Titolarità e possesso: istituzioni di diritto privato nell’antica Roma

Prima di entrare nel merito e nei tecnicismi della questione riguardante la titolarità e il possesso nella Roma antica, vorremmo iniziare la trattazione con la presentazione di un dibattito, ancora aperto, per quanto riguarda la titolarità sulle res (cose) e sugli animali. Il nodo cruciale della questione sta nell’analizzare l’antica concezione dominicale e i rapporti con il moderno concetto di proprietà. La concezione borghese del XIX e del XX secolo, nella sua affermazione del diritto di proprietà si è rifatta ad un’idea di appartenenza di stampo romano, con l’intento di magnificare l’illimitato potere del dominustumblr_mpeoc2qQyJ1rqqedro1_1280

Cominciamo ad entrare nel merito della questione definendo i concetti di mancipium e di dominium ex iure Quiritium. Dopo le campagne di espansione del III-II secolo a.C. e lo sviluppo dell’economia mercantile si affermò sull’ager italicus, sulle res e sugli animali una forma di titolarità detta  dominium ex iure Quiritium, riservata ai soli cittadini romani e alla penisola italiana. Il dominium ex iure Quiritium viene inquadrato come una forma di diritto astratto e assoluto di cui possono essere oggetto di godimento anche beni non compresi nel mancipium. Il dominium ex iure Quiritium rappresentò il culmine dell’evoluzione dell’antico mancipium. A questo punto si deve descrivere ciò che faceva o no parte del mancipium, tale distinzione fu elaborata dal diritto classico, perse vigore sotto Giustiniano, si divideva in res mancipi e res nec mancipi. Nella prima categoria erano compresi tutti quei beni che erano attribuiti in titolarità in virtù dell’antico mancipium con una modalità di disposizione solenne e legata a una ferrea tradizione formale. Nella seconda categoria rientravano tutti quei beni che non facevano parte dell’antico mancipium e la cui disposizione e cessione era molto più libera in virtù delle regole, più elastiche, del dominium ex iure Quiritium.

Dopo l’eta arcaica e quindi con l’avvento dell’età mercantile, paradossalmente, si annoveravano ancora tra le res mancipi quelle che avevano contraddistinto l’età contadina ovvero: terra, il suolo italico, servi, animali da soma e le servitù prediali; come si può notare, nel mancipium, non vi sono beni mobili che per l’odierna concezione si possono considerare preziosi e che la solennità del mancipium rendeva un elenco quasi immodificabile. Tutto ciò che non rientrava in questo elenco veniva definito res nec mancipi, per i mercanti non era un male in quanto le modalità di acquisizione e di trasmissione erano molto più celeri rispetto alle solenni cerimonie che si dovevano porre in essere nel momento in cui si doveva acquisire una res rientrante nell’elenco del mancipium.

L’antico ius civile delineò le modalità di acquisto e trasmissione della proprietà. Il modo più semplice di acquisto della titolarità ab origine prevedeva il sorgere dell’appartenenza in modo automatico per via dell’incremento naturale del numero dei componenti
della familia (clicca qui per approfondire l’istituzione della familia a Roma) e dei beni ad essa afferenti. La titolarità sorgeva automaticamente sui capi di bestiame venuti alla luce e sui frutti della terra. Altri modi automatici di acquisto della proprietà erano: l’incremento del fondo per accrescimento naturale, quindi per adluvio che riguardava lo spostamento di terra per via della corrente di un fiume determinando il distacco di parti del terreno che si andavano a sommare nella terra di un altro; per avulsio ossia l’acquisizione di una nuova proprietà in virtù di accessio, cioè senza che le volontà dei soggetti avessero rilievo; allo stesso modo nascevano diritti di proprietà per via di terre emerse in mezzo al fiume (insula in flumen nata) o per via del prosciugamento di un terreno coperto d’acqua (alveus derelictus).

Vorremmo aggiungere carne al fuoco entrando sempre più nel merito della questione andando ad analizzare un aspetto fondamentale, gli iura in re aliena (diritti su cosa altrui) e quindi le servitutes prediorum che come sopra si è visto facevano parte delle res mancipi. Le servitutes prediorum non erano res in quanto cose, bensì si annoveravano tra le situazioni giuridiche come diritti di godimento su beni altri, situazioni funzionali all’economia rurale in virtù delle quali ad un soggetto titolare di un fondo, viene garantito il diritto di passaggio su un terreno vicino indipendentemente dal consenso del titolare per soddisfare le necessità della propria terra. Le servitutes erano varie ed andavano a concedere determinati benefici, si dividevano in: iter che concedeva il diritto di attraversare il fondo a piedi o su un mulo o cavallo, actus che consentiva il passaggio con un carro o con del bestiame, aquaeductus ovvero diritto di far scorrere acque dal fondo servente per l’irrigazione del fondo dominante e, in ultimo, via che consentiva l’attraversamento di una strada. Le servitù erano una qualitas fundi ossia un diritto, un obbligo di tutti i proprietari dei fondi.

Facciamo un breve confronto con le statuizioni codicistiche italiane, l’art. 1027 c.c. definisce le servitù come il peso imposto sopra un fondo per l’utilità di un altro fondo appartenente ad un diverso proprietario, da questa prescrizione si nota come nulla, o quasi, sia cambiato dai tempi di Roma. Sicuramente il mutare dei tempi ha comportato un adattamento delle norme ma il substrato è quello della tradizione giuridica romana, si faccia un esempio, oggidì il contenuto dei diritti di servitù comprende: veduta, scolo dell’acqua, elettrodotto, non sopraelevazione (sia dia uno sguardo al codice civile dall’art. 1027 in poi).

Tornando al diritto romano si prende considerazione l’ususfructus. Dava il diritto di godere e sfruttare il bene di un altro soggetto ma senza alterarne la natura e la destinazione economica. Il suo esercizio era a tempo determinato e non poteva prolungarsi oltre la vita dell’ususfructuarius, così come avviene nel nostro ordinamento, il quale inoltre aveva tutela erga omnes.

In età rurale si evince un andamento statico dell’economia, di solito a godere dei beni era il suo titolare, il pater familias risiedeva nella sua terra, utilizzava i suoi utensili, distribuiva i frutti tra i componenti della familia. Per quanto riguarda la titolarità dei beni, in età rurale, se un oggetto cambiava titolarità la comunità doveva essere informata attraverso i suddetti atti traslativi del mancipium. Tali atti erano pubblici e avvenivano di fronte al re o al magistrato o ai testimoni. I prestiti di res mancipi erano praticati, ma imprescindibilmente si doveva informare la comunità dell’avvenuto prestito, per quanto riguarda la proprietà di res nec mancipi esse erano oggetto di mera possessio cioè appartenenza di fatto priva di tutela in quanto extra-giuridica.

In età mercantile le cose mutarono, i commerci fiorirono e le res nec mancipi, pur non essendo soggette ai vincoli del mancipium erano oggetti di valore notevole che necessitavano di un adeguato riconoscimento sul piano giuridico, divennero il nodo focale degli scambi. La circolazione dei beni e delle persone comportò un passaggio dalla cerchia chiusa dei patres al mercato internazionale tipico di questa età. Un insieme di culture vennero a contatto comportando anche un mutamento del godimento dei beni e  della titolarità giuridica degli stessi. Nella società rurale la titolarità del mancipium era manifesta e visibile mentre nella società mercantile ciò non era più proponibile, i soggetti con cui si aveva a che fare erano quasi sempre sconosciuti dei quali si poteva avere conoscenza della mera apparenza, in questi casi i contractus iuris gentium erano meramente obbligatori e quindi l’eventuale condanna a carico di un contraente avrebbe avuto carattere pecuniario. Chiunque avesse voluto acquistare un qualcosa da un venditore, prima di tutto avrebbe dovuto accertarsi dell’esistenza di un patrimonio su cui esercitare l’azione di eventuale risarcimento, era lecito che i mercanti attraverso emptio-venditio si impegnassero a consegnare ad un acquirente beni che non avevano ancora disponibili, acquisiti in un secondo momento per onorare l’impegno preso con l’emptor.

Ma come fare a riconoscere il vero titolare di un bene o il suo mero possessore? È innegabile, che in un mondo come quello mercantile romano, si poteva avere immediata conoscenza del potis esse, non della titolarità effettiva, ovvero del potere di fatto esercitato sui beni che necessitava quindi di tutele. La possessio doveva quindi essere tutelata e protetta, in quanto imago dominii (immagine di proprietà indipendente dal dominium). Lo status di possessore sia di res mancipi che di res nec mancipi doveva essere rispettato da tutti, anche da chi conosceva l’arbitrarietà del possesso esercitato e persino dal proprietario del bene che lo vuole riavere, nessuno poteva usare la forza contro il possessore tranne il magistrato che si occupava della questione.

Un altro genere di possesso è la possessio ad interdicta, nata per far fronte all’esigenze sopra elencate, i cd. interdicta erano degli strumenti del pretore volti a proteggere da turbative l’esercizio del possesso e quindi evitare che la società procedesse all’autotutela tramite la violenza. Gli interdicta erano, nello specifico, ordini o divieti impartiti dal pretore affinché fossero interrotte le turbative nei confronti di un possesso (cd. retinendae possessionis), per ripristinare il possesso arbitrariamente interrotto (cd. interdicta recuperandae possessionis) o fosse dato inizio ad un possesso non ancora praticato (cd. adipiscendae possessionis). Il destinatario dell’interdetto poteva ignorare l’ordine del pretore, ma il beneficiario avrebbe potuto esperire un actio ex interdicto a seguito della quale l’avversario se perdente sarebbe stato condannato con delle aggravanti, sia per aver arrecato il turbamento sia per aver disubbidito all’ordine pretorio.

Non sempre la coscienza sociale riteneva che il possessore fosse meritevole di tutela, la giurisprudenza delineò le caratteristiche di una possessio iusta, meritevole di tutela interdittale, che per essere tale non doveva essere inficiata dai cd. vitia possessionis ovvero vi, clam e precario. Il possesso acquisito con violenza configura il vizio vi; il possesso iniziato fraudolentemente configura il vizio clam; il possesso ottenuto con il consenso del titolare, con l’impegno di una immediata restituzione su richiesta del titolare del bene configura il vizio precario. Tutti questi vitia rendevano il possesso iniusto privo di tutela interdettale, esclusivamente verso la persona alla quale sussistesse il vitium.

Un’altra forma di possessio era quella ad usucapionem, che oltre a tutelare il possesso come situazione di mero fatto, la società ritenne utile che la sua reiterata prosecuzione determinasse l’acquisto della titolarità del bene. I giuristi e il pretore ritennero che due anni di possesso ininterrotto per i beni mobili e un anno per quanto riguarda i beni mobili giustificassero l’acquisto del dominium a titolo di usucapione, quando all’origine del possesso stesso vi fosse una giusta causa. L’acquisto di una res mancipi attraverso semplice traditio rei (consegna della cosa) non avrebbe ottenuto effetti sul piano dello ius civile ma se vi fosse stato un possesso di uno o due anni il dominium sarebbe stato conseguito a titolo di usucapio. L’acquirente (mero possessore) sarebbe stato esposto alle rivendicazioni del venditore che col tempo avrebbe visto le sue ragioni prevalere. Se il dominus avesse cercato di interrompere con la forza il possesso dell’acquirente, sarebbe stato respinto dagli interdicta pretorii, se invece avesse avviato un’azione civilistica di rivendica della proprietà, fondata sul suo titolo di dominus ex iure Quiritium, il pretore avrebbe potuto inserire nel iudicium un’apposita exceptio rei venditae ac traditae o anche un exceptio doli, con le quali il iudex privatus  sarebbe stato invitato ad assolvere il reus, nel caso l’oggetto risultasse frutto di compravendita o il venditore si fosse comportato in modo fraudolento; nel caso in cui la res mancipi alienata fosse ancora nelle mani del venditore e si rifiutasse di consegnarla all’acquirente il pretore gli potrebbe concedere un’actio ficticia che avrebbe permesso la condanna dell’alienante sulla base della fictio di un usucapione già maturata vantaggio dell’acquirente.

“Rursus ex diverso si quis, cum rei publicae causa abesset vel in hostium potestate esset, rem eius qui in civitate esset usuceperit, permittitur domino, si possessor rei publicae causa abesse desierit, tunc intra annum, rescissa usucapione, eam petere, id est ita petere ut dicat, possessorem usu non cepisse et ob id suam esse rem. quod genus actionis et aliis, simili aequitate motus, praetor accommodat, sicut ex latiore digestorum seu pandectarum volumine intellegere licet.” (Codex Iustinianus Institutiones 4.6.4)

Un ulteriore aspetto della titolarità e del possesso che vogliamo prendere in considerazione è il cd. in bonis habere. Il pretore protegge attivamente, in certe circostanze, il possesso favorendo la sua trasformazione in un vero e proprio dominium. Nelle fonti appare l’espressione in bonis habere (avere tra i propri beni) per indicare tali forme di possesso tutelate dagli interdetti e tendenti al conseguimento dell’usucapione. Si è parlato di una forma di proprietà pretoria, un tipo di appartenenza non tutelata dallo ius civile ma dall’intervento del praetor.

In ultimo, il duplex dominium citato da Gaio in due punti delle sue Institutiones, riferendosi ad un doppio e diviso dominium ovvero un diritto civilistico (ex iure Quiritium) e una forma di godimento pretorio (in bonis). Tali espressioni appaiono isolate e si sono sollevati dubbi circa la loro genuinità, si ritiene che se il pretore garantiva il possesso e la realizzazione dell’usucapione, quindi la vera proprietà sul piano sostanziale restava sempre quella del dominium ex iure Quiritium.

In questa trattazione si è cercato, per quanto possibile, di presentare il concetto di titolarità e i vari tipi di possesso nella Roma antica, mostrando anche quanto l’esperienza romana abbia influenzato il nostro attuale ordinamento. È fuor di dubbio che questa trattazione non ha la pretesa di fornire un quadro unitario, completo e definitivo della materia (bisognerebbe scrivere un manuale) ma può essere un buon punto di partenza per approfondimenti personali.

Sperando che abbiate gradito il modo di trattare la questione vi invitiamo a commentare e condividere.

Fonti:

  • Codex Iustinianus, Institutiones 4.6.4;
  • Codice civile (confrontalo per vedere quanto il nostro codice è figlio della tradizione romana) artt. da 1027 a 1099.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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