Umanesimo: nuovo modo di studiare la storia e il diritto

Nel precedente articolo abbiamo trattato i caratteri generali dell’Umanesimo giuridico (clicca qui per prendere visione dell’articolo), oggi andremo più a fondo nella questione.

Con l’Umanesimo, lo studio della storia acquistò un nuovo significato. Mentre, infatti, per gli uomini del Medioevo, la storia – in quanto frutto e sviluppo della volontà divina – era intesa come l’eterna manifestazione di un progetto immutabile, divino e trascendente, agli occhi degli umanisti, lo studio della storia rappresentava la strada maestra per la comprensione dell’uomo, della sua esperienza. Attraverso la storia, gli umanisti potevano comprendere le dinamiche che caratterizzavano lo sviluppo dell’umanità. I fondamentali presupposti culturali del nuovo modo di accostarsi al diritto, e prima ancora, alla vita sono da rinvenire nella sostanziale esigenza e necessità di riscoprire la personalità umana: un insieme unitario ma sfaccettato e complesso, del tutto originale rispetto al mondo in cui risulta essere inserita.

Cogliere il senso della storia significava anche comprendere il valore relativo e precario della norma giuridica. Gli Umanisti si liberavano, in tal modo, dall’ossequio medievale nei confronti della norma giuridica. Quest’ultima, infatti, non era da intendersi quale frutto e rivelazione della volontà divina e trascendente, così come era stata intesa e studiata dalla scienza giuridica italiana. La norma aveva, diversamente, un valore precario, terreno. I limiti dell’uomo condizionavano il diritto perché il diritto, lungi dall’essere espressione della perfezione divina, era vox umana.

Furono queste le premesse fondamentali di quel nuovo movimento scientifico che, nato in Italia, si sviluppò poi in Francia e di qui si propagò in tutta Europa come mos gallicus. Questo movimento si sviluppò su due tipici filoni fondamentali.

Il primo filone tese ad una storicizzazione e relativizzazione del diritto romano, attraverso l’impiego dell’analisi filologica.

Il secondo filone si tradusse in una tendenza spiccata alla costruzione sistematica del diritto, inteso quale edificio dogmatico di principi, di norme, di istituti, di figure giuridiche da coordinarsi secondo un metodo razionale, eventualmente anche al di fuori e contro la sistemazione che della materia giuridica era stata compiuta nella compilazione giustinianea. Fu un orientamento sistematico, ispirato dall’esigenza di organizzare e programmare un nuovo quadro sintetico ed organico del diritto, un nuovo ordine giuridico svincolato dal rispetto dell’ ‘ordine legale giustinianeo’ e tendente al superamento dell’analitica e casistica giurisprudenza tradizionale. Non raramente, entrambe le tendenze si manifestarono nella produzione di un medesimo giurista.

Gli Umanisti iniziarono così a studiare il diritto romano con strumenti del tutto nuovi: ne cominciarono, per esempio, a studiare la lingua, perché lo studio filologico del diritto romano consentiva loro di cogliere le diverse stratificazioni, le varie componenti di un diritto a cui la compilazione giustinianea aveva attributo forza normativa in complexu.

La ricerca degli Umanisti fu, dunque, prima di tutto, finalizzata a liberare l’antico diritto romano dalle incomprensioni interpretative medievali, nella considerazione che la vera comprensione di quella esperienza giuridica potesse nascere solo dalla sua storicizzazione. L’esperienza giuridica romana si era formata in un arco di storia di centinaia e centinaia d’anni: per poterla penetrare era indispensabile considerare la sua genesi storica.

Netta era la critica e forte era l’atteggiamento polemico manifestato dagli umanisti nei confronti del mos italicus. La loro interpretazione aveva realizzato una mistificazione dell’esperienza giuridica romana.

Per gli esponenti del mos gallicus, per i quali il corpus juris poneva un puro problema

storico, era una vera e propria idiozia inchinarsi innanzi a Giustiniano come facevano i reverenti bartolisti. A Giustiniano, anzi, gli umanisti guardavano con disprezzo perché, in realtà, proprio da Giustiniano era iniziato e si era perpetuato l’equivoco. La compilazione giustinianea aveva raccolto un materiale giuridico eterogeneo, formatosi in un arco di storia plurisecolare, e aveva attribuito ad esso forza normativa nel complesso, prescindendo dalla sua genesi e dal suo sviluppo storico. Giustiniano aveva immobilizzato le lancette dell’orologio della storia e aveva generato il pericoloso equivoco, che era stato poi alimentato da parte dei riverenti ed ortodossi bartolisti.

Il vero fondatore dell’indirizzo umanistico specificamente giuridico fu il milanese Andrea Alciato (1492-1550), il quale, pur formatosi alla scuola del commento e perfetto padrone del mos italicus, per il metodo storico professato e per gli interessi perseguiti nella sua produzione scientifica, incontrò tali e tante resistenze da decidere di trasferirsi dall’Italia in Francia. Il suo insegnamento presso l’università di Bourges segnò l’esplosione dell’Umanesimo giuridico in Francia dove in breve, per dirla con Maffei, si formò il «grande triumvirato dell’umanesimo giuridico» formato da tre grandi giuristi: l’italiano Alciato, il francese Budé e il tedesco Zasio.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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