Politica ed economia nei regni di Napoli e di Sicilia

Continuando l’articolo sulla feudalità in Sicilia, i regni di Napoli e di Sicilia entrambi sotto la medesima corona, ma con amministrazioni profondamente diverse tra loro. Il regno di Napoli era il governo centrale, mentre quello di Sicilia il periferico. Le direttive, provenienti da Napoli, nel regno di Sicilia passavano tramite il consultore della monarchia, incarico solitamente affidato ad un napoletano, il quale interpretava le direttive del governo centrale sorvegliando che i provvedimenti trovassero applicazione nell’isola, e il viceré; il sinolo tra queste due cariche formava l’apice del governo dell’isola. Celebre e odiata dal baronaggio fu l’accoppiata Caracciolo-Simonetti, rispettivamente viceré e consultore della monarchia. Peculiare era il Parlamento di Sicilia, istituzione di cui Napoli era priva sin dal 1642, anno della sua ultima riunione.st-borb

Per quanto riguarda la rappresentanza siciliana a Napoli, tale compito era demandato alla Giunta di Sicilia, organismo collegiale, di cui facevano parte i consultori della giunta, in totale quattro, due siciliani, i quali rappresentavano il baronaggio, non l’intero popolo siciliano, in quanto eletti dal Parlamento e poiché esso era a maggioranza feudale, chiunque venisse eletto non poteva non essere uomo gradito al baronaggio; gli altri due erano napoletani esperti di diritto siciliano. L’importanza della Giunta è innegabile, dopo il terremoto provocato da Caracciolo, «tra il 1782 ed il 1790 la Giunta di Sicilia divenne l’arma più tagliente della feudalità siciliana».

Per il baronaggio il regno di Sicilia era diverso da quello di Napoli, tale differenza si fondava sullo jus siculum ragion per cui veniva giustificata l’esistenza del diritto feudale, in un’epoca dove in tutto il resto del continente era quasi scomparso. Analizzando il libro di Raffaele Ajello, fondamentale, nella descrizione dei rapporti tra i due regni, ci è sembrata l’analisi che se ne trae. Nonostante, scrive Ajello, le differenze tra le due capitali nelle dinamiche sociali e nelle istituzioni, le sorti politiche erano interdipendenti, egli pone molto risalto su quest’aspetto. I baroni siciliani avevano la forza per imporsi alla monarchia e per decidere la loro politica. Ma ciò perché poteva accadere? Perché un pugno di baroni poteva tenere sotto scacco la corona? La risposta è logica, ed è insita nella stessa parola interdipendenza, la corona dipendeva dai baroni per il denaro, erano i donativi del baronaggio a sostenere la corona. Andando più a fondo nella questione, si paleserà un sistema fiscale del tutto illogico che favoriva i “ricatti” del baronaggio. I donativi che i baroni rendevano alla corona, erano decisi dal Parlamento di Sicilia, da ciò si desume che, chi decideva i donativi da versare era chi avrebbe dovuti versarli. È evidente che un tal sistema era un forte strumento di pressione, la minaccia di deliberare donativi inferiori ai bisogni della corona era una buona leva, ragion per cui si scendeva a compromesso e i donativi erano «contratti con la monarchia in cambio di forti e precise contropartite».

Dopo aver analizzato dal punto di vista politico-istituzionale entrambi i regni, è giunta l’ora di prendere in esame le economie dei suddetti. Nel regno di Napoli il sistema feudale era stato annichilito, gli abusi più importanti estirpati da un sistema giudiziario col pugno di ferro, al contrario, in Sicilia dove le magistrature erano dipendenti del baronaggio, ciò non era avvenuto. Riferendo ciò al settore economico, un sistema feudale forte o debole va a connotare indubbiamente il sistema economico di uno stato. A Napoli l’economia dei grandi possessori di capitali si basava sulla speculazione, i quali acquistavano grandi partite di debito pubblico che venivano, in seguito, rimborsate; tale metodo era un ottimo espediente per investire i capitali dei singoli, ma andava a devastare l’economia del regno. Nel breve periodo si aveva una crescita esponenziale di denaro liquido, mentre nel lungo periodo lo stato era costretto ad indebitarsi maggiormente per far fronte ai titoli del debito emesso e per procacciare il denaro per tenere in vita l’economia. Si entrava in un circolo vizioso da cui uscire era molto complicato, a riprova di ciò il governo della regina Maria Carolina, «tra il settembre 1786 ed il marzo 1787 chiese una riduzione forzosa dei tassi di alcuni arrendamenti al tre per cento […] una pura e semplice espropriazione di metà della rendita». I feudatari napoletani, oltre a mere attività di speculazione, potevano ed avevano altre forme di investimenti. Un altro aspetto sulla feudalità napoletana che si evince, è che i grandi feudatari erano quasi tutti residenti nella capitale, quindi i loro interessi economici venivano a intrecciarsi con gli altri ceti, ciò faceva si che «nella capitale il problema del feudo non aveva un impatto così violento, come in Sicilia». Nel regno di Napoli, fattore fondamentale e da non sottovalutare, era presente il ceto della borghesia. Per quanto riguarda la Sicilia, la società siciliana era divisa nettamente in due, da un lato il ceto benestante, composto da feudatari, ecclesiastici e professionisti, dall’altro il popolo che versava in condizioni che oggi, come minimo, sarebbero assimilabili al cd. terzo mondo. Nel regno di Sicilia la differenza tra ricchezza e povertà era netta, la macchina economica siciliana aveva connotati differenti rispetto al regno di Napoli. L’economia si basava essenzialmente sulla ricchezza agraria mentre tutti gli altri settori erano poco sfruttati. Era necessario iniziare a puntare sullo sviluppo della manifattura, sullo sfruttamento delle miniere di zolfo e sui commerci marittimi, data l’ottima posizione geografica dell’isola. Per quanto riguarda i commerci marittimi, essi erano poco praticati a causa dei pirati che infestavano le coste.

Per concludere è doveroso fare un’ultima considerazione, ponendo l’accento nuovamente sul concetto d’interdipendenza. Quando la scellerata politica del regno di Napoli venne meno, rendendolo inadempiente e impossibilitato a pagare le obbligazioni che avevo emesso, i sudditi persero tutta la fiducia verso lo stato. L’economia del regno di Napoli, a questo punto, dipendeva dai donativi del baronaggio rendendolo ancora più
potente e consapevole di poter piegare la monarchia ai propri bisogni. Per approfondire si consiglia di analizzare come i viceré (Domenico Caracciolo e Francesco Maria Venanzio d’Aquino) strutturarono le loro politiche economiche e soprattutto come tentarono di far fiorire l’economia siciliana.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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