Napoli e la corona Spagnola

La Corona spagnola, che era rimasta fedele alle idealità ed alle formule medievali, nel secolo XVI, specialmente con Carlo V e poi con Filippo II, le utilizzò diffusamente per costituire e legittimare, nel regno di Napoli, il modello politico accentrato. Due erano i fronti contro cui bisognava combattere per affermare la sovranità regia: innanzitutto quello esterno che, con le nuove conquiste territoriali e l’allargarsi dei domini, necessitava di una valida e duratura giustificazione. Poi vi era il fronte interno, in cui pullulavano varie spinte centrifughe, che si concentravano essenzialmente nel potere vetero-feudale ed in quello ecclesiastico, e che dovevano essere compresse in via prioritaria. L’immagine medievale del sovrano, tutore della giustizia, arricchita di valori umanistici, diventava ‘eroica’, valorosa, ed offriva la soluzione per affermarsi su entrambi i versanti e contro tutti i tipi di nemici. Il monarca spagnolo si presentava quindi come difensore della cristianità e dei suoi confini, mentre sul piano interno assumeva le vesti di dispensatore di una giustizia ‘uguale’, deliberata sempre super partes, realizzando un ordinamento giuridico imparziale che tutelava i deboli e gli umili. Al di là dell’immagine diffusa per incidere sul consenso sociale, in realtà il sovrano non era affatto presente nei suoi vari domini. Alla sua assenza, sopperiva una struttura organizzativa ad articolazione pluricentrica. Un sistema complesso, che si materializzava e si muoveva attraverso i Consigli, organismi istituzionali costituiti in sostanza da giuristi, che ricevevano dal vertice la iurisdictio e svolgevano, nei vari possedimenti, le veci del sovrano. Il potere dei legum doctores si prestava ad una rapida ascesa.

Con riguardo al regno di Napoli, si può affermare che, nella lotta contro il particolarismo (concetto affrontato clicca qui) imperante e contro le forze centrifughe interne ( il potere vetero-feudale e quello ecclesiastico), i valori e gli strumenti giuridici giocarono un ruolo fondamentale. D’altronde era smisurata la fiducia riposta dalla società, meridionale ed anche europea, nella ‘missione’ espletata dai giuristi La loro attività appariva assolutamente indispensabile e vantaggiosa, poiché solo gli esperti del diritto erano in grado di frenare giuridicamente il potere monarchico, evitando che diventasse dispotico e meramente arbitrario. Il pericolo che si scivolasse nella tirannia poteva essere scongiurato solo da coloro che, attraverso l’uso di strumenti tecnici, potevano annientare gli orientamenti più estremisti, in nome della tutela degli interessi generali e di quei principi razionali ed altissimi indicati dalla loro scientia. L’attività di mediazione svolta dai giuristi rimaneva quindi un elemento fondamentale nel governo del regno. Il caso napoletano, nel panorama dei domini spagnoli in Italia, per varie ragioni, fu il più singolare, essenzialmente perché la monarchia non adottò una linea univoca, ma due diverse strategie di governo, nella capitale e nelle province. Solo a Napoli si verificò la svolta, il grande cambiamento, lì venne accentrata la macchina amministrativa e giudiziaria. La città divenne il centro e la sede del potere togato. La svolta che ebbe luogo a Napoli portò la Curia Regis, di origine normanna, costituita dai Sette Grandi Uffici, verso il declino. Quest’organo, che per secoli aveva affiancato il sovrano, curando tutta l’amministrazione economica, politica e militare del Regno con l’attribuzione dei vari incarichi agli esponenti più autorevoli della nobiltà feudale (Gran contestabile, Gran ammiraglio, Gran giustiziere, Gran cancelliere, Gran camerario, Gran protonotario, Gran siniscalco) era un’organizzazione a carattere meramente pattizio, che risentiva della tradizione contrattualistica medievale ed era fondata su un accordo di fedeltà reciproca. Dal secolo XVI, a Napoli, stanziatosi il viceré, i meccanismi di gestione del potere erano mutati radicalmente. Il vicerè, un ministro spagnolo, assumeva la direzione del Regno in via temporanea, in genere per un periodo che non andava molto oltre i tre anni. Il massimo ufficiale di governo, una volta insediatosi in città, in quanto straniero necessitava di un proprio Consiglio, di relazionarsi con ministri locali che lo coadiuvassero nelle scelte e che, nel caso, gli suggerissero delle linee politiche adeguate alle problematiche emergenti ed alle esigenze di sviluppo del territorio. Il Consiglio Collaterale così si avviò a prendere forma assorbendo le competenze originariamente assunte dal Gran Cancelliere. La sua composizione, almeno inizialmente, fu mista, ossia ne facevano parte reggenti nobili e reggenti togati. Tuttavia, poiché la prepotenza degli aristocratici, manifestata in questa sede, si traduceva alla fine in una scarsa incidenza della pubblica autorità, dalla Spagna fu inviato un viceré dal polso duro, don Pedro de Toledo, che rimase a Napoli per oltre un ventennio, dal 1532 al 1553. Con lui l’assetto costituzionale del paese giunse ad una piena definizione.

Molto presto prenderemo in esame la riforma del Consiglio Collaterale.

Potrebbero interessarti anche...

Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *