressivamente un processo di aggregazione ed unificazione nazionale con l’affermazione della formula costituzionale di tipo monarchico. L’assolutismo segnava, in questo modo, il superamento di quella situazione di estrema frammentarietà territoriale e politica che aveva connotato l’età medievale. Si avviava nei diversi Stati d’Europa quel processo di riorganizzazione dello Stato basato sul modello centralizzato e verticistico.

Naturalmente, l’Italia, sotto questo profilo presentava una situazione molto diversa. L’estrema frammentarietà degli Stati in cui la Penisola era divisa dava il senso di una sostanziale disgregazione: la monarchia spagnola dominava lo Stato di Milano, la Sicilia ed il Regno di Napoli; i Medici a Firenze avevano consolidato il loro potere a Firenze e assoggettato le altre città comunali della Toscana, tra cui Siena e Lucca, che vantavano dal canto loro una tradizione di autonomia; a Genova e Venezia vigeva un sistema oligarchico; il Piemonte era sotto il dominio dei Savoia; nello Stato della Chiesa il Pontefice esercitava poteri anche in temporalibus.

In altri termini la Penisola, lungi dall’assumere i connotati di un moderno Stato accentrato, era ridotta ad un puzzle di realtà politiche, del tutto prive della benché minima unitaria direzione.

Ma, se sotto il profilo politico, l’accentramento rappresentava una tendenza unitaria per l’intera Europa, diversamente sotto il profilo religioso, l’Europa si presentava più divisa che mai. Infatti all’inizio del XVI secolo l’universalismo religioso medievale, dopo aver vissuto una fase di grande crisi, crollò con la cd. Riforma Protestante.

Lutero (approfondimento su Lutero clicca qui) aveva condannato la venalità della Chiesa di Roma, additando agli occhi del mondo, quale fenomeno deplorevole, la vendita delle indulgenze. La Chiesa di Roma alimentava quel mercato ignobile e tutto ciò avveniva soprattutto per l’ingerenza del Pontefice Romano. Bisognava pertanto emanciparsi da Roma perché la salvezza non passava attraverso la Chiesa, ma attraverso il sacrificio di Cristo. Ciascun uomo poteva interpretare le Sacre Scritture, le uniche ad essere depositarie della verità. Il clero e la Chiesa mistificavano e tradivano lo spirito del Cristianesimo.

È comprensibile che, sotto i colpi della dottrina luterana, il mito della Chiesa universale, depositaria della verità, fosse destinato a crollare tristemente.

La Riforma divise l’Europa e, mentre l’Italia rimase sostanzialmente fedele alla Chiesa di Roma, gli altri Stati d’Europa reagirono diversamente. Iniziò in questa fase il fenomeno delle cd. Chiese nazionali. La Chiesa francese si proclamò autonoma già nel 1438; nel 1534 in Inghilterra si costituì la Chiesa anglicana, che riconosceva nel sovrano la massima autorità anche in campo religioso.

È chiaro che i nuovi equilibri in campo politico e religioso influenzarono fortemente il mondo del diritto. L’affermazione di uno Stato moderno, assoluto ed accentrato, portava infatti, quale sua necessaria conseguenza, il riconoscimento della sua autonomia nella produzione delle leggi, e più in generale del diritto. Il diritto si doveva identificare con la legge dello Stato, sicché ogni altra norma che non fosse stata posta dal Sovrano stesso, avrebbe potuto avere valore nello Stato solo con un atto di ricezione. Era il Sovrano l’unica fonte del diritto. Era giocoforza che questa nuova considerazione del fenomeno giuridico incidesse sulla scientia juris e sullo studio dell’antico diritto giustinianeo.

Ed infatti, gli Umanisti considerarono ben presto erronea l’impostazione metodologica seguita tradizionalmente nella Penisola. Il diritto giustinianeo non poteva essere considerato quale fonte del diritto. Esso andava sì certamente studiato, ma in un’ottica diversa: il corpus juris, lungi dall’essere un compendio di diritto vigente, era uno straordinario monumento storico, da studiare con gli stessi strumenti dell’indagine filologica e letteraria. Insomma alla venerazione ammirata ed ortodossa dei bartolisti, gli umanisti sostituirono l’analisi critica e filologica. Il diritto giustinianeo non era un deposito di giustizia universale ed eterna, ma piuttosto uno specifico prodotto del mondo antico con una precisa collocazione storica, da cui non poteva prescindersi.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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