Michel de L’Hospital: il Cancelliere di Francia

I precipui caratteri che la monarchia francese assunse nel corso dell’età moderna e che determinarono un forte condizionamento, ben oltre i confini transalpini, sulla condizione europea, non possono essere percepiti sino in fondo senza soffermarsi sull’azione riformatrice compiuta dallo statista Michel de L’Hospital e sulla dottrina politica elaborata da Jean Bodin. Come appare evidente, i due personaggi appena indicati agirono su due piani diversi: l’uno, Michel de L’Hospital, su quello della concreta azione di governo; l’altro, Jean Bodin, su quello della dottrina politica. Entrambi i piani debbono essere tenuti in forte considerazione per comprendere fino in fondo che significato assume la locuzione Stato moderno in un contesto, qual è quello francese, che, per molti versi, può essere considerato paradigmatico ed emblematico.

E’ da considerare che, lungi dall’essere inteso quale semplice superiore feudale, il monarca francese si era imposto per tempo quale vertice di un nuovo potere, progressivamente divenuto sempre più autonomo rispetto all’Impero, alla Chiesa ed al potere feudale. Per questa via, Oltralpe, erano state poste le basi di una struttura istituzionale compatta, coesa ed organizzata. Miti e leggende sulla sacralità della persona del Re, dotata di poteri taumaturgici e magici, sospesa a metà tra umanità e divinità, avevano svolto una funzione centrale nella messa in opera di quell’impalcatura istituzionale. E proprio su quel fondamento, fortemente condizionato dalla trasposizione sulla persona del Re dei caratteri di divinità già attribuiti agli Imperatori della fase postclassica, la letteratura giuridica e politica era riuscita a costruire una rappresentazione della sovranità regale diretta a celebrare la figura mitico-simbolica del monarca, immagine di Dio ed interprete diretto della Voluntas.

Già, dunque, agli albori della modernità, la società francese aveva dimostrato la straordinaria capacità di rinnovarsi e la consapevole volontà di fondare, su una diversa cornice di principi giuridici, politici e sociali, il nuovo assetto istituzionale. Nel delineare il nuovo quadro dei valori di riferimento, centrale era stata la funzione dei giuristi. Con le loro opere i dottori del diritto avevano traghettato le sorti della monarchia francese, attraverso un arco di storia plurisecolare, verso i più rassicuranti lidi di una sovranità piena, capace d’imporsi ai sudditi di uno Stato, diretto a fare dell’unità il proprio motivo di forza. Gli uomini di legge avevano contribuito, costruendone il poderoso architrave dottrinale, a realizzare quel processo che, proprio in Francia, aveva generato una nuova vitalità per il diritto e per lo Stato, allorquando la crisi

dell’universalismo religioso aveva posto in discussione, sin dalle fondamenta, l’edificio politico-istituzionale medievale. La scienza giuridica transalpina, insomma, era riuscita a rendersi progressivamente interprete di quelle suggestioni critiche che facevano capo a nuove visioni dell’uomo e, dunque, della vita organizzata dell’uomo.

D’altro canto, nell’Europa continentale degli inizi del Cinquecento, già da tempo, era in atto un processo che, quanto mai frastagliato e mosso e in accelerazione proprio all’inizio del secolo, metteva in discussione i fondamenti del modo di pensare, dei modelli di riferimento, e appunto del sistema giuridico tradizionale. In questo quadro, la peculiarità dell’ambiente culturale francese cinquecentesco, elemento d’indiscussa differenziazione rispetto al coevo clima italiano, risiedeva proprio nell’instaurarsi precoce e fecondo di una osmosi costante ed arricchente tra la rinnovata cultura letterario-filosofica e la scienza del diritto.

Secondo una linea di costante sviluppo capace di legare, senza soluzione di continuità, il Medioevo e l’Età moderna, i giuristi francesi si erano resi protagonisti da un canto, dell’opera di costruzione di un nuovo potere sovrano, laico ed indipendente, e dall’altro canto, già a partire dal XV secolo, dell’elaborazione di un nuova metodologia di approccio al diritto, capace di riflettere, anche nello specifico ambito giuridico, la poliedricità di uno sguardo che, dell’humanitas, s’impegnava ad osservare ed analizzare ogni aspetto.

L’opportunità di condurre la ricerca giuridica su di un duplice livello, partecipando, nel contempo, alla costruzione teorica di un nuovo sapere legale ed alla realizzazione pratica di un rinnovato assetto istituzionale, conferiva straordinaria vitalità ad una scientia juris che, lungi dal restare confinata nelle stanze dei sapientes, si affermava quale decisivo instrumentum regni. Si attivava, per questa via, un circolo virtuoso, capace di alimentare, attraverso reciproci scambi, la scienza del diritto e l’azione di governo, il pensiero giuridico e la vita delle istituzioni politiche.

Per effetto di questa dinamica, un deciso ripensamento interveniva a mutare la funzione stessa del giurista, la cui attività si mostrava diretta alla creazione di strumenti giuridici destinati a porsi al servizio della nuova entità statale. Naturalmente, in linea con una riflessione critica ed aggiornata del fenomeno umanistico, devono respingersi tutte le semplificazioni tralatizie tese ad avvalorare una dicotomia, di sapore scopertamente scolastico, tra la cultura legale italiana e la scuola culta che si afferma Oltralpe. Fuorviante e non rispondente alla realtà è, infatti, la rappresentazione di un divario, profondo ed insuperabile, tra l’attività degli eredi della tradizione bartolista, occupati, «senza speranza di rinnovamento nella ripetizione sempre più stanca ed acritica di contenuti ormai superati, con l’impiego di un metodo scolastico destinato ad atrofizzarsi», e la coeva esperienza dei giuristifrancesi, «impegnati, pur nella molteplicità degli orientamenti, ad «approntare le categorie concettuali necessarie per iniziare la costruzione dell’esperienza giuridica nuova». Si tratta di una visione dal gusto manicheo, che, oltre a non tener conto della proficua contaminazione tra le due realtà giuridiche, finisce altresì per non valorizzare opportunamente i punti di forza di entrambe le esperienze. Esse erano il frutto, ma ciascuna a proprio modo, della crisi dei valori universalistici medievali, che era stata indotta dalla riforma protestante, e, tra il finire del XV e l’inizio del XVI secolo, da scoperte geografiche e scientifiche, da mutamenti economici e politici, che avevano di fatto stravolto l’equilibrio degli assetti consolidati e determinato il crollo dei tradizionali punti di riferimento. La dinamicità indotta da quei cambiamenti aveva allungato sempre più le distanze da una scientia juris, definitivamente arroccatasi su di una visione del reale di matrice ontologica e di ascendenza aristotelico – tomista.

Ai giuristi, invece, era richiesto un più audace sforzo di aggiornamento, capace di realizzare il ripensamento complessivo del fenomeno giuridico e l’elaborazione delle nuove categorie epistemologiche atte a comprendere una realtà ormai, nei fatti, rinnovatasi. Così, mentre i seguaci dell’italica tradizione bartolista tentarono di operare, a livello pratico, nella convinzione che la loro attività interpretativa, a dir poco disinvolta ed anzi, ormai del tutto disinibita, potesse riuscire a garantire nuova vitalità al diritto romano, i giuristi transalpini sfruttarono le opportunità derivanti da un contesto sociale e politico profondamente diverso da quello italico, per incidere in modo consistente su un duplice livello, teorico e pratico, e divenire così protagonisti di un mondo totalmente rinnovato.

Pur nella diversità degli orientamenti e nella varietà delle risposte elaborate, i giuristi transalpini si dimostrarono consapevoli della svolta epocale in essere, della necessità di sottoporre la novità in corso al vaglio della razionalità e della storia, dell’esigenza di ricorrere agli strumenti della filologia e, più in generale, dell’indagine letteraria per scrutare, anche tra le pieghe del diritto, la natura, profonda, ma non per questo inconoscibile, dell’uomo. La conoscenza umanistica, riflesso dell’attenzione costante e proficua verso ogni manifestazione del reale, dà il segno dell’impegno dei giuristi a concretizzare un più corretto approccio metodologico e scientifico al diritto, a non rifugiarsi nel ristretto ambito giuridico per sfuggire al flusso vitale della storia, bensì a fare di quel campo l’osservatorio privilegiato, ma non per questo esclusivo, di una realtà più ampia ed onnicomprensiva, meritevole di essere indagata nella sua complessa specificità. La straordinaria opportunità colta nell’analisi storica e filologica non corrispose, dunque, ad un’infatuazione letteraria, tanto erudita quanto sterile, bensì ad un’esigenza, tanto concreta quanto essenziale: differenziare passato e presente per comprenderne le rispettive specificità ed elaborare gli strumenti concettuali, le categorie ermeneutiche, ed in molti casi i programmi di riforma, per poter incidere con successo sull’attualità.

La carriera

Personalità tipicamente rinascimentale per l’ampiezza del suo orizzonte culturale, la poliedricità dei suoi interessi, la capacità di compiere una ricerca giuridica mai disgiunta dalla concreta azione politica e di governo, Michel de L’Hospital può ben annoverarsi tra i giuristi che seppero farsi, nel contempo, audaci promotori di una scientia juris aggiornata ai valori emergenti nella moderna realtà sociale e politica, e coraggiosi interpreti di un’azione di governo destinata a consolidare le fondamenta della sovranità regale. In coerenza con i principi umanistici, egli si dimostrò capace d’incarnare «le double honneur des Muses & des Loix, l’union entre la Robe gallicane et la République des Lettres, entre les penseurs politiques et les juristes». Assunta la prestigiosa carica di Cancelliere di Francia nel 1560, infatti, Michel de L’Hospital seppe farsi promotore di un quadro di riforme, chiaramente ispirato ai principi dell’Umanesimo giuridico e finalizzato ad innovare i meccanismi di gestione del potere pubblico e di amministrazione della giustizia. Il Cancelliere divenne, in breve tempo, artefice di un’azione, nel contempo giuridica, politica, religiosa e sociale, volta ad incidere sulla struttura di fondo delle istituzioni d’Oltralpe. Il progetto, finalizzato ad un decisivo rafforzamento dell’impresa monarchica, quale sintesi del corpo sociale ed interprete della sua unità, si delineò gradualmente e su di un duplice versante.

Da un canto, esso tese ad affidare al sovrano, e conseguentemente ai giuristi del Re, il compito di rinnovare il diritto elaborando nuove norme adeguate ai destinatari; dall’altro canto, esso fu indirizzato ad eliminare progressivamente tutte le «zone franche» dalla potestà d’intervento e di controllo della monarchia.

Una finalità che rispondeva all’urgente necessità di limitare, in funzione di un accentramento monarchico sempre più effettivo e coerente, l’autorità di quei numerosi centri di potere che, divenuti pressoché autonomi rispetto alle direttive centrali, costituivano un ostacolo evidente ed insormontabile al tentativo di «ricomporre un corpo sociale in dissoluzione», di restituire unità ad una «nazione sconvolta dalla lotta delle parti», di segnare il ritorno alla teoria e alla pratica del corps mistique. Grazie a quest’impegno, François Hotman (clicca qui per approfondire), Jean Coras e altri giuristi del Cinquecento riconobbero nel Cancelliere il massimo riformatore delle istituzioni francesi. L’attribuzione del prestigioso appellativo di «Solone di Francia» dà il segno dell’apprezzamento che i più insigni umanisti francesi espressero nei suoi confronti.

Michel de L’Hospital si era formato dapprima in Francia, dove era vissuto sino all’età di diciotto anni, e poi in Italia, stabilendosi inizialmente a Milano e poi, definitivamente, a Padova, nel cui ateneo aveva conseguito, nel 1531, il titolo di doctor utriusque iuris. L’opportunità di sperimentare contesti di vita e modelli di studio diversi tra loro aveva giovato alla formazione dell’Alverniate, che era cresciuto nella consapevolezza della necessità di approfondire «la science des loyx, tant nécessaire pour la conduicte et adresse des actions humaines» consentendo a ciascuno «de se deffendre contre les surprises, impostures, et meschancetez». Ancora di salvezza nel passionale turbinio dell’esistenza, la science des loyx, esaltata per le sue finalità pragmatiche, appariva l’unica scientia capace di funzionare da bussola, per orientare la condotta umana, e da scudo, contro l’ingiustizia e la prepotenza.

Soprusi e violenze avevano segnato, sin dai primi anni, la vita del futuro Cancelliere di Francia, costretto a subire le conseguenze delle disgraziate scelte paterne. Jean de L’Hospital era stato medico di Chiara Gonzaga, contessa di Montpensier e madre di Carlo III di Borbone, futuro Connestabile sotto Francesco I. Apprezzato, oltre che per le sue doti professionali anche per le sue capacità politiche, era diventato, in breve tempo, il più stimato confidente del Connestabile, al quale era rimasto inevitabilmente legato nell’ora della disgrazia. Nel 1523, quando erano state scoperte le trattative avviate segretamente con Carlo V contro le pretese ereditarie di Luisa di Savoia, il Connestabile era stato costretto all’esilio. Identica sorte aveva colpito, dunque, anche Jean de L’Hospital, che aveva seguito il suo protettore, abbandonando la Francia ed i suoi cinque figli. In seguito a quegli eventi, anche Michel, all’epoca diciottenne, era stato arrestato. A quei «tristissima tempora», aveva fatto seguito la peregrinatio italica: una fase determinante per la formazione intellettuale del futuro statista. Nell’«antiquum legum studiorum domicilium» di Padova, il giovane Michel aveva trascorso «sex totos annos», proseguendo gli studi già avviati a Tolosa. In quella culla del sapere giuridico, qual era l’ateneo patavino, l’Alverniate aveva avuto modo di entrare in contatto con tanti giovani connazionali, destinati a ricoprire, al rientro in Francia, cariche eminenti nell’amministrazione della giustizia. Nello Studium patavino, il futuro Cancelliere di Francia si era distinto ben presto, sia per le sue doti ‘politiche’, venendo eletto, per ben due volte, consigliere della nazione burgunda e poi giudice dell’opposizione pro ultramontanis, sia per la sua brillante preparazione, conseguendo nel 1531 il titolo di doctor utriusque iuris e l’incarico di lector meridianus di diritto civile.

Nel 1533 Michel de L’Hospital aveva lasciato Padova per recarsi, dapprima a Bologna, dove suo padre, alla morte del Connestabile, era entrato a far parte del seguito dell’Imperatore Carlo V e, di lì, a Roma, città nella quale aveva ottenuto la prestigiosa carica di Uditore della Sacra Rota. Fu proprio grazie all’amicizia con il Cardinale Gabriel de Grammont, importante esponente del partito filofrancese presso la Curia Romana, che il giovane doctor riuscì a rientrare «ad spem patriam et domesticam». Giunto nella capitale francese, la prima opportunità per sperimentare la lezione giuridica italiana gli fu offerta dall’esercizio della professione forense: l’attività più adatta a comprendere il versante pratico dell’esperienza giuridica. La nuova realtà francese, nell’estrema complessità delle sue articolazioni giuridiche, istituzionali e politiche, suscitava un incredibile fascino nel giovane giurista che, proprio in quell’ambiente, ritrovava l’ideale campo marzio in cui sperimentare le proprie conoscenze giuridiche.

L’indiscussa centralità degli incarichi ministeriali via via conferitigli, accrebbe nel giurista transalpino la convinzione che, per gli aspiranti uomini di governo, fosse assolutamente necessario intraprendere buoni studi giuridici. Il diritto, lungi dall’essere inteso quale semplice ars tecnica, rappresentava il principale strumento scientifico attraverso cui era possibile incidere in modo risoluto sulla realtà, evitando, tuttavia, pericolosi rivolgimenti radicali dell’ordine costituito. Per il futuro Cancelliere di Francia, la formazione romanistica ricevuta nell’ateneo patavino era stata decisiva: la lezione giustinianea, arricchita degli argomenti propri del cosiddetto costituzionalismo medievale, pur rivisitata e, per diversi aspetti, nettamente superata alla luce di una nuova sensibilità tutta umanistica, aveva costituito lo sfondo su cui, progressivamente, si era delineato il nuovo orizzonte giuridico. D’altro canto, proprio grazie alla brillante preparazione acquisita nell’ateneo patavino, L’Hospital si era distinto tra i più eminenti protagonisti della cultura francese più aggiornata. L’incarico più prestigioso non tardò ad arrivare: nel 1560 fu nominato Cancelliere di Francia.

La politica del Cancelliere

Le numerose e poco definite competenze consentivano a chi fosse investito della carica di Cancelliere di svolgere un ruolo di primaria importanza nella concreta organizzazione dell’État monarchique. Il Cancelliere era, infatti, l’unica vera bouche du Roi: a lui spettava la redazione delle ordonnances, la vigilanza sulla loro esecuzione, la direzione ed il controllo sulla concreta amministrazione della giustizia, la gestione delle finanze, l’organizzazione della polizia, del commercio e, in generale, di tutto quanto interessasse l’ordine dello Stato. La partecipazione al Conseil du roi, che, in caso di assenza del sovrano, era da lui stesso presieduto, ne garantiva larga influenza anche nelle scelte di politica estera. Ma, al di sopra di tutte, era una la peculiare attribuzione che rendeva del tutto singolare quella carica: la detenzione dei sigilli reali. Attraverso di essi, il Cancelliere era chiamato a conferire il crisma dell’autenticità a tutti gli atti del sovrano. Il Cancelliere di Francia era, dunque, prima di tutto il garante della continuità dello Stato, al di là della sua incarnazione nella persona stessa del Re.

Ricevere quell’investitura alla metà del XVI secolo recava poi implicazioni ulteriori: la trasformazione in atto nell’ordinamento giuridico verso un assetto moderno, imponeva la ricerca di formule normative capaci di tradurre in concreto il nuovo ruolo del Sovrano, sempre più unico e supremo detentore del monopolio nella formulazione delle leggi e, dunque, produttore dell’ordinamento giuridico. In una Francia, profondamente segnata dai conflitti religiosi, l’opera di Michel de L’Hospital fu articolata su di un duplice versante. Da un lato, il Cancelliere di Francia tentò la strada della tolleranza religiosa per riportare la pace nel territorio francese. Sulla scorta del principio, «une foy, un roy», il Cancelliere di Francia si dimostrò convinto della necessità di tentare ogni starda per realizzare la pacificazione generale del Paese. Dall’altro lato, l’attività del Cancelliere di Francia fu indirizzata a realizzare la piena e completa unità del corpo sociale francese. Essa rappresentava l’obiettivo cui tendere, da realizzare attraverso un processo di riforma che, prima ancora che la Chiesa, doveva investire le strutture fondamentali dello Stato. Bisognava agire, dunque, con prudenza ma anche con fermezza, individuando nell’istituto monarchico il polo intorno cui accentrare le diverse componenti sociali, politiche e giurisdizionali. Il buon ordine dello Stato esigeva di limitare qualsiasi manifestazione di particolarismo, al fine di valorizzare l’unico, assoluto ed esclusivo potere detenuto dal Sovrano.

L’intenzione del Cancelliere di realizzare intorno al Sovrano l’accentramento di tutte le forze dello Stato, rendendolo, per questa via, unico interprete del corpo sociale, determinava la necessità di un consenso allargato: la convocazione degli Stati Generali diventava, così, un instrumentum regni d’indiscutibile rilevanza. Ovviamente, riconoscere l’utilità di quella concertazione non significava ammettere la concorrenza di quei corpi alla formazione della volontà sovrana. La partecipazione di qualsiasi organo restava pur sempre soltanto uno strumento nelle mani del Re ed al servizio dell’autorità monarchica. Monarchia concertata (com’è stata definita da alcuni storici), ma pur sempre monarchia, capace di fare della propria unità, compattezza ed organicità, i cardini della propria forza e del proprio prestigio internazionale.

In questo quadro, assolutamente prioritario divenne nella politica di Michel de L’Hospital l’obiettivo di ridimensionare l’autonomia goduta dalle Grandi Corti parlamentari. In particolare, il Parlamento di Parigi, attraverso la propria autorità e le proprie pretese di autonomia, si mostrava spesso intenzionato a travalicare i limiti della propria funzione giurisdizionale per svolgere un ruolo più propriamente politico. E’ evidente che l’ambizione del Parlamento rappresentasse un forte ostacolo per il disegno assolutista del Sovrano. Il Cancelliere di Francia Michel de L’Hospital comprese bene questa difficoltà ed impegnò tutta la sua energia per ridurre lo spazio di autonomia e di intervento delle corti parlamentari negli affari di Stato e per riportare l’attività dei magistrati francesi nell’ambito del loro ruolo. Essi esercitavano infatti, un’attività delegatagli dal Sovrano e a questi dovevano rispondere nell’esercizio della loro attività. Lo stesso diritto di interinazione, ossia il potere di registrare gli editti e le ordinanze reali, non poteva essere utilizzato dalle Corti come ostacolo da frapporre all’azione del Sovrano che, libera da ogni vincolo, doveva poter imporsi per il bene della Francia e dei suoi sudditi.

Bibliografia:

– J. Héritier, Michel de L’Hospital, Parigi 1943;

A. Buisson, Michel de L’Hospital (1503-1573), Parigi 1950;

– K. Seong-Hak, Michel de L’Hôpital. The Vision of a Reformist Chancellor during the French Religious Wars, Kirksville 1997;

– D. Crouzet, La sagesse et le malheur: Michel de l’Hospital, Chancelier de France, Champ Vallon 1998;

Potrebbero interessarti anche...

Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *