Maometto e Carlo Magno

L’Europa durante il VII secolo.

La situazione politica in Europa alla metà del VII secolo poteva considerarsi abbastanza stabile: in Europa i regni Franchi, Visigoti e Longobardi andavano consolidandosi rispettivamente in Francia, Spagna ed in Italia; in Oriente due imperi si fronteggiavano e, senza troppi attriti, si dividevano il controllo dei mari. Tuttavia nel 632 avvenne un fatto apparentemente insignificante che nessuno, sia in occidente che in oriente, avrebbe pensato così importante e denso di conseguenze: quell’anno moriva il profeta Maometto. Appena due anni dopo, ossia nel 634 l’Islam scatenava un attacco senza precedenti che coinvolse contemporaneamente Europa ed Asia: «la rapidità dei suoi successi – afferma Henri Perenne – può essere paragonata soltanto a quella con cui si costituirono gli imperi mongoli di un Attila, o più tardi, di un Genghiz Khan o di un Temerlano». Ma se quelle conquiste furono effimere, quella dell’Islam fu incredibilmente duratura. In poco tempo Bisanzio dovette cedere gran parte dei suoi possedimenti, compresa Gerusalemme che cade nel 638; così anche l’Impero persiano: gli eserciti degli imperi sembrano disorientati di fronte alla foga e alla tenacia del nuovo nemico. Nasce e si forma così, in breve tempo, la forza antagonista all’Europa e all’occidente: il mondo islamico.

Mentre i popoli germanici che invasero l’Impero romano d’occidente, chi prima chi dopo, si avvicinarono alla cultura dei vinti venendone sopraffatti – il caso di Carlo Magno è emblematico – gli islamici si presentano ai conquistatori con un identità fortissima e con la volontà ferrea di sottomettere il vincitore alle loro leggi e, soprattutto, alla loro religione. Il fatto è che i germani, a parte le virtù guerresche, avevano poco da trasmettere: usi tribali, una religione primordiale e quasi nient’altro; l’Islam, invece, si faceva portatore di una cultura per nulla primitiva – anzi notevolmente evoluta – unita alla incrollabile convinzione della loro superiorità rispetto ai popoli sottomessi. L’Islam non si poteva blandire, affascinare, stupire con le vestigia della romanità, ma solo combattere e vincere: altrimenti quel che restava del mondo occidentale e della sua cultura sarebbe scomparso. Viene così a crearsi una situazione del tutto nuova, di scontro frontale tra due civiltà inconciliabili – riscontrabile ancora adesso – e che rende il Mediterraneo, l’antico mare nostrum dei romani, una frontiera pericolosa ed instabile. Sentiamo quello che afferma in proposito il Perenne: «Con l’Islam un nuovo mondo irrompe su quelle coste del Mediterraneo dove Roma aveva diffuso il sincretismo della sua civiltà. Si produce una lacerazione che durerà fino ai giorni nostri. Sulle sponde del Mare nostrum si fronteggiano ormai due civiltà diverse ed ostili. E se ai giorni nostri la civiltà europea ha messo in subordine l’asiatica, nondimeno non l’ha assimilata. Il mare che era stato fino ad allora il centro della cristianità ne diventa la frontiera. L’unità mediterranea è infranta». 

A farne le spese è soprattutto l’Italia e, in particolare il Mezzogiorno che per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, diventa improvvisamente l’avamposto della frontiera, con tutte le immaginabile conseguenze negative che questo stato ha prodotto sul suo sviluppo. Infatti per secoli il Mezzogiorno d’Italia è stato esposto – quasi sempre senza adeguata difesa – alle continue incursioni degli arabi: non solo i pirati dell’Islam ostacolavano il commercio marittimo (fattore riscontrabile ancora durante il XVIII secolo clicca qui), risorsa naturale per il Mezzogiorno ma addirittura assediavano di continuo città – come capitò più volte a Bari e ad Otranto, chiedendo esosi riscatti. Per considerare quale fu lo stato di questa «frontiera», basta vedere che quasi tutte le città costiere del meridione sono collocate in collina, proprio per opporre una efficace difesa alle incursioni dei musulmani. Di recente il prof. Raffaele Ajello ha posto l’accento su questa situazione e riprendendo gli studi di Giustino Fortunato – importante meridionalista lucano – ha individuato proprio nella condizione geo-politica del Mezzogiorno, una delle cause – quella «alto-medievale» – della sua marginalità rispetto al resto dell’Italia e dell’Europa, ovvero della sua cronica arretratezza. Come potevano svilupparsi città, commerci, traffici, in quelle difficili condizioni? Di fronte a ciò le risposte dei governi furono sempre deboli ed inefficaci: invece di attrezzare una flotta in grado di aggredire gli islamici andando a colpirli nelle loro basi, si preferì appigliarsi a deboli strumenti difensivi: il sistema di avvistamento delle Torri, in funzione fino al Settecento, è significativo in proposito. Dopo la grande battaglia di Lepanto, che nel 1571 inflisse una dura sconfitta agli arabi, la nobiltà napoletana tentò di indicare al governo spagnolo le vie per una riscossa, ma restò inascoltata.

Per un secolo e mezzo l’espansione islamica fu inarrestabile. Egitto, Marocco, tutta l’Africa Settentrionale, la Spagna passano nelle loro mani. Quindi danno il via alla conquista della Francia e della Sicilia, roccaforti della cristianità e dell’Occidente. Sulla loro strada trovano solo la resistenza dei re Franchi – Carlo Martello che li sconfigge a Poitiers nel 732 – Pipino il Breve e suo figlio Carlo. È chiaro perché allora la Chiesa romana, di fronte all’incombente pericolo islamico, abbia deciso di rompere gli indugi e di unirsi a filo doppio con l’unico sovrano che si era dimostrato in grado di opporre una resistenza, Carlo Magno. Era un re barbaro, come gli altri rozzo ed ignorante, ma era un grande guerriero e, quel che più contava, la sua dinastia aveva salvato l’occidente e la cristianità. Inoltre c’era assoluto bisogno di compattare l’occidente sotto una bandiera, un’idea, uno scettro forte ed indiscutibile: in una parola occorreva resuscitare l’Impero romano affidandone la guida ad un barbaro, ovviamente sotto l’egida della Chiesa. Perciò la minaccia islamica ebbe l’effetto di accelerare il processo di integrazione tra il mondo germanico e quello romano, portando alla costituzione del Sacro Romano Impero. Del resto le conquiste di Carlo erano state tali che il suo dominio si estendeva su quasi tutta l’Europa: aveva anche cacciato i Longobardi dall’Italia.

La notte di natale dell’anno 800 papa Leone consacra Carlo come imperatore del Sacro Romano Impero. Carlo Magno riceve il suo titolo secondo l’uso in voga a Bisanzio cioè per acclamatio. Il papa gli mette poi sul capo la corona e lo adora. Nelle forme l’incoronazione di Carlo era nella perfetta legalità, ma in realtà si trattava di un «colpo di stato»: mentre l’impero romano era essenzialmente laico, ora un imperatore veniva scelto e consacrato dalla Chiesa: «il patrizio che proteggeva Roma – afferma il Perenne – diventa l’Imperatore che protegge la Chiesa. È significativo rilevare che il centro effettivo del nuovo impero non è più Roma, ma nel nord dell’Europa: il baricentro dell’Impero si è spostato lontano dal mediterraneo, in Austrasia. Se tutto ciò poté realizzarsi fu solo per la pressione islamica: senza Maometto Carlo Magno imperatore sarebbe stato inconcepibile.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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