XIII secolo: I Papi contro la Spagna

Papa Niccolò III (1277-1280) tentò di contrastare Carlo I d’Angiò, il quale aveva impugno tutta l’Italia, per tal ragione lo fece rinunciare al vicariato di Toscana e al grado di senatore di Roma.     Sempre in quest’ottica di avversità verso l’angioino appoggiò la congiura dei vespri siciliani, organizzata da Giovanni da Procida e Pietro re d’Aragona. La causa della congiura era che il regno di Sicilia fu usurpato agli Aragona dagli Angiò. Alla morte di Papa Niccolò III, ascese al soglio di Pietro Papa Martino IV, il quale appoggiò, al contrario del2000px-Arms_of_the_Aragonese_Kings_of_Sicily(Crowned).svg suo predecessore, l’Angiò tentando di restituirgli la Sicilia attaccando apertamente Pietro d’Aragona, ma tutti i suoi tentativi furono vani. Allo stesso tempo l’Aragona si era impadronito di Reggio e di un’altra parte della Calabria, per cui il Papa a questo punto iniziò a giocare pesante: lo scomunicò, lo privò del regno d’Aragona e lo assegnò a Carlo di Valois, gli bandì la crociata e, ultimamente,
concesse ricchezze ai francesi per la campagna militare contro di lui. Carlo I per terminare la contesa sfidò il re d’Aragona a singolar tenzone, ma il re spagnolo declinò. Carlo prima di morire, chiese al Papa di prendere tutte le misure necessarie per sgravare il più possibile i sudditi, poco dopo il re francese morì, prese il suo posto il figlio, che aveva preparato uomini e navi per muovere guerra in Sicilia con l’ausilio del Pontefice. Il novello re fu imprigionato dall’ammiraglio del re aragonese e portato in Sicilia, in seguito trasportato in Catalogna per evitare la furia dei siciliani, i francesi non erano ben visti nella Trinacria. Viste le suddette ragioni, è palese come il regno fosse allo sbando, i baroni ne approfittarono formando alcuni Capitoli, ma la morte del Papa Martino IV ne impedì la pubblicazione, che avvenne per mano del suo successore Papa Onorio IV. I vantaggi che i baroni riuscirono a conseguire riguardavano la successione feudale, in pregiudizio alla corona, che venne estesa alla discendente linea collaterale fino al sesto grado, con esclusione dei fratelli uterini e delle successioni retrograde a favore degli ascendenti, per linea retta o collaterale.Pietro d’Aragona per opporsi ai francesi in Catalogna, partì alla volta della penisola Iberica lasciando in Sicilia la regina Costanza e il figlio Giacomo. Dal viaggio in terra ispanica il re Pietro non fece più ritorno, venne colto dalla morte. Per testamento, Alfonso, il primogenito, assurse a re d’Aragona, mentre Giacomo divenne re di Sicilia. Riassestate le gerarchie del regno d’Aragona e di Sicilia, il Papa Onorio IV ripartì alla carica tentando di distruggerli. Tentò di compromettere la fede che il popolo siciliano aveva verso il re aragonese così da spingerli tra le braccia degli angioini, invitò il novello re Giacomo e la regina madre Costanza a lasciare la Sicilia entro un mese, pena la scomunica, ordinò ai siciliani di scacciarli, ma quest’ultimi erano troppo fedeli. Rivelatisi un nulla di fatto i tentativi pontifici di distruggere gli spagnoli, passò all’azione scomunicando il re Giacomo, la madre Costanza e i vescovi che lo avevano incoronato, ma nonostante questo i siciliani continuarono a non perdere la fiducia verso la casa d’Aragona. Dopo tutte queste premesse e antefatti, vediamo quale fu la reazione del re Giacomo a tanta lealtà e fedeltà dei siciliani nei suoi confronti. Il re Giacomo emanò un celebre Capitolo con cui concesse l’ampliamento della successione feudale fino al sesto grado in favore dei discendenti della linea collaterale. La medesima concessione l’aveva pubblicata, prima di lui, il Pontefice privandone però il godimento ai siciliani. Ciò che fece re Giacomo fu una mossa abile e lungimirante che avrebbe legato indissolubilmente il popolo di Sicilia a se e alla Spagna. Il famoso Capitolo prendeva il nome di Si Aliquem, tra quest’ultimo e il Capitolo del Papa Onorio IV non c’era quasi nessuna differenza, se non che nell’ampliare la successione feudale sino al sesto grado, nello specifico del feudo a cui doveva succedere il fratello, nel Capitolo del Papa questo fratello superstite era ammesso nei soli feudi provenienti da genitori comuni ed al fratello morto con la dicitura: Si feudum ipsum ab aliquo parente sibi, e fratri communibus, a questa dicitura nel Capitolo di re Giacomo si leggono aggiunte tre parole: sive non communibus, per cui i feudi erano da rimettersi sia se erano di genitori comuni che non. Re Carlo II, figlio del defunto re di Francia Carlo I d’Angiò, era ancora prigioniero in Catalogna. Edoardo d’Inghilterra intervenne per la sua liberazione, cercando di piantare i semi della pace tra gli Aragona e gli Angiò, riuscì nel suo intento, ma Papa Onorio IV fece di tutto per impedire questa pace che dichiarò nulla, ingiusta e irragionevole. Papa Onorio morì, il conclave elesse come vicario di Cristo Niccolò IV, il quale, analogamente ai suoi predecessori, minacciò Alfonso d’Aragona con: scomuniche, assegnò le decime ecclesiastiche al re di Francia per la campagna contro l’Aragona e contro tutti i regni e i figli di Pietro III, tra cui re Giacomo. Vista l’avversione del Pontefice per la pace, Edoardo d’Inghilterra e il re d’Aragona la sancirono tra loro ad Oléron, isola della costa atlantica della Francia, dove si decise per la liberazione di re Carlo, analizziamo le condizioni della pace:
1. Re Carlo doveva dare tre dei suoi figli in ostaggio al re d’Aragona;
2. Doveva pagare trentamila marche d’argento;
3. Carlo di Valois doveva rinunciare ad ogni pretesa sulla corona aragonese concessagli dall’investitura papale;
4. La Sicilia doveva essere confermata come possedimento esclusivo del re Giacomo, fratello di Alfonso;
5. Re Carlo sarebbe tornato prigioniero entro un anno se non si fossero eseguiti i suddetti punti.
Il re Carlo acconsentì a tali condizioni di pace e questa fu sancita. Si presentò al cospetto del Pontefice che con una bolla papale gli proibì l’esecuzione della concordia. Carlo II tornato nel suo regno, notò che in sua assenza Onorio IV, e il predecessore Martino IV, al quale era stato chiesto di sgravare i popoli da taglie ed altri pesi, avevano di molto passato i limiti di ciò che gli era stato chiesto. Essi avevano dilatato la giurisdizione ecclesiastica e concesso grazie sui feudi ai baroni. Dal ritorno di Carlo II, né la bolla né i Capitoli di Papa Onorio ebbero esecuzione alcuna. Quindi i Capitoli di Papa Onorio sulla successione feudale nella linea collaterale discendente per il baronaggio del regno escludendone la Sicilia, non ebbero esecuzione nel regno di Carlo, all’opposto il re Giacomo lo emanò in Sicilia per adattarsi alle circostanze politiche e gratificare i suoi baroni.
Re Federico d’Aragona con questo Capitolo permise al baronaggio siciliano di alienare i feudi, quali sono le circostanze che permisero l’emanazione del suddetto? Ripartiamo dalla pace di Oléron conchiusa tra aragonesi e francesi per tramite del re d’Inghilterra ma ostacolata da Papa Niccolò IV. Re Carlo II trattò un nuovo accordo con Alfonso d’Aragona a queste condizioni:
1. Rinuncia alla tenuta in ostaggio dei figli del re Carlo;
2. Rinuncia da parte di Carlo di Valois alle pretese sul regno d’Aragona;
3. Divieto di aiuti al re Giacomo in Sicilia da parte del re Alfonso.
Dopo la nuova suggellata pace il re Alfonso d’Aragona morì, a questo punto, Giacomo re di Sicilia divenne re d’Aragona, mentre il fratello Federico ascese al trono di Sicilia. La morte di Alfonso compromise il rispetto delle condizioni di pace, i re di Francia e Inghilterra ne pretendevano il rispetto. La risposta del novello re d’Aragona, Giacomo, fu che non era tenuto a rispettare nessuna delle condizioni accettate dal fratello, in tal guisa si ruppe la pace e ricominciò la guerra in Calabria tra Carlo e Giacomo.
Alla morte di Papa Niccolò IV, il soglio pontificio restò vacante per ben due anni, poiché i due re non riuscivano ad accordarsi e scegliere un cardinale che andasse bene per entrambi, questa situazione di impasse favorì una tregua che portò all’elezione di Pietro Angelerio, come 192° Papa della chiesa cattolica, che prese il nome di Celestino V.
Questo nome passò alla storia, poiché fece ciò che nessuno mai aveva osato fare, ossia rifiutare il soglio pontificio. Il suo breve pontificato fu comunque proficuo poiché portò alla pace, confermata da una bolla papale, tra i re di Spagna e Francia. Successivamente divenne vicario di Cristo Bonifacio VIII, il quale doveva la tiara al re Carlo, ragion per cui seppe dimostrargli gratitudine impiegando tutte le sue forze per indurre re Giacomo a rinunciare alla Sicilia. Re Giacomo era attaccato su più fronti, era circondato, decise di inviare legati a Roma affinché si trattasse la pace. Il re spagnolo si impegnò a restituire la Sicilia ai francesi e in cambio il Papa gli promise la Sardegna e la Corsica. Queste condizioni di pace sono uno snodo cruciale su cui riflettere.
I siciliani aborrivano l’idea di tornare sotto il giogo francese, Federico d’Aragona, fratello di re Giacomo, rimasto in Sicilia disse che:
“Il re Giacomo suo fratello avea lasciato, e donato ciò, che non era suo, e che il regno per la disposizione del padre, e del re Alfonso comune fratello, spettava a se per ogni diritto e ragione”.
Dopo queste parole fu incoronato re per la gioia di tutti i siciliani. La Sicilia quindi era di Federico per diritto paterno, poiché morto Alfonso e divenuto re d’Aragona il fratello Giacomo, quest’ultimo aveva rinunciato ad ogni diritto e pretesa sulla bella isola che quindi era divenuta di proprietà esclusiva di Federico. Federico, in questa sua rivendicazione, fu sostenuto dai siciliani, soprattutto dai baroni. Questo appoggio lo ricambiò con tanti privilegi e grazie, tra questi si annovera il Capitolo Volentes del 1296, che permise ai baroni di alienare o fare contratti sui feudi senza il permesso del sovrano. In seguito Federico I aveva ordinato che i feudi non potevano essere divisi e dovevano essere lasciati interi ai successori, quest’ordine venne confermato da Federico II.

Fonti documentali:

· Giacinto Dragonetti, Origine de’ feudi ne’ regni di Napoli e Sicilia loro, usi e leggi feudali relative alla Prammatica emanata dall’Augusto Ferdinando IV. Per la retta intelligenza del Capitolo Volentes. Dissertazione del Consigliere Giacinto Dragonetti, Napoli 1788.

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Davide Alessandra

Scritto daDavide Alessandra

Laureando in giurisprudenza con una tesi in storia del diritto medievale e moderno dal titolo: Assolutismo illuminato in Sicilia, il progetto riformatore e il problema feudale. Appassionato di storia, di diritto e ricerche archivistiche.

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